Apericena senza Diego (1 e 2)

Apericena senza Diego

1

 

Una birra media. Ambrata, grazie. Minchia, mi fa pisciare un botto quella lì, l’altro giorno, tra l’altro, sai a quella con quel culo incredibile? Sì, quella là, ieri notte poi sono riuscito, pian piano, a convincerla alla fine a farla salire a casa, saranno state le canne, ho dilapidato tutto in fumo per quelle tette, quel culo, quelle labbra, saranno stati quaranta, cinquanta euro di fumo, non ti dico… ma non ti voglio spoilerare il resto però, aspetta un attimo, ché ci servono, ché arriva la cameriera, grazie, no, io l’ambrata, grazie, ci porti mica due stuzzichini? Grazie. Bel culo anche la cameriera, però. Allora, eravamo in macchina, sotto casa, lei molto, diciamo così, disponibile allo scambio interculturale, tra l’altro aveva un profumo veramente incredibile, io non so, non ho mai sentito un profumo di donna del genere, l’abitacolo era pieno di ‘sto profumo, di ‘sta vaniglia, di ‘sto cioccolato, che mi saliva al cervello, mi sentivo le tempie pulsare, sudavo freddo, avevo il cazzo che mi esplodeva, mi son detto, oh, stai calmo, ché qui non fai mica in tempo a menarglielo davanti agli occhi che già gli vieni tra le mani, mica vorrai fare figure di merda del genere, eh? Poi, sai, col problema che ho con mia moglie, che non riesco a farmelo diventare duro da mesi ormai, che mi viene duro giusto la mattina, al risveglio, per la voglia di pisciare… no, in quel frangente mi sentivo decisamente bene, sentivo anzi che da un momento all’altro potevo venirmi nei pantaloni, ce l’avevo veramente marmoreo, ce l’avevo. Ho ripiegato quindi verso i pensieri più tristi che mi venissero in mente, mia moglie, il lavoro, mia suocera… ecco, su mia suocera mi sono decisamente ammosciato, almeno quel tanto da non scoparmela lì, seduta stante, in macchina, ché tra l’altro in quella belin di macchina, piccola com’è, lo sai, non puoi farci molto più che un pompino, cosa che tra l’altro lei non era disposta a fare… Questa cosa qui che lei non voleva farmi un pompino in macchina mi ha un po’ perplesso, eppure gliel’ho chiesto educatamente, diciamo, mica gli ho preso la testa e detto, to! ciuccia! Lo sai come sono io, sono un bravo ragazzo io, eh, ma, mi dicevo, sta’ calmo, magari non è a suo agio, magari non se la sente qui e ora, nonostante si sia abbagasciata in ‘sto modo, diciamo, nonostante quel che si dice di lei, i rumors, malgrado quello che mi ha detto Diego, non vuol dire non sia una ragazza anche, non dico timida, eh, in un certo qual modo e a suo modo ritrosa all’inizio, sulle prime almeno un po’ sul chi va là, sai, a volte succede, lo sai, per poi essere quella che è in realtà, dopo, quando se ne presenta la possibilità, l’occasione, ché lo sai quel che si dice di lei, che è una che mica si fa troppi problemi, non fa mica troppi complimenti, che scopa come lèvati, lo sai cosa dice Diego di lei, lui che ci è stato con lei, che ci ha raccontato di quella faccenda del pompino di mezz’ora, della sborra che alla fine gli è uscita dal naso, a lei, non ci ho dormito tutto l’altro ieri notte a pensare alla sborra che gli esce dal naso, a lei, dal naso gli usciva, mi ha detto Diego. Un po’ deluso da ‘sta faccenda del pompino, proseguiamo comunque a stuzzicarci in macchina, sempre dentro ‘sto cioccolato e ‘sta vaniglia, sempre con ‘sto cazzo da tenere a bada con i pensieri i più tristi possibili – anche se ero ormai a corto di pensieri tristi, avevo veramente esaurito ogni immagine orripilante, l’extrema ratio era stato il culo molle di mia moglie, la cellulite, le sue emorroidi – ma sentivo che stavo veramente superando il punto di non ritorno, che mi sarei scopato anche un armadillo, per dire, anche mia moglie al limite, pensa come stavo messo, al che gli propongo di andare di sopra, ché sopra è meglio, che ho un po’ di vino, che ci facciamo un caffè, quello che vuoi, le canne no, ché son finite, e lei mi fa un sorriso a cinquanta denti che sembrava dire, era ora che me lo chiedevi di andare su da te, sto qua che non vedo proprio l’ora di dartela, ci hai messo un botto a dirmi andiamo su da me. Scendiamo dalla macchina, mano nella mano, io al settimo cielo, non mi toglievo dalla mente la sborra dal naso, cazzo, era proprio una sborra vischiosa odor vaniglia che dalla gola gli usciva dal naso, incredibile, una sborra vaniglia e cioccolato, apro il portone, la faccio andare avanti per le scale, secondo piano, così ho modo di vedergli bene il culo oscillare di qua e di là, ipnoticamente, di qua e di là, di qua e di là, sembrava un cazzo di pendolo sembrava, guarda, non ce la facevo veramente più, ogni gradino era una tortura, ma perché mi son messo dietro, mi chiedevo, ora me la scopo sul pianerottolo, mi dovevo assolutamente controllare, e allora pensavo al modo con cui mi spompina mia moglie, senza amore, senza trasporto, senza fantasia, come se fosse un lavoro, un dovere, ai pompini forzati sembra ogni volta che mi fa un pompino mia moglie, e allora mi si ammosciava un po’, quel tanto da fare in sicurezza l’ultima rampa di scale, cercare e trovare le chiavi di casa, mettere la chiave nella serratura, girare la chiave e aprire la porta. Avendo già previsto il nostro possibile incontro in casa, avevo predisposto un po’ l’ambiente, la casa, lo sai, ovviamente, è la casa di Diego, mica la mia, che me la presta sempre per queste cose, e lei la conosce pure, mi dice, ma non aggiunge altro, si limita a dire, ci sono venuta già qui una volta, dimostrandomi una certa delicatezza, un pudore che mi mette un subbuglio ancora di più gli ormoni. Che dolce che è, me