Il libro della quinta classe

Il libro della quinta classe era un libro di testo, per i ragazzi della quinta elementare del 1940, prodotto, ideato e pubblicato dallo stato italiano. Al netto della retorica e della propaganda, che pur pervadono ogni pagina di questo testo, che per intensità ed estensione sono nondimeno pari alla retorica e alla propaganda, solo un poco più anodine, che il mood dei nostri tempi liberali democratici laici imprime ai libri su cui studiano i nostri sciagurati figli, questo testo, dicevo, è immensamente più educativo esemplare utile di qualsivoglia testo adottato dalla nostra sciaguratissima scuola inclusiva democratica liberale.

Sono venute le anime ricciute e camuse dal mare

Sono venute le anime ricciute e camuse dal mare

e con loro hanno recato i fratelli

e i formaggi e il pane nero

e salpingi grasse

unte da seme generoso

come l’arido della terra sorpreso

da un’insperata pioggia.

I loro sguardi di malandrini

sdilinquiscono torve malizie

le loro furie barbariche

estenuano velleità di durata

di civiltà preterite e invecchiate.

Se fossimo vivi risponderemmo loro

con violenza e con amore

ma inadatti ormai all’una e all’altro

assistiamo stupefatti e imbelli

alla loro violenza, al loro amore.

Fuori dalla città

                    fuori_dalla_citta_libro                                                                                                  

                                                                                                                          Fuori dalla città – nulla 

                                                                                                                         Questo nulla è l’infanzia

 

Non ho capito

Se le stelle siano figurate

O sostanza

Se al mio cenno

Le cose possano essere

O sparire –

Eppure la nitidezza

L’assoluta certezza che le cose

Debbano essere così e così

Perfettissime

E in nessun altro modo

 

Fuori dalla città, Oedipus editrice, 2019. Postfazione di Luciano Neri e nota di lettura di Gian Ruggero Manzoni. Foto di copertina di Paolo Tp Traverso.

Apericena senza Diego (5)

Ciao, scusa, ti vedevo, diciamo così, sola soletta, e mi son chiesto, chissà cosa ci fa una ragazza così carina, sola soletta, al porto, il pomeriggio, sotto questo sole, intenta a leggere un libro, sotto questo fico, mi sembravi così tanto immersa nella lettura che più volte ho desistito, ma poi, alla fine, ha avuto la meglio la curiosità, mi son detto, dài, mica avrai problemi a rivolgerle un saluto, mica la importuni con un saluto, ed eccomi qui, a presentarmi, certo un po’ sfacciatamente, ma non credo maleducatamente… poi, sarà forse questa bella giornata estiva – l’apertura del golfo sembra oggi avere un’estensione davvero magnifica, non credi?, e anche all’ombra, dopo tutto, non si sta mica male – o forse una certa faccia di tolla, appunto, di cui ti chiedo scusa, che raramente mi capita di poter sfoderare così facilmente, poi con una ragazza, magari la potessi utilizzare sempre, a richiesta, in ogni circostanza, la faccia di tolla, ne avrebbe sicuramente giovato, e molto, la mia vita relazionale, la mia vita amorosa… insomma, com’è come non è, eccomi qui, a presentarmi, forse a tediarti, forse preferiresti di gran lunga leggere il tuo libro, sola soletta, sotto il fico, piuttosto che ascoltare me… Un libro di poesie vedo, non credo abbia mai letto un libro di poesie in vita mia, questo non depone certamente a mio favore, ma io sono una persona pratica, cioè non mi faccio strani problemi, non mi complico la vita, che di per sé è già abbastanza complicata, voglio dire, cioè, che non è che io sia sciatto, superficiale, un fatuo, tutt’altro, ma per me il mondo è ciò che vedo, l’empirico, come dicono i filosofi, e le questioni che non rientrano in tale ambito, be’, per me non esistono, non sono degne di considerazione, anzi, per quanto mi riguarda, le cose non empiriche vanno decisamente allontanate perché hanno il luciferino potere di accaparrarsi una buona quota delle nostre attività cerebrali, pretendendo un sovrappiù di attenzione e, diciamo così, di fervore, di sforzo computazionale, insomma faccio mia la settima proposizione del trattato di Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ne converrai, francamente non mi va proprio di sobbarcarmi l’ingrato compito di cercare problemi ove non sono, di scovare enigmi laddove è solo chiarezza, di claudicare senza appigli nell’impervio e inospitale orizzonte della metafisica. Forse, tu starai pensando che io, in questo mondo, stia scegliendo deliberatamente di atrofizzare parti della mia capacità intellettiva, di diventare durissimo di cervice per questioni di capitale importanza per l’umanità tutta, perché in fondo tutti gli esseri umani si sono posti, almeno una volta nella loro vita, le fatidiche domande ontologiche-assiologiche-teleologiche chi-siamo-da-dove-veniano-dove-siamo-perché-siamo-cosa-è-il-bene-dove-andiamo. Io, da par mio, non mi faccio beffe di chi si pone tali domande, tutt’altro, né questiono la loro portata nella tradizione, culturale, filosofica, religiosa, teologica, nondimeno ne metto in dubbio l’utilità, tutto qui, la loro capacità produttiva, diciamo così. Ora, per fare un esempio, per me è importante conoscerti, ma non mi chiedo nulla sul mistero della tua esistenza nel mondo, in questa galassia, nell’universo, il tuo mistero si esaurisce, permettimi, nel tuo corpo, qui e ora, così bellamente composto e incorniciato nell’armonia della tua postura, della dolce curva della tua lordosi lombare, del tuo viso, dei tuoi occhi azzurrissimi, mistero a cui io vorrei avere accesso. Ma non fraintendermi: non sono un bruto o un sociopatico malavvezzo ai riti sociali, nel nostro caso alle regole del corteggiamento, è solo che, per rispondere meglio alle obiezioni che hai sollevato, mi è parso utile esemplificare il mio pensiero sfruttando la cogenza del nostro caso. Ma tu recalcitri e vuoi che legga una poesia del tuo libro, autore un certo Diego L., il quale mi sembra abbia voluto civettuolamente omettere il suo cognome: non credi, infatti, ci sia più di una punta di vanità in questa mal dissimulata umiltà?

