Avversione alla scienza. Perché gli intellettuali italiani odiano il sapere scientifico.

La prima colpa che le faccio [alla cultura italiana] è di essere refrattaria alla storia naturale, d’ignorare le ere geologiche, il darwinismo, i classificatori del Sette e Ottocento, Malpighi e Spallanzani; la seconda è quella d’una scarsa predisposizione alla cultura economistica e matematica […]. Infine, la cultura italiana è fatta di toc-toc, d’impulsi, di batticuori, della retorica delle buone intenzioni. Manca un sottofondo logico e riflessivo. Non è appoggiata all’esperienza ma al cuore. Il livello dei lettori s’è alzato, ma solo in direzione d’un certo libertinismo, e con forti spinte amatorio-sessuologiche. È rimasta la repulsione verso le scienze biologiche, mediche e cliniche.

Carlo Emilio Gadda, Per favore mi lasci nell’ombra

Il nostro è per la stragrande parte un ceto intellettuale originante da una cultura accademica provinciale poco internazionalizzata e poco aperta alle correnti speculative straniere (in ambito umanistico ma anche in ambito scientifico), e che si è quindi marginalizzata dalla cultura europea e d’oltreoceano; e che, malgrado ciò, trova nel Paese, nelle redazioni dei giornali così come negli studi televisivi, spazio e audience.

Se nel loro pubblico, ossia la “gente”, le fantasie rivoluzionarie sono l’emersione confusa e mal diretta di un pur legittimo afflato di miglioramento, che tuttavia non trova sfogo se non nell’inconcludenza di svolte apocalittiche dell’esistente, queste stesse gesticolanti convulsioni palingenetiche gli autoproclamati intellettuali italiani vestono di un grottesco e muffito intellettualismo imbevuto di idealismo, irrazionalismo e “apocalittismo”, usandolo come un pietoso belletto retorico sulla grottesca inconsistenza intellettuale delle loro asserzioni.

I gravi ritardi del Paese rispetto allo sviluppo di un alfabetismo scientifico diffuso sono noti. Diversi autori si sono attardarti nello studio dei motivi per i quali l’Italia è, dal punto di vista della diffusione della cultura scientifica, un paese indigente. Dal punto di vista educativo nessuna riforma ha segnato un reale progresso nel livello di alfabetizzazione scientifica della popolazione italiana e la nostra scuola rimane ancorata sostanzialmente al profilo pedagogico gentiliano che voleva gli studi umanistici e classici in una posizione di indiscusso privilegio gnoseologico. L’immagine che questi ceti intellettuali hanno della scienza è quella di scienza asservita al capitalismo. La scienza in quanto tale, sotto il velo di un preteso oggettivismo e a-ideologismo, sarebbe l’occulto braccio ideologico del capitalismo o, si direbbe oggi, del neoliberismo. La scienza è, secondo costoro, ideologia, e come tale andrebbe lottata, ossia con le armi della retorica, dell’assiologia, dell’etica. È sufficiente porre alla mente l’ampio séguito che hanno avuto, nel corso della crisi pandemica, gli accessi retorici di Fusaro, Agamben, Cacciari e di molti altri, che hanno riempito quotidiani e siti internet della loro crociata contro la cosiddetta tecnoscienza dei cosiddetti “sieri” (sic) sperimentali e il Green pass, per rendersi conto di come la malattia italiana dell’avversione alla scienza sia un fenomeno carsico che ripercorre sotterraneamente tutta la cultura italiana e la sua tradizione culturale sdilinquita da provinciale autoreferenzialità e inane idealismo. La cultura italiana, stretta tra cattolicesimo da una parte e marxismo, hegelismo e gentilismo dall’altra, ha storicamente fatto della lotta contro la scienza e il progresso tecnologico la sua crociata d’elezione.

Ci si potrebbe chiedere del motivo per il quale il ceto intellettuale italiano sia così imbevuto di “irrazionalismo” o, a dir meglio, dell’avversione alla scienza. Che ci sia stato nel Novecento italiano un esplicito rifiuto della scienza e dei suoi esiti culturali e tecnologici è una tesi che trova ampio riscontro negli studi. Certamente non hanno giocato a nostro favore una serie di fattori, quali la forte arretratezza educativa e di sviluppo tecnologico-industriale dell’Italia che non ha mai seriamente posto l’urgenza della necessità di diffondere la cultura scientifica nella scuola e nella popolazione generale. Non potendo qui fare un’analisi approfondita del tema, che supererebbe non solo lo spazio di questo lavoro ma anche le energie e la preparazione di chi scrive, possiamo nondimeno provare a proporre alcune ipotesi. Due potrebbero essere i motivi, tra loro in vario modo interagenti, alla base dell’avversione alla scienza del nostro ceto intellettuale: i. la quasi completa ignoranza, da parte dei sedicenti intellettuali italiani (e del loro pubblico), di cosa sia effettivamente la scienza; e ii. la sensazione di inettitudine intellettuale derivante da tale ignoranza, che indurrebbe i sedicenti intellettuali italiani ad assumere una posizione di retroguardia e di vuota retorica contro la scienza e i suoi esiti culturali e tecnologici. Non potendo scendere alla discussione sul piano della cultura scientifica (non avendone gli strumenti), gli intellettuali italiani volgerebbero la discussione su altri piani. Non potendo competere con il fisico, il biologo, il medico, l’economista sul piano della cultura i suddetti intellettuali cercano di trarsi dall’impaccio indulgendo al “ricorso a formule generiche che non funzionano come strumenti interpretativi della realtà, ma solo come mezzi di intimidazione, tanto più efficaci quanto più si rivolgono a interlocutori poco provveduti”. Lo schema proposto è quello del Critico o dell’Oppositore, che si scaglia senza tentennamenti o dubbi contro il Male rappresentato, a seconda delle circostanze, dalla medicina, la tecnologia, l’economia o addirittura la modernità, al cui posto si vorrebbe sostituire un mondo ideale del tutto immaginato. L’immagine di intellettuale che ne risulta è quello di un profeta gesticolante che da immaginari roveti ardenti emette anatemi e profezie di disastro su un mondo in rovina poiché tetragono e recalcitrante a adattarsi alle sue idee. Il messaggio pedagogico risultante è, oggi come ieri, segretamente elitario, reazionario e classista. Se per padroneggiare una scienza necessita sì uno studio lungo e, talvolta, difficile e costoso, ma pur sempre alla portata di chiunque sia dotato di doti intellettive adeguate ma, dopotutto, medie, e sufficienti sostanze per pagarsi gli studi; il loro sapere rassomiglia invece alla sapienza esoterica trasmessa all’interno di conventicole orfiche i cui membri vengono cooptati tramite la partecipazione a riti segreti, come a Eleusi 1.500 anni prima di Cristo.

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