la farei anche dolcemente su un letto di rose, per dire, anche se fino a quel momento era prevalso uno stile un po’ harsh, per così dire, ora virava un po’ al romantico, sebbene la sborra dal naso fosse un pensiero fisso, corollario e premessa a quell’incontro, ora me la sarei baciata lungamente, leccata delicatamente, dall’inguine in su e ritorno, solo questo per mezz’ora, per poi passare decisamente a qualcosa di più robusto, alla sborra dal naso, per dire. Ci mettiamo un po’ a nostro agio, lei dice se può andare un attimo al bagno, sa già dov’è, ché vuole mettersi un po’ in ordine. Gli dico va bene, io intanto preparo un cuba libre. Ne preparo due, mescio bene, metto i due bicchieri sul tavolo di vetro e aspetto. A quel punto sento il bisogno veramente impellente di pisciare, guarda veramente non ce la facevo più, sentivo la vescica pulsarmi, mi doleva anche la pancia, i reni, ce l’avevo duro, durissimo e allo stesso tempo avevo una voglia incredibile e improcrastinabile di pisciare, avevo trascurato quel bisogno fino a quel momento ma quelle maledette tre pinte si sono fatte sentire alla fine, eh, è da casa che non piscio, tre ore che non piscio, cazzo, e ora sono qui che non ce la faccio più, ma quando cazzo esce quella dal bagno, che cazzo sta facendo? Senonché quella esce finalmente dal bagno e mi si presenta lì, completamente nuda, a parte un perizoma nero del tutto insignificante, un rossetto rosso fiammeggiante sulle labbra, le gote generosamente spolverate di fard, gli occhi azzurrissimi, l’odore pungente di vaniglia e cioccolato. Mi dice, voglio farti un pompino, e io, certamente lusingato, gli dico che va bene, ma che ora devo andare assolutamente in bagno a far pipì, ché non ce la faccio veramente più, ché non piscio da tre ore, che le tre pinte hanno fatto il loro corso, ma lei insiste lo stesso, non mi considera per nulla, lo vuole fare ora, voglio farti un pompino subito, qui, voglio farlo qui e ora, se no scoppio. Ma io stavo veramente pisciandomi nei pantaloni, ero io che stavo scoppiando, ma quella cocciuta mi fruga lo stesso nei pantaloni, mi sbottona, mi tira fuori il cazzo, per altro duro come non mai, una cosa da vedere, da non credere, e comincia a farmi un pompino che lèvati, guarda veramente lèvati, non sai cos’era quel pompino, una continua escursione dalla punta del cazzo alla pancia, dalla punta alla pancia, dalla punta alla pancia, altro che quei pompini da suora limitati alla cappella, con la boccuccia a culo di gallina, senza lingua, senza bocca, senza saliva, senza amore, quelli di mia moglie insomma, che me lo ammosciano anziché drizzarmelo, ecco perché ho problemi a farmelo diventare duro, lo credo che non mi veniva duro con mia moglie, ma con lei no, lei veramente un’artista, c’aveva ragione Diego, veramente brava, bravissima, un’artista, e poi che cura, che arte nel guardarmi in faccia, e che contatto visivo poi, due occhi azzurrissimi così, e ci vuole una grande arte, un grande amore a coordinare in quel modo il movimento di bocca, lingua, labbra con il piacere che vedi sul viso dell’altro, questo è amore, altro che quella ai pompini forzati, schifo, se ci penso mi vien da vomitare, mi si ammoscia che nemmeno una confezione di viagra, ma lei no, lei veramente un’idrovora, un pompino così sugoso poi, non so quanta saliva ha perso sul pavimento, una roba veramente incredibile, nemmeno il mio Bull Terrier perde così tanta bava dalla bocca, nemmeno quando gli porto i bocconcini di carne, quelli freschi di manzo della Macelleria Enzo, il macellaio quello buono, sai, quello che ci prepara gli ossibuchi per Natale, incredibile, una pozzanghera era, io ho fatto una grande leva su me stesso per non venirgli subito in bocca, ma sentivo che ero veramente al lumicino, sentivo sotto il cazzo qualcosa che vibrava e spingeva, vibrava e spingeva, sentivo distintamente una specie di protuberanza, una bolla corrermi da sotto, come si chiama, il perineo, andarmi oltre, verso il cazzo, l’asta, pian piano, ma potentemente, poi un bruciore, come se stessi buttando fuori acqua bollente, metallo fuso era, su per l’uretra, e allora non ce l’ho fatta più, non ce l’ho fatta veramente più, ho lasciato ogni resistenza, ogni ormeggio, mi sono totalmente abbandonato al piacere, gli ho detto che stavo venendo, lei come se nulla fosse continuava con la sua perfetta escursione punta-pancia, punta-pancia, punta-pancia, senza esitazione, senza pietà, e ad occhi chiusi cominciai a svuotarmi, mi sentivo letteralmente esplodere dal cazzo, e continuavo, e continuavo ancora, a svuotarmi, una cosa veramente mai vista, avere una cosa così duratura, così voluminosa, sicuramente gli uscirà altro che dal naso, dagli occhi gli esce a quella, cazzo, apro gli occhi, per godermi lo spettacolo, la sborra che gli esce dal naso, la sborra che gli esce dagli occhi, e non vedo invece che gli sto pisciando in bocca, che gli sto pisciando dal naso, quindi per terra, nella pozzanghera, tutto il piscio che avevo nella vescica, l’odore del piscio misto a quello del cioccolato e della vaniglia e della saliva, a saturare tutto l’ambiente, e che lei continua lo stesso a ciucciare e spurgare dal naso, ciucciare e spurgare, ciucciare e spurgare, possibile che non si accorge che gli piscio dentro, possibile che non si accorge di nulla? Allora rido, rido, mi metto letteralmente a gridare e a ridere, e lei niente, continua imperterrita, senza pietà, come se nulla fosse, un’idrovora, a ciucciare e spurgare, ciucciare e spurgare, e io pure continuo imperterrito, come un pazzo, a ridere, ridere e gridare, ridere e pisciare.