 

Eppure risonante

mi sono sentito col mondo

almeno una volta.

Ora, stranito mendicante

come un pazzo cerco segni certi,

testimoni veraci della mia esistenza.

Ma io non esisto –

feto espulso da un corpo

morto, di donna immonda,

puttana antica, non appartengo

mostruosamente a nulla

se non a tutte le cose grottesche,

eccentriche della vita,

fuori asse rispetto alla sua orbita,

al di là delle sane linee di forza

che fanno vita la vita.

Neppure la morte

mi appartine, né a lei io,

mentre vanamente mi adocchia

dagli angoli inattesi del giorno

desistendo con la ferale serrecchia.

E un’insana vertigine mi pervade,

un’impotenza vòlta in strapotenza,

sì da farmi dubitare

che non sia io a non esistere

ma tutto il resto, che non sia io grottesco

ma lo sperma e gli spasimi

che assimilano così bene l’orgasmo all’agonia,

l’inizio alla fine.

 

Cosa ho capito? Be’, un bel po’ di cose: il mendicante e il pazzo, la puttana, la morte, la vita, l’impotenza e la strapotenza, lo sperma e gli spasimi, l’orgasmo e l’agonia, l’inizio e la fine. Una sola cosa: cosa diavolo è la serrecchia?

La massa è semplicemente di “manovra”

[…]

Posto il principio che esistono diretti e dirigenti, governati e governanti, è vero che i “partiti” sono finora il modo più adeguato per elaborare i dirigenti e la capacità di direzione (i “partiti” possono presentarsi sotto i nomi più diversi, anche quello di antipartito e di “negazione dei partiti”; in realtà, anche i cosiddetti “individualisti” sono uomini di partito, solo che vorrebbero essere “capi di partito” per grazia di Dio o dell’imbecillità di chi li segue.)

 

[…]

“Il gesto per il gesto”, la lotta per la lotta, ecc., e specialmente l’individualismo gretto e piccino, che poi è un capriccioso soddisfare impulsi momentanei, ecc. (In realtà, il punto è sempre quello dell’”apolicitismo” italiano, che assume queste varie forme pittoresche e bizzarre). L’individualismo è solo apoliticismo animalesco, il settarismo è “apoliticismo”, e, se ben si osserva, infatti, il settarismo è una forma di “clientela” personale, mentre manca lo spirito di partito che è l’elemento fondamentale dello “spirito statale”.

 

[…]

Si presentano pertanto due forme di “partito” che pare faccia astrazione come tale dall’azione politica immediata: quello costituito da una élite di uomini di cultura, che hanno la funzione di dirigere dal punto di vista della cultura, dell’ideologia generale, un grande movimento di partiti affini (che sono in realtà frazioni di uno stesso partito organico e, nel periodo più recente, partito non di élite, ma di masse, che come masse non hanno altra funzione politica che quella di una fedeltà generica, di tipo militare, a un centro politico visibile o invisibile (spesso il centro visibile è il meccanismo di comando di forze che non desiderano mostrarsi in piena luce ma operare solo indirettamente, per interposta persona o per “interposta ideologia”).  La massa è semplicemente di “manovra” e viene “occupata” con prediche morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici di attesa di età favolose, in cui tutte le contraddizioni e miserie saranno automaticamente risolte e sanate.

