Esortazione a liberare l’Italia dagli italiani


Nel 1960 mia nonna paterna, da Melicuccà, paesino rurale in provincia di Reggio Calabria, faceva un lungo viaggio in treno verso la Liguria. Lì, in un paese in provincia di Savona, nella Riviera ligure di ponente, il marito, mio nonno Domenico, aveva trovato lavoro e predisposto un piccolo alloggio per la famiglia. Immagino mia nonna, la nonna Rosa, cercare di destreggiarsi alla meglio per non perdere le coincidenze che l’avrebbero portata finalmente a Ceriale, la destinazione del suo viaggio. Era la prima volta che usciva dal paese. Con lei portava due figli piccoli: Maria Domenica, di cinque anni, mia zia, e Giuseppe, di tre anni, mio padre. Posso solo immaginare le condizioni di quel viaggio: le sedute in legno, lo sferragliamento rumoroso dei vagoni, i treni affollati, le grida di bambini, il povero bagaglio da trasportare in una mano e i due figli a cui badare nell’altra. Mia nonna sapeva leggere l’orologio, sapeva scrivere il suo nome, ma era analfabeta. Parlava solo il dialetto calabrese. Era, invece, una cuoca strepitosa. Le bastavano pochi ingredienti – un petto di pollo, due uova, del pan grattato, tre melanzane, dell’olio extravergine d’oliva, una conserva di salsa di pomodori e, ovviamente, l’immancabile peperoncino – per creare qualcosa di speciale. I sapori e gli odori della sua cucina sono tra i ricordi più vividi e teneri della mia infanzia.

Agli immigrati del meridione d’Italia del tempo era riservato lo stesso trattamento riservato oggi agli immigrati stranieri: stipendi bassi, sfruttamento sul lavoro, razzismo. “Non diamo affitto ai meridionali” era una litania che si sentivano dire di continuo i “terroni” arrivati a centinaia di migliaia tra gli anni Cinquanta e gli anni Sessanta nelle città industriali del nord, a Genova, Torino, Milano. L’Italia del tempo era un Paese laborioso e frugale, ma con la voglia matta di migliorarsi. Ciò che veramente importava era il pane e il futuro, e futuro voleva dire soprattutto figli: negli anni Sessanta e Settanta ogni donna italiana ne metteva al mondo, in media, tre. Mio padre ebbe la possibilità di portare a termine le scuole medie inferiori, dopodiché dovette andare a lavorare per contribuire all’economia della famiglia. Imparò il lavoro del panettiere, allora come oggi una professione richiesta ma che impone grandi sacrifici, a sé e ai propri familiari.

Mio nonno Domenico, bracciante agricolo in Calabria, carpentiere in Liguria, ebbe Giuseppe, mio padre, panettiere. In qualche modo sembrava essersi avviato lentamente il meccanismo intergenerazionale del miglioramento sociale: se il lavoro di mio padre avrebbe richiesto a lui e anche alla sua famiglia un sacrificio (come noto, il panettiere lavora la notte e il giorno deve giocoforza dormire), ciò era comunque ben accolto e legittimato dalle prospettive di miglioramento. Ma, in fondo, non c’era alternativa, era necessario farlo: la vita era sacrificio. Malgrado le umili origini e le incerte condizioni socioeconomiche della famiglia si poteva ipotizzare che anche i figli, io e mio fratello Giovanni, avrebbero avuto chances di miglioramento. Dagli anni Settanta in poi, come già accennato, nel Paese cominciarono a instaurarsi i presupposti del declino, concretizzatisi poi in una condizione di paralisi politica e istituzionale attribuibile a una classe politica delinquenziale e mafiosa che improntò la propria azione al clientelismo, al voto di scambio, alla conservazione di un miserabile status quo. Il Paese si arrese al suo funzionamento tribale e mafioso: i gruppi sociali dominanti, che divennero estrattivi, cominciarono a parassitare le ricchezze accumulate con il sacrificio di molti italiani nel secondo dopoguerra e a vivere letteralmente sulle spalle delle nuove generazioni, così come oggi perseguono a farlo, questa volta sulle spoglie esangui del Paese, sul poco che rimane e che puzza già di morto.

In Italia sono necessarie circa cinque generazioni prima che una persona appartenente al 10% delle famiglie più povere possa raggiungere il reddito medio del Paese. L’educazione, che dovrebbe essere lo strumento elettivo per la mobilità sociale, ha subìto disinvestimenti ma, soprattutto, è stata ostaggio dei sindacati e dello spirito reazionario che predomina nel corpo docente. La scuola italiana, anziché ridurre le distanze sociali, le crea7 e una certa dose di responsabilità di questo stato di cose è da attribuire ai docenti, i quali si oppongono, perlopiù per idiota automatismo ideologico, a qualsiasi cambiamento della scuola e del loro lavoro. Purtroppo, per come sono configurati gli incentivi nel Paese, il rent-seeking è il vero traguardo di ogni individuo appartenente a una società dal funzionamento tribale.

Per motivi attribuibili a fortuna e serendipità, io, Domenico, figlio di Giuseppe il panettiere, a sua volta figlio di Domenico il carpentiere, sono riuscito ad accedere a studi superiori: università e dottorato di ricerca. È vero, non ho fatto sicuramente la migliore università né ho fatto la migliore esperienza di dottorato, ma comunque accedere a tale livello di studi rappresenta un innegabile risultato positivo per una persona con la mia estrazione sociale. Ma, come detto, se sono riuscito a ottenere buoni e insperati risultati lo devo esclusivamente alla fortuna, all’intuito e a una certa dose di merito. O forse è stata la “cazzimma”, termine molto evocativo del dialetto napoletano a indicare un atteggiamento testardo e riottoso nel tentare di ottenere le cose, che nel mio caso si riduceva a una certa propensione a non accettare supinamente ciò che risuonava in me come una profezia: Sei destinato alla tua classe sociale e non potrai far nulla per migliorarti. La scuola, infatti, non mi ha aiutato. Il mio percorso scolastico, dalle elementari alle scuole medie superiori, è stato men che mediocre, e tutto faceva suppore che nulla avrei potuto fare per levarmi dal binario morto su cui sembravo saldamente instradato. Mi sentivo in balia di un destino idiota. Un’insperata e imprevedibile deviazione a questa rotta8, come detto, la imposero la fortuna e la “cazzimma”. E la fame. Sì, come mio padre, e prima di lui mio nonno, avevo fame di migliorare, e sebbene sentissi su di me incombente la profezia che seguitava a ricordarmi che per quanto mi fossi impegnato nulla avrei potuto fare per ottenere uno status sociale migliore, una parte di me vi si ribellava. La scuola, che avrebbe dovuto aiutarmi, la scuola progressista che aveva abdicato da tempo a un ruolo educativo fattivo, non faceva invece che ribadirmi, questa volta su un piano istituzionalizzato, la mia appartenenza irreversibile a una classe sociale inferiore. La scuola, malgrado la sua mission educatrice, non seppe dotarmi di strumenti culturali e nozioni sufficienti. Ho dovuto io stesso, negli anni, con notevole dispendio di energia, cercare di colmare le mie profonde e innumerevoli lacune. Quando mi diplomai all’istituto tecnico, all’atto di ritirare il mio diploma, provai una profonda vergogna per il mio stato di ignoranza e per quel fallimento vestito a festa.

Ho intuito precocemente, sin da molto piccolo, le differenze sociali tra le persone. Queste differenze non mi scandalizzavano, non recriminavo velleitariamente contro queste, ma le accettavo come un dato di natura. Ciò che dovevo fare, sebbene non fosse semplice, era provare a migliorarmi. Scambiare il binario, prima che fosse troppo tardi. Malgrado non fossi abituato a studiare, riuscii a superare con successo gli studi universitari, addirittura col pieno dei voti. Fui la prima persona a sorprendermi della mia capacità, evidente già nei primi anni, di superare gli esami con buoni voti. Malgrado avessi avuto serie e fondate cattive opinioni sulle mie capacità e sulla mia volontà, la “cazzimma” e la fame impressero un nuovo corso alla mia vita. In quegli anni avvenne lo scambio di binario: fu come se qualcuno mi avesse salvato all’ultimo momento prendendomi per i capelli.

Vedo ora il miserabile stato morale in cui versa l’Italia, i cui cittadini si sono persuasi che per ottenere un po’ di benessere non debbano sacrificarsi in prima persona, come mio padre, come mio nonno, come gli italiani del secondo dopoguerra, ma che debba essere lo Stato a adoperarsi al loro posto. Un Paese i cui politici, di destra come di sinistra, si sono fatti fautori di questa miserabile morale di parassitismo che spegne in ogni individuo qualsiasi afflato all’autonomia. Un Paese ormai distrutto economicamente dall’immobilità, l’incuria, l’ignoranza, e in cui l’idiozia di massa sta prendendo l’abituale forma dell’estremismo politico. Un Paese la cui classe media declassata, dall’asfittica mentalità piccoloborghese, provinciale, vittimistica, reazionaria, farisaica, essenzialmente fascista, cova insofferenze e risentimenti e si sta facendo irretire da arruffapopolo e pifferai il cui messaggio pedagogico è che la ricchezza può essere creata ex nihilo senza profondere sacrifici, senza dispendio di energia e intelligenza. Un Paese da cui i giovani migliori scappano a centinaia di migliaia. Un Paese in cui fare impresa è impossibile. Un Paese che non crea incentivi a produrre e che ne crea, invece, a iosa per non lavorare e per evadere le tasse. A essere furbi. Perché, come scrisse Prezzolini, il fesso, in Italia, si interessa al problema della produzione della ricchezza, mentre il furbo (diremmo oggi: il sovranista) a quello della ridistribuzione. Un Paese in cui l’ignoranza e l’irrazionalismo di buona parte della sua intellighenzia e di nuovi avventurieri della politica sta prendendo la forma di sciagurate offerte politiche così ben rappresentate da partiti e movimenti sovranisti e populisti, i quali sono la versione solo un poco più grottescamente estremizzata dell’inetta classe politica italiana. Sono una rampante accozzaglia di sciagurati volenterosi ciecamente votati alla distruzione d’Italia: sedicenti intellettuali e filosofi, aspiranti politici e statisti, giornalisti, opinionisti, legulei di provincia, docenti universitari cooptati, una galleria di maschere orrifiche e farsesche da avanspettacolo, di sedicenti patrioti dagli sguardi ebeti e invasati. Un Paese saldamente instradato su un binario morto che lo porterà allo spopolamento, all’impoverimento, a un declino inevitabile. Un Paese i cui giovani si sono in gran parte accontentati della loro meschina condizione di dipendenza dai genitori abbracciando uno stile di vita basato su aperitivi e consumi voluttuari (possibilmente a basso costo), e un orizzonte esistenziale ombelicale e asfittico. Un Paese profondamente ignorante, arrogante, velleitario, rancoroso, ma allo stesso tempo sazio, immobile, feroce e reazionario.

Come non sentire del tutto vana la speranza di uno scambio di binario per il mio Paese? Gli italiani, e solo loro, sono responsabili del loro stato di degrado morale: la questione è culturale e antropologica. Ma il problema a cui ci rivolgiamo potrebbe correre il rischio di non essere nemmeno più un problema. Un problema, per essere tale, deve essere risolvibile. Qualsiasi soluzione possiamo avere in mente potrebbe già essere postuma rispetto all’evento: a che pro una cura antibiotica se la rivolgiamo su un corpo ormai morto? Allora, che fare? Limitarsi alla libellistica e all’invettiva potrebbe essere un mero atto di testimonianza. L’unica possibilità teorica di risorgimento dell’Italia, l’unico modo per salvarla all’ultimo momento prendendola per i capelli potrebbe essere quello di dare finalmente alle forze vitali ancora superstiti nel Paese, rappresentate da giovani e immigrati volenterosi, la possibilità di sprigionare energie creative: solo la fame e il sacrificio possono creare futuro. La parte vecchia, sazia, parassitaria e reazionaria del Paese (non è solo questione anagrafica: molti sono i giovani dall’atteggiamento senile) dovrebbe essere per quanto possibile emarginata, e le risorse dello Stato dovrebbero essere stornate dai parassiti ai produttori. Solo una nuova configurazione di incentivi, che premi il merito e sanzioni i comportamenti antisociali (nepotismo, clientelismo, evasione fiscale, pratiche corruttive) può rimettere il Paese sul binario della modernità. Solo la superstite parte sana del Paese può liberare l’Italia dai barbari interni. Solo i giovani e le persone di buon senso possono sottrare l’Italia al suo destino idiota.

[Tratto da Sovranismo. Un destino idiota, 2022]

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