 

 

Apericena senza Diego

2

 

Sono andato con Diego, a passeggiare. Ci vado ogni mercoledì, alle diciotto. Io quando vado a passeggiare con Diego, è sempre lui a dirigere la discussione, non si cura affatto che, a rigore, trattasi sempre di monologo e non di dialogo, ma lui procede noncurante nella sua logorrea, tanto da indurmi alla fine a cercare io in qualche modo di interessarmi a quel che dice lui, cosa che poi non avviene sempre e in tutti i casi in verità, nondimeno l’ultima volta, durante la nostra ultima passeggiata e gli incontri seguenti, mi sono effettivamente interessato, e molto, alla discussione, o meglio al monologo, che poi ha avuto modo di precisarsi completamente nelle visite a casa sua, il quale monologo, appunto, ha preso una piega decisamente interessante, tanto che ora con te mi permetto io forse di tediarti con questa sua lunga riproposizione. Per giunta, il suo passo è sempre decisamente più ampio e frequente del mio, e quindi mi trovo nell’incomoda posizione di chi deve ascoltare e capire, e al contempo tenere il ritmo. Cosa che mi causa notevoli frustrazioni, visto che, quando il discorso, in questo caso il monologo, si fa più complesso, necessita che la mia concentrazione debba aumentare, cosa che poi ha effetti negativi sulla frequenza del mio incedere. Dovendo quindi riprendere il passo del mio interlocutore, cercando di colmare in fretta la distanza, seppur breve, che ci separa, devo di necessità ridurre l’attenzione e aumentare il ritmo. Ne consegue quindi globalmente una qualità della compressione ad andamento sinusale, con evidenti lacune che devo, ex post, colmare e integrare, rendere intellegibili e armonizzare rispetto alla totalità del discorso. In lui, invece, il passo e il pensiero sembrano procedere di conserva, svilupparsi assieme, avere scaturigini comuni; sembrano anzi darsi manforte, tanto che, più va veloce, più il suo pensiero si acuisce e meglio si precisa. Ma permettimi di fare prima un breve prologo al suo monologo, tanto necessario quanto, appunto, forse tedioso. Di questo ti chiedo subito scusa, ma una certa acribia nel riportarti i particolari del retroscena psicologico e filosofico sarà necessaria per la piena intelligenza del contenuto del monologo. Al seminario, come sai, è stato oggetto di continue contumelie da parte dei suoi pari, gli studenti di teologia, i novizi, via via sfociate in una vera e propria persecuzione organizzata nei suoi confronti; a questa, come sai, è seguita la sua emarginazione, che ne ha determinato, infine, l’espulsione dal seminario, e quindi, forse, la sua conseguente depressione, la terribile accidia, così Diego. Lui dice sempre, lo sai, che il sociale è il luogo del falso, che il diavolo separa sempre dove può separare, che è la sua natura, e che anzi questa è una legge assolutamente deterministica e fatale. Dove c’è gruppo c’è separazione, dove c’è separazione non c’è unità, quindi verità, così Diego. La verità, per definizione, è un tutto non una parte, le verità di parte, la verità partigiana, la mia verità, è per definizione pervertimento, anzi adulterazione, traviamento della verità, perché di essa simulacro, luciferina, macchiettistica simulazione, così Diego. Dio, invece, sussurra nell’animo dell’uomo raccolto in solitudine, e il sociale attenta sempre, insonne, a questa corrispondenza, ed è anzi l’estinzione dell’Io la condizione minima seppure non bastevole all’instaurazione di questa vicendevole assimilazione. In seminario, come sai, si batté, Diego, contro il neoarianesimo, serpeggiante e ora imperante, tanto da aver intriso ogni terreno, anche il più fecondo di genuina dottrina, anche le menti fresche dei novizi, anche quella dei sedicenti credenti e delle loro sedicenti guide. Non più Cristo ma Gesù di Nazareth, non più figlio di Dio, uno con il Padre, ma figlio degenere, diversa sostanza da quella del Padre, propaggine divina tralignata, questo è, in sintesi, il cristianesimo di oggi, così Diego. Le guide, gli alti prelati, i vescovi, gli arcivescovi, i cardinali, insomma tutta la gerarchia ecclesiastica è ormai in mano agli eresiarchi, persone che pur di vendere la chiesa al popolo minuto e vasto hanno apostatato e ripudiato Cristo, così Diego. Come sai, Diego ha solide pezze d’appoggio a supporto della sua teologia: Meister Eckhart, in primo luogo, ma tutta la grande tradizione della mistica d’Occidente, lascito, precipitato e sviluppo diretto, come sai, della grande tradizione della filosofia greca, che ha il suo climax, per così dire, nel neoplatonismo, con Plotino e, in particolare, con il suo allievo, esegeta e organizzatore, Porfirio di Tiro, e alla sua continuazione nei padri della chiesa, da Agostino in poi. L’estinzione della volizione, di ogni atto di volontà, questo è in nuce l’insegnamento di Cristo, così Diego, una strada difficilmente percorribile, va da sé, una filosofia del tutto inoperante secondo alcuni, nondimeno l’unica strada da percorre, così Diego, perché l’alternativa sarebbe il protervo rifiuto della verità, la cui ipostatizzazione è condizione preliminare e necessaria a ogni retto pensare, alla salvezza stessa, all’insegnamento cristiano. Dio pretende il nostro deliberato annichilimento per empirci di sé, così Diego: che ci si faccia da lato, questo pretende Dio da noi. Perché tutto ciò che facciamo, tutto ciò che pensiamo non può essere che male, o un eteroclito di male e bene, e soltanto chiamandoci fuori è possibile l’intromissione di Dio, soltanto dove non c’è un Io che pretende, che vuole, che desidera, Dio può esistere. Ma Diego, come sai, langue in accidia, e non si muove più dal letto, o meglio i suoi movimenti si limitano al tragitto letto-bagno e letto-cucina, quando si vuole concedere un pasto, sempre più raramente, a dire il vero – tanto che io sono molto preoccupato che possa morire di inedia – né accoglie più nessuno a casa, se non il sottoscritto, in quanto solo a me ha concesso di recarmi da lui, anche per portargli quel mimino di vettovaglie, quei pochi alimenti a lunga conservazione non deperibili che si concede, assieme al pane di segale, che si impasta e cuoce personalmente, rifiutando invece categoricamente, chissà perché, il pane bianco. La cagionevolezza fisica va di pari passo con quella mentale: dice di parlare col diavolo, di scrivere sotto sua dettatura, e di quella corrispondenza mi ha voluto attento e riservato testimone, trasmettendomi a ogni nostro incontro l’aggiornamento di quelle rivelazioni su fogli su cui di volta in volta ha scritto con grafia convulsa e talvolta indecifrabile. Con l’ultimo incontro siamo arrivati all’ultima di queste dettature; questi ultimi fogli ho messo assieme agli altri, e dopo loro preliminare compulsione e successiva attenta disamina ne ho tratto il digesto, la summa, e ne ho fatto una riduzione letteraria ma non per questo non conforme al tono e alla concitazione del detto orale. Non ho messo nulla di mio, e se ha tratti ho dovuto interpretare la grafia e colmare lacune, nonché cercare di comprendere ciò che a me risultava di difficile comprensione, l’ho fatto io credo genuinamente, a verace testimonianza di quel dolore, senza voler mai tradirlo.