[…]

L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma, siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotta e mantenuta per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale.

 

Da Note sul Machiavelli, Editori Riuniti, di Antonio Gramsci.

 

(Enfasi aggiunta)

da Confessioni di un Asperger

Ho ricevuto la diagnosi di sindrome di Asperger già maturo, all’età di trent’anni. Non so se capiti la stessa cosa ad altre persone Asperger, ma gli è che, nel bel mezzo di una discussione, anche sinceramente partecipata, da me e dall’interlocutore, insomma in quei rari casi in cui riesco a seguire il filo di un dialogo (può capitare solo se l’argomento è di mio stretto interesse), inopinatamente una parola, secreta da chissà quale ascosa fratta del mio cervello, rivendichi prima e monopolizzi poi tutto il mio interesse. Da quel momento il fascino vischioso di quella parola mi sottrae del tutto al mio discorso. Talvolta la parola mi suona particolarmente eufonica e gradevole a pensarsi e a ripetersi sottovoce, tanto da lambiccarmene allegramente nel capo, talaltra è la sua ignorata etimologia a rendermela fascinosa, tanto da ruminarmela in bocca rimasticandomela cercando di sviscerarne l’etimo; talaltra ancora, la parola in questione non ha nulla di particolare in sé, è addirittura d’uso trito, quotidiano, ma forse sono proprio tale logorio d’uso, tale quotidianità a farmela simpatica, degna d’uno studio attento, senza riserve, al fine di svelarne la verità primigenia che l’uso pedestre aveva fino a quel momento occultato. Ovviamente, ràtto come sono dall’interesse alla discussione, non posso di certo dedicarmi allo sforzo di comprensione di ciò che mi sta dicendo il mio povero amico, il cui volto mi sta dinanzi, in rallenty: ne vedo ogni minuto dettaglio, ogni piccola imperfezione del volto, la gradevolezza dei lineamenti, la rotondità delle gote, l’armoniosa simmetria bilaterale delle labbra, la bocca aprirsi e chiudersi, aprirsi e chiudersi, aprirsi e chiudersi… ma per me esiste solo la mia parola, la mia dolce, maledetta parola.

Tale apprensione linguistica mi coglie come un parossismo e può farlo in qualsiasi momento. Mi son reso conto, a posteriori, che, in talune circostanze, non saluto persone che incontro quotidianamente, o meglio che le saluto un giorno sì e uno no, magari il dì appresso. Agli occhi del mio avventore, questa ambivalenza deve evidentemente apparire manifestazione di maleducazione o, peggio, di alterigia, di prosopopea, ma che tale estima ch’io tenga in cuor mio, sebben di fuori mai a nessuna persona ne faccio segno. Un altro motivo per cui possono non confermare un saluto a una persona è la mia, sebben lieve, nonché remittente e recidivante, prosopoagnosia. Riconoscere i volti è sempre stato il mio tallone d’Achille (ho invece una spiccata capacità ad associare volti tra loro simili). Ne consegue che, il giorno dopo, la medesima persona, mirandomi a distanza di sicurezza sul marciapiede, abbassa lo sguardo e a tempo debito mi toglie il saluto. Nella rarefazione dei rapporti che intrattengo con la gente non ricevere un saluto è fonte di frustrazione; talvolta mi getta in un profondo sconforto. Altre volte, invece, non mi tange affatto. Intendiamoci, dei perfetti sconosciuti, di cui ignoro nome e luogo preciso di residenza, ma pur sempre del quartiere, quel genere di persone che si degnano solo di un saluto e nulla più, saluto che ad ogni modo, se moltiplicato per il numero degli abitanti del quartiere, dovrebbe concorrere, per quota parte, a creare quel milieu sociale di una cosiddetta comunità. Ma il saluto è un’arte con delle regole precise, ancorché non codificate. La cosa più difficile, per me, è coordinare l’eventuale mano salutante con l’azione del sorridere, e il modo con cui acconciarmi ad essa, ma prima ancora calcolare e stabilire una volta e per tutte, se possibile, la distanza minima entro la quale possa essere visto bene, perché l’altro possa accorgersi di me e del mio saluto e perché possa conseguentemente rispondere. E poi: fare prima il sorriso o accennare prima con la mano? Fare le due cose assieme? Assieme assieme, o con un certo, sebben minimo (quanto?) sfasamento temporale tra le due azioni? Noto che saluto preferenzialmente associando il sorriso (i cui esiti reali tuttavia ignoro) al saluto con la mano, anche a una minima distanza, io credo proprio perché non mi fidi molto del mio volto, di ciò che possa trasmettere. Per dirimere la questione, ho fatto alcune prove allo specchio, conscio, tuttavia, dei limiti intrinseci del mio setting sperimentale. In primo luogo, davanti a me ci sono io. In secondo luogo, non si può pretendere che un saluto sia uguale a un altro, sebbene se ne possano enucleare caratteristiche frequenti, e che è quindi necessario, alla bisogna, adattare l’atteggiamento salutante in base a quello della persona salutata, considerando ad esempio postura e mimica facciale della medesima. Col tempo e la perseveranza sperimentale ho finalmente individuato un sorriso appropriato per qualsiasi tra queste circostanze di spicciola, estemporanea mondanità quotidiana: è sì un sorriso gradevole e rassicurante, pronto all’uso e quasi sempre efficace, ma aduggiato da una certa fissità, una inevitabile, conforme banalità.

