Il populismo è il prodotto degenere delle socialdemocrazie liberali

Pellizza da Volpedo, nel suo famoso “Il quarto stato”, dipinse una fiumana di braccianti agricoli non tumultuanti bensì al passo lento ma sicuro verso quella che parrebbe una sicura vittoria, il sol dell’avvenire.

Oggi quest’opera parrebbe profetare l’emancipazione delle masse dallo stato di schiavitù che le relegava, dicendola con Marx, a una dimensione metastorica: mai motori della storia ma suoi inerti pendant. Gli ideologi hanno individuato nella vittoria (sempre parziale, secondo costoro) delle idee socialiste la vera causa dello storico miglioramento della condizione delle masse, almeno in Occidente. In realtà, sono state le rivoluzioni industriali e, in essenza, i modi diversi e sempre più efficienti di produrre cose e servizi che hanno affrancato le masse dalla povertà. In ultima analisi, è la tecnica il motore che ha affrancato gran parte dell’umanità dalla fame.

“Il quarto stato” è raffigurazione antesignana della promessa della socialdemocrazia liberale per come la vediamo oggi nella sua forma forse terminale pienamente realizzata: la società del benessere collettivo, del benessere delle masse.

La socialdemocrazia liberale parrebbe degradare naturalmente verso il populismo e le varie forme che assume questo nei vari paesi: trumpismo, sovranismo, antieuropeismo sono tutte dimensioni del populismo cresciuto come una propaggine naturale dalle socialdemocrazie occidentali. Il populismo può essere definito come la risultante della graduale e man mano definitiva disintermediazione culturale tra masse e decisori politici. È il risultato del collasso della funzione delle élite culturali che avrebbero dovuto e dovrebbero dissuadere le masse dal credere ai demagoghi più grotteschi che promettono loro la luna nel pozzo, in definitiva dal credere all’onnipotenza dello Stato e alla sua presunta capacità di creare ricchezza ex nihilo.

In Italia la degradazione populista della democrazia liberale ha segnato, negli ultimi decenni, una decisa accelerazione rispetto ad altri paesi occidentali: ciò ha motivi soprattutto culturali. L’Italia è l’avanguardia del populismo europeo perché è un paese culturalmente indigente. L’indigenza culturale è più grave in termini di scarsissima diffusione del sapere scientifico nella popolazione e, invece, di larghissima diffusione di inane idealismo che informa i discorsi e le azioni di intellettuali e decisori politici e, per riflesso, le simpatie politiche dei loro elettori.  L’idealismo è responsabile della degradazione socioculturale ed economica d’Italia: decisioni politiche puramente e molto spesso opportunisticamente orientate dall’idealismo hanno prodotto e producono esiti inintenzionali, ma è stata ed è la commistione incestuosa fra politica ed economia la causa del declino economico e sociale del nostro paese, dagli anni Settanta a oggi.

Il decisore politico italiano ha voluto mantenere e molto spesso aumentare il grado di intermediazione statale dell’economia nazionale, con l’inevitabile elefantiasi della burocrazia e l’estenuante inefficienza dell’apparato pubblico, che sono alla base della declinante produttività del paese. La tetragona resistenza al cambiamento da parte dei politici ha provocato una cronica inibizione alla libertà economica delle persone, ossia della loro libertà tout court. La vittima è stata la potenziale crescita economica del paese. Una base imponibile sempre più piccola e riducentesi negli anni sta compromettendo lo stesso espletamento di servizi essenziali come la sanità. La politica, di destra come di sinistra, anziché parlare di aumento della capacità produttiva del paese si rifugia nella pratica taumaturgica di una più giusta (leggasi punitiva per i cosiddetti ricchi) ridistribuzione della ricchezza o, nelle sue posizioni più grottesche, nella psichedelia delle cosiddette sovranità (monetaria, economica, istituzionale) come cornucopia sulla terra di ogni ben di Dio.

Destra e sinistra, populiste al midollo, rispondono alle richieste infantili di un popolo degradato a parassita e questuante dicendo: “Lo Stato vi salverà”. Ma il cosiddetto Stato non può salvar nulla e nessuno: avocando a sé indebitamente funzioni che potrebbero essere molto meglio espletate dai singoli individui, debilita sé stesso e la propria credibilità con i propri fallimenti e compromette in questo modo la fiducia che il cittadino potrebbe nutrire per il decisore politico. A questo punto si ha una biforcazione delle tendenze politiche degli italiani: l’apatia, il disinteresse e il qualunquismo, manifestati dall’astensione di massa al voto. E l’effetto paradosso della richiesta o proposta di “più Stato”, rispettivamente da elettori e politici populisti. Il populismo è essenzialmente e mediamente pulsione e orientamento politico di persone reazionarie, anziane, mediamente benestanti. I giovani, soprattutto quelli istruiti, sono aperti al cambiamento e non trovano tuttavia alcuna rappresentanza politica.

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