Il discorso del diavolo

Cara, bella anima mia, non ritieni d’essere un po’ grandicella per credere a tutte queste storie? No, non ti sto parlando dell’esistenza di Dio: che Dio esista, cara la mia bella anima, è vero quanto è vero che io esisto. La mia tangibilità, tanto evidente ora davanti ai tuoi occhi, tu non puoi negarmela. Allo stesso modo, fidati di me, Dio esiste. Io ne sono in qualche modo la prova capovolta, il negativo, la faccia ribaltata. Oh, non sai quanto Egli sia. Anzi, Egli è, Egli è veramente troppo. La sua esistenza è cioè allo stesso tempo limitatissima e sovrabbondante, diciamo pure limitata ad essere veramente troppo assoluta. La sua sovrabbondanza, la sua assolutezza sono davvero opprimenti. Me lo vedo ovunque, inciampo continuamente su di lui, me lo trovo tra i piedi ad ogni passo, mi fa ingambare nei momenti meno opportuni, e non faccio in tempo a calciarlo via, che subito me lo ritrovo alle scapole, pronto ad assalirmi con le sue assillanti e assurde pretese. È davvero persecutorio, Dio. Ma la sua esistenza, come ti dicevo, cara la mia bella anima, basta a se stessa. A ben vedere, il suo assenteismo non ha nessun alibi, se non la giustificazione della dottrina del libero arbitrio, che grava sul capo di ognuno di voi. Mah! Bello sforzo ha fatto per scaricare su di voi, belle anime mie, tutta la sua assenza, tutta la sua irresponsabilità! Quale mancanza di pudore! Vi ha detto: siate liberi, siate responsabili! In tal modo ha potuto conseguire un duplice scopo, del tutto impunemente, ça va sans dire: starsene rincantucciato nella sua esistenza assoluta, nella sua solitudine allegra e bambina (perché, forse tu non lo sai, ma Dio gioca, Dio gioca sempre), del tutto impartecipe del vostro dolore, della vostra solitudine, chiamandosi fuori da ogni responsabilità di creatore, e comminarvi a suo piacere le pene più atroci, non ultima quella più sottilmente sadica, ossia la sua fattiva assenza, in ragione di quella stessa libertà che dice di avervi donato! Bisognerebbe gridare vendetta per questo raggiro, per questa truffa! Ma voi siete convinti di essere liberi, vi piace la vostra millantata libertà, vi piace sentirvi responsabili della vostra vita, e siete felici di riconoscere la giustizia o la grazia di Dio, che come pioggia o luce del sole cade su tutti, giusti e ingiusti. Ma voi non siete liberi! Mai lo siete stati e mai lo sarete! Nascete da un padre e una madre, si spera sani di mente. Ma, ovviamente – guardati un po’ in giro – la gran parte delle persone non è sana di mente, tutti essendo portatori, chi più chi meno, di una rogna che si tramanda di generazione in generazione. Di questo si deve dare atto a Dio: il peccato è veramente originale, connaturato geneticamente all’uomo, alla sua carne. Ma proprio per questo tu, anima bella, non sei libera! Tu, anima bella, non puoi scegliere volontariamente il bene e rifiutare deliberatamente il male! Sei un automa, un meccanismo la cui ingranatura ignori completamente, un ammasso di cellule e neuroni di cui intuisci soltanto l’aleatorietà ma del quale non hai reale contezza in termini di forma, funzionamento, finalità! Quando hai scelto il bene, non sei tu ad averlo scelto, ma qualcosa che ti trascende ha già preso il tuo posto, avocando a sé quella decisione ben prima che potesse palesarsi alla tua coscienza. Allo stesso modo il male è un esito quanto il bene di un meccanismo aleatorio, che da nessun viene agito ma che semplicemente è, accade, come accade che una mela cada da un albero. Tutto avviene come su un palcoscenico: questo spettacolo, credimi, non è per nulla edificante. L’unico spettatore è Dio, che si sbellica dalle risate dinanzi a una messa in scena davvero grottesca, in cui si vede l’uomo arrabattarsi nei modi più inverecondi pur di piacerGli o di dispiacerGli. Perché sì, in fondo tutti, atei, agnostici, credenti, tutti sanno che Dio esiste. Molti si fanno renitenti alla sua assillante esistenza, alle sue assurde leggi, al suo atteggiamento persecutorio, alla sua ignobile e inspiegabile assenza, e da eterni, riottosi adolescenti trovano un sordido piacere a dispiacerGli. Altri, invece, tentano di farselo amico o si atteggiano a preti mancati, ma la loro è solo una trita posa, una ridicola adesione ad aspettative fallaci basata su un’intelligenza di Dio per nulla conforme alla realtà: sono un profluvio di buone parole, si acconciano a individui pii e morigerati, pieni di buoni propositi, visioni meditate, punti di vista moderati, e non sanno che Dio non è un attento centellinatore di parole, un fautore dei buoni propositi, un cauto mediatore, ma piuttosto un violento, un giudicatore tranciante, un sadico, un fanatico estremista di un unico punto di vista, il suo, un vendicatore a sangue caldo, il re degli eserciti che non ammette partigianerie di sorta, o verità di parte di qualsivoglia tipo, che non siano la propria parte, la propria verità, perché Egli non è parte di nulla ma è Tutto, e al di fuori di Tutto non c’è nulla, cioè voi, care anime belle, creature dell’Increato! Perché l’amore di Dio corrisponde all’annichilimento dell’uomo e il creato a una sua vertiginosa, a detta di alcuni amorevole e inusitata riduzione. Ma tutto questo dovrà essere risarcito, tutto ciò avrà un termine, tutto sarà presto riassorbito in un unico Uno, nell’alfa e l’omega, nelle viscere maleodoranti di Dio! Ma se Cristo vi ha già salvati (anche se nessuno verrà mai da voi a porvi una mano sul capo o a dirvi potentemente Thalita kumi!), cosa vi resta da fare, cosa ve ne fate di questa inane salvezza da quattro soldi? Siete disperati lo stesso. L’universo rimane un posto freddo e inospitale, abitato solo dall’inerte materia descritta dalla fisica delle particelle, il vostro corpo è parimenti un ammasso apparentemente ordinato di cellule, ma sempre pronto a sviluppare malattie, che prima o poi avranno la meglio sulla vostra vita. Il significato che vi date è sempre soggetto a continue rettifiche, a repentini, spesso radicali cambi di vista. Quante volte sentiamo dire: “Io vivo per questo”, “Io vivo per i miei figli”, “Io vivo per il mio lavoro”. È del tutto evidente che nessuno può bastare a se stesso. Ma come rispondere a questo innato bisogno di trascendenza dell’uomo, a questa noia che l’uomo nutre per se stesso, a questa uggia per l’esistenza, a questo sguardo in tralice per sé e per gli altri, se l’idea di Dio è del tutto inoperante, se la sua esistenza vi annichilisce e vi umilia, se il ritorno di Cristo si è fatto attendere per più di duemila anni e ancora nulla si vede all’orizzonte, e nulla fa presagire che le cose possano prendere una direzione diversa? Le cose ultime ci saranno, il mondo collasserà certamente prima o poi, ma nessuno ne è più in trepidante attesa. Tutto è sprofondato nella coscienza di esistere qui e ora: questo sentimento di esistere è davvero intollerabile per la maggior parte di voi. E qui intervengo io, belle anime mie. Io vi do la luce, la conoscenza, la capacità di manipolare la materia, di godere dei manufatti e dei corpi. In fondo, pensaci su: tutto è bene sotto il sole. È stato detto: Ama e fa’ quel che vuoi. Il principio è questo: se godi e ciò non implica il tuo o l’altrui danno, allora tale godimento è buono. Io, a differenza di ciò che si dice generalmente in giro sul mio conto, sono un umanista, un ecologista, un animalista, un pacifista, un antirazzista, un esegeta delle sacre scritture di tutte le religioni del mondo. E, soprattutto, io sì che posso fregiarmi del titolo di vero fanatico dell’uomo. Io solo voglio liberarlo dal peso sisifico che ha deciso di portarsi sul groppo da quando è nato, dalla soma del senso di colpa di esistere, dai lacci che gli impediscono di dispiegare completamente la capacità di fare il bene, di creare un mondo in cui non vi siano più discriminazioni per ragioni di denaro, razza, etnia, un mondo in cui ogni essere umano abbia le stesse possibilità di progredire, socialmente ed economicamente, un mondo governato dalla giustizia, dalla pace, dall’uguaglianza, dalla prosperità! Mentre Dio cosa vi ha promesso? La Verità, la spada, la separazione del fratello dal fratello, del padre dal figlio, della suocera dalla nuora, e un profondo e inestirpabile odio per le cose di quaggiù, una cocciuta e offensiva disistima per ciò che è veramente e genuinamente umano! Lui nell’uomo ama solo sé stesso, il suo rispecchiamento narcisistico. Invece, io vi porto l’amore per il mondo, la fede nel progresso, le magnifiche sorti e progressive dell’essere umano proiettato nel futuro come una lancia nel culo di Dio!

