Il sovranismo è un sintomo di una malattia che si chiama economic unfairness

Ho letto un testo in cui viene echeggiato, in punta di dati e correlazioni, ciò che ho scritto in modo intuitivo, diciamo così “euristico”, in Sovranismo. Un destino idiota, che sarà pubblicato i prossimi mesi. Il testo in questione è Reclaiming Populism: How Economic Fairness Can Win Back Disenchanted Voters, di Eric Protzer e Paul Summerville. Se nel mio testo individuo intuitivamente le cause del sovranismo montante in Italia nella penuria di possibilità per nuovi soggetti economici (giovani, immigrati, aziende nascenti) di trovare spazio per stabilirsi e crescere, che causa a sua volta immobilità sociale, nel testo a cui faccio riferimento, utilizzando dati sui risultati elettorali e le condizioni socioeconomiche in alcuni paesi (Italia inclusa), gli autori individuano nell’economic unfairness le cause del populismo.

Con economic unfairness gli autori intendono né più né meno tutte le barriere (istituzionali, regolatorie, normative, sociali) che impediscono la creazione di una diffusa percezione presso la popolazione di un funzionamento meritocratico delle relazioni sociali. Se, per qualsiasi motivo, in una data società venisse meno l’incentivo a fare (a creare aziende, a farsi strada, a cercare di migliorare il proprio status sociale) perché le condizioni iniziali (condizioni della famiglia di origine, luogo in cui si vive, accesso a scuole e ospedali funzionanti) hanno un peso che soverchia la capacità di creare valore tramite il contributo individuale, allora l’elettorato di tale società sarà più incline a votare partiti populisti.

Se, come dicono gli autori, l’economic fairness è una condizione sociale a cui la nostra specie ha dato preminenza evolutiva perché condizione fondamentale alla creazione di reti socioeconomiche basate sulla collaborazione sempre più vaste e complesse, in un Paese, come l’Italia, in cui venisse meno, almeno in certa misura, tale condizione (che, si badi bene, è inscritta nella nostra stessa storia evolutiva sociobiologica) si diffonderebbe un tale livello di risentimento da scoraggiare la collaborazione. Ciò che importa alla gente, ciò che le fa nutrire sentimenti di insofferenza e risentimento non è tanto l’ineguaglianza per sé quanto l’ineguaglianza prodotta da condizioni di economic unfairness. Se, per esempio, una persona è divenuta molto ricca stando alle regole del gioco (non rubando, non approfittando degli altri, ecc.), questo non ingenera nelle persone sentimenti di odio e livore. Se, invece, la percezione generale della popolazione fosse che la ricchezza è solo questione di amicizie, conoscenze, giuste entrature e background familiare, allora tale situazione sarebbe percepita come unfair.

Nel nostro Paese l’incentivo a fare è ridotto ai minimi termini perché le condizioni iniziali (background familiare ecc.) e l’economic unfairness hanno un peso eccessivo rispetto al potenziale contributo individuale di creare valore. In altri termini, la nostra società è dominata da logiche nepotistiche e clientelari anziché democratiche e reward-driven. Se, come hanno riportato gli autori di questo libro, l’economic unfairness è statisticamente associata al populismo, il sovranismo nostrano è la sintomatologia di una malattia che si è andata cronicizzando negli ultimi decenni e che ora mostra segni di malignità.

Soltanto se creeremo un’Italia più meritocratica potremo rispondere alla cogenza largamente disattesa dell’Articolo 3 della Costituzione, che recita:

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *