Quando la conobbi avevo voglia di imparare a lavorare in laboratorio e mi interessava la genetica. Là sulla porta c’era scritto “Laboratorio di genetica”. Sono nel posto giusto, pensai.
Mi sbagliavo. Il laboratorio di Paola Manduca non faceva la genetica a cui pensavo (ero fresco del primo esame, quindi ero molto naïf) ed era un laboratorio che trasmetteva tutto fuorché disponibilità economiche. Non lo sapevo, ma era l’inizio della mia tesi di laurea, percorso che si rivelò poi piuttosto accidentato e tortuoso, e che durò per ben tre anni. Durante i quali imparai a lavorare in laboratorio, ma non solo. Certo, non avevamo granché in quel laboratorio e mancavamo molto spesso anche delle cose più necessarie. Ma questa condizione di scarsità materiale ci induceva ad essere creativi e a sviluppare un certo spirito di praticità e sopravvivenza i cui esiti furono spesso sorprendenti. Malgrado tutto e a suo modo il laboratorio produceva scienza ed era una palestra per i giovani tesisti e i dottorandi.
Paola Manduca fu di certo una insegnate, malgrado tutto e a suo modo. Di certo, ci insegnò non tanto facendoci vedere come si facevano le cose, quanto mettendoci davanti alla necessità di farle. E noi, malgrado tutto e a nostro modo, le facevamo. Ecco, uno degli insegnamenti di Paola fu proprio questo: fai le cose da solo, cerca le soluzioni, cerca il modo migliore per farle.
Regnava uno spirito di pari dignità intellettuale: la bontà di ciò che dicevi veniva valutata prescindendo dalla tua esperienza. Un approccio per nulla “mediterraneo” ma molto più anglosassone. Ma scienza voleva dire, per Paola, molte altre cose. Voleva dire indipendenza al costo della marginalizzazione e della difficoltà di trovare fondi. Voleva dire occuparsi di temi e argomenti che gli accademici in genere si guardavano e si guardano bene dall’affrontare. Perché all’Università chi parla di politica viene spesso guardato di malocchio.
Paola si è occupata per buona parte della sua vita dei destini di popolazioni sottoposte a decenni di guerra: l’Iraq, il Libano, la Palestina. Se ne occupò esponendo la propria persona al pericolo e la propria professione di ricercatrice all’osteggiamento dell’accademia. Facendosi promotrice del New Weapons Research Group (NWEG; http://www.newweapons.org/), di cui fu presidente, studiò, assieme ai suoi colleghi, gli effetti a lungo termine dei residui di munizioni sulla salute riproduttiva delle persone. Ne dimostrò la teratogenicità e la compromissione su vasta scala della capacità delle donne di mettere al mondo prole sana. Quando facevo il giornalista scientifico cercai di diffondere i risultati delle sue ricerche (https://www.corriere.it/salute/12_gennaio_04/guerra-malformazioni-congenite-lombardini_ebd35154-2b0f-11e1-b7ec-2e901a360d49.shtml).
Paola decise, non so quanto consciamente, di non essere soltanto donna di scienza, ma di essere molte altre cose: persona sensibile alle esigenze delle donne, scienziata prestata alle cause di popolazioni falciate dalle guerre, divulgatrice, docente, cittadina del suo paese e del mondo. Ecco il suo insegnamento più importante. Sì, malgrado tutto e a nostro modo, avevamo imparato da lei che la scienza è una grande cosa ma che non si può essere veramente liberi da “apolidi”, ossia da persone che non si occupano in qualche modo della polis, della politica. I greci chiavano i disinteressati alla vita della polis “idiotes”. Ecco, Paola ha provato a non trasformare generazioni di ragazzi passati sotto le sue “forche caudine” (non era tutta “rose e fiori” la vita di laboratorio con lei!) in stuoli di “idioti”. Malgrado tutto e a suo modo, ci ha sempre provato. Non credo di peccare di ottimismo nel dire che un po’ ci è riuscita.
Paola Manduca è morta venerdì 28 marzo 2025: penso che la sua vita sia stata degna di essere vissuta.
