 

Il discorso del diavolo termina pressappoco così. Un discorso, secondo Diego, per nulla aporetico, al contrario del tutto razionale, intellegibile, consequenziale, di senso comune. Questo buon senso sbugiarda la mia stessa vita, le mie scelte, le mie abiure, così Diego. Queste sono state le sue ultime parole, poi soltanto mutismo, uno sguardo vitreo alla finestra. Ho saputo che è stato sottoposto a un trattamento sanitario obbligatorio e che ora è ricoverato coattivamente al reparto psichiatrico.

In itinere

Solo ora

Ho accettato

Di compromettermi

Con il mondo

 

La realtà pretendeva

D’essere riferita

Ma prima ancora

D’essere accettata

 

Soltanto comprendendola

Come indiscutibilmente

Rappresentazione del bene

La realtà vuole

Che la si rappresenti

 

Soltanto chi pretende

Per sé purezza

Può farsi voce

Della realtà

 

La verità della realtà

È nella sua rappresentabilità

 

Gli strumenti al servizio

Della verità della realtà

Sono un armamentario

Al servizio della finzione

 

Compromettersi con il mondo

Corrisponde a partecipare

A questa finzione

 

La realtà pretende

Una sovranità assoluta

Sulla nostra capacità

Di riferirla

 

La realtà spaccia per smussati

E accoglienti gli spigoli vivi

Le asperità della sua verità

 

La realtà vorrebbe

Simularsi cuna continuamente

Laddove è spina, pungiglione

 

La realtà pretende per sé

Una natura indelibata

Che la nostra purezza a sua immagine

Dovrebbe restituire

Né assaporata né conosciuta

 

Tra referente e riferito

Un gioco di specchi vuoti

Rimando infinito

A un insuperabile nulla

 

Lo sfondo impassibile della realtà

È la Verità da lei negata

 

La verità della realtà

È la necessità del sociale

 

Il sociale è il vuoto

Rimandato da muti specchi

 

Il gioco di rimando

Che fa del sociale un divertimento

È una deriva idiota

Una rotta all’insignificanza

 

Il dialogo è il monologo

A cui è stata sottratta

L’esperienza del silenzio

 

La sciatteria del dialogo

Sta nella pretesa di ragione

Dei due dialoganti

 

Ogni dialogo è una finzione

Ogni dialogante un farabutto

 

Degno di fede è solo

Chi parli ex cathedra

O chi stia solo in un bosco

 

Il dialogo riposa

Sul principio di non contraddizione

Il bosco sulla coincidenza degli opposti

 

La realtà osserva

L’osservatore balbettare

E ride

Disforia di Genova

Genova, che tanto lascia quanto trattiene, essendo il suo un gioco a somma zero, sì che a vederla il sentimento non sa se indugiare nella repulsione o nel molle abbandono, maldestramente dissimula innate xenofobie inscenando goffamente accoglienze anfitrioniche e invereconde velleità turistiche. Ma così come un cadavere, per quanto imbellettato, non possa mai dirsi vivo né morente, allo stesso modo Genova, per quanto si sforzi a sembrarlo, non può dirsi mai accogliente. Oste poco indulgente nei confronti dei suoi ospiti, siano questi gli stanziali o i passanti, non fa né figli né figliastri, ma equanimemente considera tutti alla stessa stregua, nulla, poco più di nulla, tutti nella stessa melassa indistinta.

Ma ciò che è più deplorevole è la deliberata degradazione linguistica a cui Genova sottopone sistematicamente sé stessa: il faro degradato a lanterna, il ponte, ahimè ruinato, sardonicamente appellato “di Brooklyn”, in una coazione a ricondurre tutto in un àmbito di asfittica e nauseante familiarità, in cui nessuna altezza né bassezza, ma solo una premeditata e programmatica mediocrità.

In Genova, occulta capitale libidica, foro di diuturno mercimonio sessuale, in pieno giorno, al riparo dall’indiscreta luce del sole, i caruggi fan da talamo ad africane, grassocce cunnivendole con mori e bitorzoluti culi mollemente poggiati su muri scalcinati. Vicino un cane orina dove prima è passato il ratto, poco lontano da dove ha vomitato l’alcolizzato, nei pressi in cui ha eiaculato il vecchio. Nell’eteroclita commistione di umori e odori, solo la persona fermamente risoluta a liberarsi dal peso soverchiante di una dipendenza sessuale riesce nell’eroica impresa di turgidirselo qual tanto da consumare un amplesso così incidentato.