Ho nostalgia delle piccole cose, di insignificanti dettagli arricchiti da sensazioni e percezioni che, indipendentemente dalla loro reale cogenza, hanno lasciato una traccia mnestica indelebile. Càpita che alla penombra di una stanza, quando la luce del sole trova pertugio per una feritoia delle persiane, danzanti particelle pulverulenti delineino fasci sottili proiettanti sulla parete, sulle mie retine, lunghezze d’onda che ridestano renitenti ricordi. Ne risulta uno stato di abbandono, uno sguardo sguarnito a quella epifania; una pace infine, che non è e non potrà mai essere la risultante della relazione con un altro, chiunque esso sia. Tutto ciò che è sociale pretende un sovrappiù di impegno e di fervore per essere portato avanti. Comunicare è già un compito umiliate. Non solo la faticosa articolazione fonatoria, la concertazione micrometrica del lavoro di migliaia di muscoli, di lingua, laringe, labbra, diaframma, ma piuttosto gli esiti semantici che quelli vocali sono deludenti. Mi stupisco come la gente si sobbarchi tale defatigante sforzo, visti i risultati, le incomprensioni, l’obbligo di limare, emendare, censurare in parte ciò che si è detto, non per amor di verità, piuttosto per conformarsi al pensiero e alle aspettative dell’interlocutore. Oppure per ottenere ragione, benché si sappia perfettamente che ragione non si ha. Pensiero e aspettative stimate così e così, a ben vedere, senza aver mai sicura contezza delle loro consistenza, importanza, cogenza. Ne risultano un’approssimazione all’ingresso o una all’entrata, che si rimbalzano continuamente l’una con l’altra, frase dopo frase, allontanandosi decisamente dalle mosse iniziali della discussione per prendere decisamente la deriva verso l’insignificanza. Ma il nonsense non sarebbe poi tanto male se gli interlocutori se ne rendessero conto. Alla fine ci si chiede di cosa si è parlato e quale ne è stato il costrutto… Più dignitoso sarebbe rincantucciarsi in un cocciuto e più saggio mutismo.

Ma non voglio contrabbandare per virtù le mie deficienze. Ci fu un tempo in cui provavo un umiliante senso di colpa a motivo della mia incapacità di imbastire una discussione, di non saperla iniziare, oppure, anche laddove fossi riuscito a promuoverla, a portarla avanti prendendo parte allo scambio di messaggi, perlopiù non verbali, che presiedono a ogni decente, sebbene faticosa e umiliante discussione. Né sapevo prevedere quando dovessi inserirmi nella discussione, in quale punto sarebbe stato possibile dire la propria senza apparire maleducati o importuni, pur conservando la possibilità di venir ascoltati scongiurando il rischio di essere confinati ai margini della discussione, un’eminenza sfocata ciangottante sullo sfondo. La sindrome di Asperger potrebbe essere più appropriatamente denominata “Idiozia sociale”: più brutto, ma più giusto.

Per privilegio congenito ed evolutivo mi è stato dato il dono di essere escluso da tutto ciò che è relazione: il mio sguardo si è quindi introvertito, e più si addentrava, più si introfletteva, più distintamente vedeva l’assurdo e l’ipocrisia del gioco sociale. Ma non dubitate che avrei preferito di gran lunga essere normale, essere come voi, neurotipico, simile ai miei simili: anche il più stolto, il più perverso, il più masochista di noi non perseguirebbe scientemente un dolore che lo esclude del tutto dalla vita. Non avendo possibilità di comprendere quelle non scritte, essendo l’averbalità scienza a me ignota e non apprendibile, ne è conseguita una certa irreggimentazione di me stesso, un aderire senza scarti alle norme ben codificate del convivere sociale.