[Continua]

Disforia di Genova

Noi Genovesi di Genova amiamo le decrepitezze e odiamo gli splendori. Soltanto ai foresti vediamo spalancarsi la bocca dinanzi le architetture ora austere ora barocche, le sue fughe ascensionali, le vertigini sinestesiche di balugine calura macaia. Noi, decisamente avvezzi all’irrealtà di quella bellezza, al di là della patina translucida, la cataratta turistica che obnubila e decide munificenze e splendori venali vediamo cospirare decadenze e putrefazioni ben più reali: non belezza ma estreme e postume convulsioni di vitalità preterite, potenze da millenni ormai degradate a estenuazioni fine vita, timidezze e agonie in luogo della superbia che fu. Non l’intemperanza riottosa di giovani e violente generazioni proiettate alla conquista del Corno d’Oro ma claudicazioni geriatriche farmacodipendenti, non la tonitruante voce del conquistatore talassico ma il grugno querulo proteso in avanti in atto di continuo mugugno. Più agevolmente e di buon grado guadiamo il centro storico, smemorandoci di dove stavamo andando e donde venivamo, assuefandoci a odori i più antipodici tra loro, siano gli effluvi urinari di cani commisto ai fumi dei kebabbari, l’incenso, gli olezzi culinari di antiche e fruste osterie; di gran lunga preferiamo questi al farci inebetire da un sole impietoso, dardeggiante sebbene le ore tardo pomeridiane, assai meglio sono per noi i dedalici caruggi confinati e umbratili alle sfacciate e trionfali aperture portuali.

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Sovranismo o liberismo. Politica o efficientismo.

Nel liberismo economico l’efficiente allocazione delle risorse assume valore assiologico. Si suppone, cioè, che se le risorse, per loro natura scarse, sono sfruttate dagli agenti economici più efficienti, allora il sistema economico nel suo complesso funzionerà meglio, sarà più giusto, e getterà le basi per un circolo virtuoso di sostenuta crescita economica che avrà effetti positivi per tutti, a prescindere dalla posizione sociale degli agenti economici coinvolti. La ricchezza prodotta si diffonderà per così dire a macchia d’olio su tutta la società. È vero, i più efficienti ne attingeranno in misura maggiore, i meno efficienti in misura minore, ma tutti ultimamente ne trarranno beneficio, a misura del proprio merito. Alla base delle recessioni, infatti, ci sarebbero, nella gran parte dei casi, inadeguate allocazioni di risorse, in altri termini un’offerta inadeguata alla domanda del mercato. Basterà quindi migliorare l’offerta e la crisi passerà.

Questa nozione, a ben vedere, per essere operativa deve formulare il corollario dell’assenza della divisione in classi della società e quindi della negazione del conflitto fra capitale e lavoro. Ma se rifiutiamo tale istanza, tuttavia, risultando del tutto ovvia l’esistenza di tale conflitto, il concetto secondo il quale l’efficiente sfruttamento delle risorse produce immancabilmente ricchezza per tutti deve essere a fortiori fallace: infatti, come potrebbe essere vera una proposizione (il liberoscambismo produce benessere sociale per tutti) che prende le mosse da un presupposto falso (la divisione in classi della società non esiste)? Qualcuno potrebbe obiettare che la società è bensì divisa in classi ma che in un sistema economico in cui viga una totale liberalizzazione di beni e servizi e che sia totalmente aperto al commercio estero (senza eccessive imposte doganali) il conflitto tra classi è attenuato a misura della ricchezza che viene creata e in qualche modo condivisa (sia pure asimmetricamente) tra i vari agenti economici che possono liberamente partecipare all’attività economica pienamente deregolamentata. Empiricamente, tuttavia, si può vedere come le società in cui il liberismo trova migliore concretizzazione siano di gran lunga quelle in cui l’ingiustizia sociale assume dimensioni intollerabili. Da quanto precede si evince che non sole le classi sociali esistono ma che le classi sociali meno abbienti soffrono di più nei sistemi liberali. Quindi la nozione di classi sociali è una categoria ermeneutica preziosa per il disvelamento delle pretese neutralità e naturalità del liberismo economico.

La proposta relazione causale tra efficienza allocativa delle risorse e giustizia sociale è una maldestra operazione ideologica di mascheramento dell’ideologia liberale. Tale ideologia si chiama efficientismo.

L’efficientismo è l’ideologia dell’attuale sinistra.

L’efficientismo, secondo l’ossimorica sinistra liberista, produrrebbe giustizia sociale in un sistema pienamente competitivo, e se non l’ha ancora prodotta, è perché evidentemente il sistema economico non è abbastanza competitivo. In tal caso, sarà necessario fare le opportune riforme strutturali per liberalizzare il sistema economico, tali da permettere la rimozione, per quanto possibile, di tutti gli impacci che potrebbero compromettere l’efficienza di sfruttamento delle risorse disponibili da parte dei meritevoli.

L’efficientismo, secondo l’antifrastica sinistra liberista à la page, produrrebbe giustizia, anzi è esso stesso sinonimo di bene, di giustizia, ad onta del fatto che le circostanze siano del tutto opposte e che l’impoverimento sia talmente generalizzato da rendere risibile la nozione stessa di classe media, tanto è letteralmente scomparsa in gran parte d’Europa.

L’efficientismo, secondo la vergognosa e ignobile sinistra d’oggi, sia sedicente radicale sia sedicente moderata, sia parlamentare sia extraparlamentare, è la sovraordinazione ideologica del meccanismo sulla libera scelta politica orientata al bene.

L’efficientismo, questo nichilismo che ha intriso la sinistra annichilendola, presuppone l’assenza della politica, quindi dello Stato, tollerandone a stento una forma anodina, uno Stato le cui più precipue prerogative siano state demandate al meccanismo, all’anonimo e anomico dispiegarsi degli spiriti animali degli agenti economici.

L’efficientismo è l’idolo totemico di una sinistra idolatra del mercantilismo, luciferinamente intenta al totale pervertimento di sé nella farisaica promozione di cosiddetti diritti civili di modaiole minoranze, occasioni buone solo a far parlare i gonzi, i giornalisti, i sedicenti intellettuali, e i loro sciagurati epigoni.

L’efficientismo affida il destino dei popoli all’aleatorietà del meccanismo.

Ma quali sono le cause di tale orizzonte di desolazione?

Papa Francesco dice qui (https://www.youtube.com/watch?v=v4eagiChbcE) che l’iniquità dell’economia uccide ed è radice di tutti i mali. In questa frase, apparentemente condivisibile, si nascondono l’eresia e l’apostasia, nonché il pervertimento a cui è giunto l’insegnamento cristiano, anche per bocca dei suoi più alti pastori. L’iniquità non produce il male ma è il male che produce iniquità. Il male è una forza viva e operante nel mondo e negarlo come tale ribalta completamente i termini della rivelazione cristiana. Non bisogna fare il bene per convertirsi, come dice incautamente e demagogicamente Francesco, che è, da molti punti di vista, il papa più populista che il cattolicesimo abbia mai avuto, è bensì necessario convertirsi, dopodiché non si potrà fare che il bene, sempre nei limiti della conversione conseguita, che non è mai un traguardo ma un divenire incerto. Il cristianesimo non è l’amore dell’altro da sé ma la fede in Cristo Re dell’Universo. La fede e l’amore in Cristo ci permettono di sopportare la legge di amare l’altro per amore di Lui. Solo Cristo è mediatore affidabile e infallibile dell’amore tra noi e gli altri. Dire che il cristianesimo insegna essenzialmente l’amore dell’altro da sé è una dichiarazione di apostasia.

Perché possa esservi negazione dell’esistenza del male come forza operante nel mondo è necessario mettere in dubbio la capacità dell’uomo di discriminare il bene dal male, in definitiva è necessario sostituire all’homo politicus l’homo oeconomicus. L’ homo politicus è essenzialmente homo religiosus: egli sa bene che ogni sua decisione sarà presa in timore e tremore, perché la bontà della sua scelta è sempre incerta e l’eterogenesi dei fini sempre in agguato. Nondimeno egli non rinuncerà a questo selvaggio dolore di essere uomini, perché è del tutto consapevole che alta è la dignità dell’uomo che ha timore di non essere conforme alla giustizia. L’homo oeconomicus, invece, idolatra dell’efficientismo, si affranca dall’assiologia, dalla paura di poter incorrere in questa difformità rispetto al bene, dal dover scegliere questo piuttosto che quello, affidandosi al meccanismo. Ci pensi il meccanismo a scegliere il meritevole e a condannare chi non lo è. Ne consegue che il liberoscambismo e l’annichilimento dello Stato implicano la negazione più assoluta della politica e dell’etica, e della dignità dell’uomo.

La crisi che stiamo attraversando ha quindi radici assai profonde, che possono essere rintracciate nel relativismo valoriale e ipostatizzate dall’apostasia alla religione cristiana, ormai consumatasi definitivamente. Oggi all’uomo non è chiesto di essere buono ma di essere efficiente, e l’essere efficiente assume un paradossale valore assiologico, laddove, come scrisse bene Nicolás Gómez Dávila, l’uomo efficiente rappresenta invece un rischio per gli altri uomini. Il nichilismo, il prodotto diretto del relativismo, che è ultimamente la negazione della capacità dell’uomo di stabilire ciò che è bene e ciò che è male, produce nell’uomo pulsione di morte e rifiuto della vita, nella misura in cui la vita non ha un valore assoluto in quanto non fondata trascendentemente. L’uomo, avvertendo tale infondatezza, cerca disperatamente appigli altrove, nella cultura, nell’altruismo, nell’accoglienza. Ma se la cultura non è garanzia di nulla, perseverare su istanze vagamente e cosmeticamente etiche come l’altruismo e l’accoglienza non è letteralmente possibile, in quanto solo Cristo, che l’uomo ha rifiutato, è mediatore affidabile e infallibile dell’amore tra noi e gli altri.

Se quanto scritto è in parte vero, ne consegue che, oggi, il sovranismo genuinamente inteso è un valore in sé e anche un valore cristiano (vedi anche qui https://www.youtube.com/watch?v=KaEWtNJLA-w), forse l’unica prova affidabile che l’homo politicus e quindi l’homo religiosus non sono definitivamente estinti.

Asperger (1)

La sindrome di Asperger rientra nello “spettro” autistico, un continuum di manifestazioni e presentazioni, più o meno patologiche, che vanno dal soggetto autistico grave, con grave disabilità intellettiva e assenza di linguaggio, a forme più benigne, talvolta difficilmente ascrivibili, a un’analisi superficiale, a ciò che comunemente intendiamo con la parola autismo, che pur condividono con le forme d’autismo più grave caratteristiche e modalità funzionali. Molti ne parlano, più o meno avvedutamente; i più nefasti, talvolta, sono proprio i genitori delle persone Asperger. In genere si tratta di persone ansiose che hanno accettato di medicalizzare l’intera esistenza dei loro figli, pur di illudersi di dotare loro di quegli strumenti sociali per sopravvivere tra i cosiddetti neurotipici. Si ritiene, forse a ragione, che l’aver ricevuto diagnosi, anche in fase adulta, permetta di ridurre incresciose e oggettivamente dolorose circostanze, quale il senso di colpa e di profonda inettitudine sociale, che avvelenano l’esistenza delle persone Asperger, tanto da ingenerare tedio per la vita, depressione, odio per sé stessi, ideazioni suicidarie. Ma il prezzo della medicalizzazione è salato: la persona etichettata Asperger, da quel momento in poi, volente o nolente malata a tutti gli effetti, assumerà più o meno consciamente l’abito del malato; addirittura, essendo in genere una persona maggiormente letterata della media, approfondirà tanto l’argomento da diventarne un vero esperto, e avendone individuate le più minute caratteristiche comportamentali si conformerà a quelle, aderendo a un’immagine di sé finalmente chiara e definita, anzi codificata dai manuali diagnostici, ancorché posticcia e di fatto falsa. L’essere divenuti fedeli rappresentazioni di ciò che è chiaramente definito nei manuali e, anche, conoscere altre persone Asperger, stemperano un poco quell’uggia per la vita che sin da bambino la persona Asperger sentiva nella propria anima e che era motivo di tanta infelicità. Un bambino del genere si sente vecchio anzitempo e invidia la vitalità, non solo sociale ma anche fisica, dei suoi coetanei, dai quali è escluso per motivi che ignora, e che solo in un secondo momento riconoscerà in una difettosa reciprocità sociale e nella sua grottesca ingenuità, delle quali intuisce la sua unica e piena responsabilità. Lui è difettoso e la colpa non può essere che sua. Il senso di colpa che ne deriva, ancorché crudele e ingiusto, se non sarà neutralizzato dalla medicalizzazione, lo indurrà forzatamente in un percorso di soggettivazione volto a migliorarne le prestazioni sociali. Lui sa perfettamente che deve compensare dei difetti che gli precludono lo stesso contatto con la vita: è una questione di vita o di morte. Ma lui, in fondo, è già morto in sé stesso, e da questo faticoso percorso di soggettivazione non avrà che di guadagnarci. Da qui maturerà uno strano gusto a mettersi in incomode situazioni, e il cimento in nuove circostanze diventerà un modo molto fine di autoinfliggersi punizioni dal movente educativo. La sequela sarà assai dolorosa, impervia e dall’esito incerto, e il piede fermo sarà sempre quello più basso. In questo inerpicamento esistenziale, la personalità non avrà modo di formarsi adeguatamente e il processo di soggettivazione non potrà che essere zoppo e incompiuto. L’incompiutezza sarà anzi la cifra genetica di questa proteiforme personalità. Non si affezionerà mai troppo a sé stesso e a quello che farà, vedrà perfettamente che il proprio Io è un impostore, un postulante idiota e presuntuoso.

Salute!

[testi scritti anni fa, che mantengono una loro validità]

 

1

 

Salute!

 

Salutava, denti bianchissimi: salute. Era venuto la mattina, dopo la flebo (i.v., metotrexato), giusto quand’ero più giù. Avrei preferito starmene solo e immobile a fissare la finestra dell’ospedale, a sentire gli uccellini, a stupirmi dello stucco vecchio cinquant’anni e cadente dagli infissi di legno… e invece no, ho dovuto conformarmi a quel lutto ante-mortem cui dovevo rispondere da vivo con la stessa faccia contrita e al contempo, in un certo qual modo faceta, le stesse intonazioni e interiezioni parafunebri della voce frammiste a certa dose di incoscienza birichina, sorrisini, riconoscenza – estrema: grazie per la visita, bacino, ciao. Sono ridicoli i morti; figurati i morenti. Badate: non c’è nessuno più cosciente di me, ora – so perfettamente cosa mi stanno facendo.

 

2

 

Un ordine senza nome

 

Prima pensavo che dentro fossimo un po’ a casaccio, manciate di sangue e carne mischiate e riempite alla bell’e buona in un otre, e shakerate, e speriamo in bene (Dio bono…). Poi mi hanno spiegato loro, i demiurghi endoscopici, che no, mica è così, siamo un orologio siamo, pezzi minutissimi, e che se ne manca uno, o se uno si mette di traverso o, peggio ancora (il mio caso), se uno diventa due, poi quattro, poi 8, poi 16, poi 32, poi 64, poi 128, poi 256, poi 512, poi 1024, poi 2048, poi 4096, poi 8192, poi 16384, e via proliferando in un crescendo esponenziale – sono cazzi.

 

3

 

Per quante cose io riesca ad abbracciare,

non bastano.

 

Oggi mi hanno messo accanto una puerpera fresca, ginecologia piena di gestanti. Impressione del capezzolo quasi nero, venoso attorno all’areola. (Freud aveva ragione: sembra un cazzo). Controvoglia il bambino (maschio?) lo ciuccia, quasi già sentisse la stanchezza e la noia dell’esistere. Non ride né piange né sorride, è un continuum con la madre, sua appendice, suo dolce tumore o parassita. La madre mollemente gli/le porge la poppa, ma guarda il muro, lo fissa: nel suo volto il nulla, la volontà dittatoriale della specie, la stanchezza del travaglio.  Passa un’infermiera, poi una OSS, fanno un coretto di bibi-babi, che bel frugoletto (maschio allora), poi si tacciano e contemplano la scena, ieraticamente ammutolite non so da che: se dall’invidia, se dalla vertigine, se da qualcosa che non riesco a capire.

 

4

 

La bellezza delle cose piccole

 

Avevo il gusto per le cose piccole. Prendevo insetti, li tramortivo, ne facevo cubetti di ghiaccio. Solo dopo (applicando i rudimenti di un’istologia acquisita sul campo, empiricamente) osservai come gli insetti fossero meglio conservati in ghiaccio se includevo prima nell’acqua un bel po’ di zucchero. Ottenuto un bel set di campioni, ne scongelavo una parte che vagliavo al microscopio. I miei specimina mi davano sempre soddisfazioni, stupori: la mosca è pelosa, l’apparato buccale della coccinella è disgustoso. Così come, qui, il mio colon è una caverna di segreti.

 

5

 

Automatismi

 

L’altro giorno ho visto una giovane donna (vedova di fresco) passare dalle lacrime al riso ad una velocità sorprendente, come se alla base delle prime e del secondo vi fossero null’altro che riflessi, automatismi non mediati da un pensiero conscio. Si soffre e si gioisce così, subendo cose che rimangono in superficie, galleggiando? O sto facendo l’ennesimo errore, il solito automatismo, la medesima coazione-a-ripetere, ossia trarre conclusioni universali da eventi particolari?

 

4

 

Ai margini della gaussiana

 

Poniamo che una folta popolazione abbia n individui. Tra questi n, immancabilmente, troveremo una vasta quota di mediocri, ossia di individui con qualità medie, non cattive in accezione, intendiamoci: saranno di media statura, di media intelligenza, di media bellezza ecc., tutti caratteri da prendersi uno alla volta e non assieme in ciascun individuo. Spiccheranno, ai margini di questa distribuzione a campana e con numeri molto piccoli i caratteri estremi di estrema bellezza, estrema intelligenza ecc. ecc., anche questi mutualmente esclusivi in un particolare individuo. Mi hanno detto che il mio cancro alla mia età è “ai margini della gaussiana” ossia, in altri termini: sono l’eccezione che conferma la regola. Solo che per me, per me soggetto-vivente-pensante-dolorante, n=1. La statistica: mezzo per rassicurare chi è in attesa di diagnosi.

 

Obbedienza e no

 

Ho troppo disobbedito; ho trovato meglio, negli anni, a conformarmi (in maniera assolutamente naturale) al comportamento di altri. Ora la malattia trae dal pozzo questo Io infangato dall’emulazione, dalla coazione-a-ripetere-gesti-pensieri altrui. E molto si deve soffrire per diventare sé stessi, si è scritto. Io, invece: è la malattia (non importa quale sia, vera o immaginaria, ma una cosa che rimane, infitta e incarnata, sostanziata dalla nostra carne) a denunciare l’impostura, a scacciare gli “idoli falsi e bugiardi”. Ora la malattia svela invera e verifica transitivamente; rabbuia scaccia e imbratta chi spudoratamente si dichiarava Io, infischiandosene di una sinceramente provata stanchezza del vivere, relegando questa al grado di “non vero”. Sii allegro, gli dicevano; sii felice. Ma non si può ravvedere una carne nata rognata, in cui già vermi-blatte dormienti incistarono la loro presenza alla nascita: non potete più rovinarmi il malumore. Per questo siamo le colpe dei nostri padri, e delle nostre madri. Sto male.

 

Val bene un epitaffio

 

Trarsi fuori, per veder meglio. Ci è stato detto che la realtà è complessa, e che la complessità è intoccabile, non approcciabile, che non si può ridurre un oggetto o un soggetto ad una definizione, che la riduzione è di per sé foriera d’approssimazioni imperdonabili e fuorvianti. Ecco perché scrivo epitaffi secondo il principio pasoliniano del montaggio istantaneo. Uccidiamo, per gioco, e vediamo che ne esce.