Omosessualità e ideologia dominante

Il libro Omosessualità della donna – Studio psicodinamico del lesbismo, di Frank S. Caprio, è apparso nel 1967. Nel libro l’autore, avvalendosi di una vasta esperienza professionale internazionale traccia un profilo psicodinamico “medio” della donna omosessuale, enucleando un’eziologia del lesbismo, le fonti di malessere psichico delle lesbiche, i trattamenti, le criticità e le possibilità di successo dei trattamenti, nella prospettiva clinica di un miglioramento dei sintomi (soprattutto depressivi e maniacali) e anche di una guarigione vera e propria. L’autore definisce guarigione l’approdo stabile all’eterosessualità, mentre il successo di un trattamento psicanalitico può limitarsi a un apprezzabile miglioramento nella gestione, da parte della donna, di quelle che potremmo definire, seguendo il ragionamento dell’autore, le comorbilità della condizione omosessuale.

In estrema ma non per questo imprecisa sintesi, si può dire che l’autore considera l’omosessualità della donna, e mutatis mutandis quella dell’uomo, una condizione dall’eziologia psicologica, pertanto ambientale, quindi non congenita né ereditaria, che può essere “aggredita” con gli strumenti, euristici e “curativi”,  dello psicanalista, allo scopo di eliminarla o, almeno, di migliorarne le co-condizioni negative, che scaturiscono direttamente dal lesbismo. Quindi l’omosessualità, la cui “instaurazione” nella vita di un soggetto rimonta a  eventi traumatici, alla precoce sessualizzazione, al comportamento genitoriale inadeguato, ecc., sarebbe una condizione patogena ingenerante comorbilità quali stati depressivi e maniacali, dipendenza da sostanze, alcolismo, comportamenti sessuali patologici ecc.

Gli scopi della psicanalisi e del trattamento psicanalitico sarebbero quindi quelli di: 1) rendere consapevole il pubblico di questa condizione – il lesbismo – nell’ottica di eliminarne le false informazioni, i tabù, i preconcetti, al fine indiretto di ridurre i sensi di colpa che spesso sentono i soggetti omosessuali; 2) trattare la persona omosessuale, tentando di superarne le frequenti resistenze al trattamento, per poterla “convertire” all’eterosessualità o, almeno, cercando di aiutarla a gestire meglio le proprie difficoltà relazionali in quanto omosessuale.

Io credo che oggi non si abbia l’onestà, che si potrebbe considerare, sotto questa plumbea temperie ideologica e senza tema di esagerare, una forma di coraggio, di guardare alla condizione omosessuale come una condizione patogena, senza per questo stigmatizzare o malvolere le persone omosessuali. Limitarsi al punto 2), ossia al trattamento dei sintomi, delle comorbilità, senza rivolgersi decisamente alla condizione psicologica sottostante, ribalta i termini del problema travisandone la verità: è la condizione omosessuale a ingenerare dolore psichico, non i sensi di colpa o la non accettazione derivante dai pregiudizi sociali (situazioni che di certo aggravano il problema ma che non ne costituiscono, per così dire, il fondamento eziologico).

Ma l’apparato propagandistico, che vuole trovare maldestro e traballante fondamento scientifico nei cosiddetti gender studies, naturalizza l’omosessualità purificandola delle connaturate caratteristiche patogene, vestendola anzi di gaiezza, voglia di vivere, allegra spregiudicatezza. Rifiutandone la verità, alcuni omosessuali e, soprattutto, molti sedicenti attivisti per i diritti degli omosessuali (e di tutti i soggetti rientranti nel variegato mondo LGBT), fanno dell’omosessualità una condizione ideale e privilegiata a cui tutti dovrebbero ispirare. Può anche darsi che questa propaganda pro-omosessualità non sia scientemente perseguita ma è ad ogni modo il risultato di una temperie culturale che ha rinunciato, ormai da tempo, ad affermare il primato dell’eterosessualità.

Il libro della quinta classe

Il libro della quinta classe era un libro di testo, per i ragazzi della quinta elementare del 1940, prodotto, ideato e pubblicato dallo stato italiano. Al netto della retorica e della propaganda, che pur pervadono ogni pagina di questo testo, che per intensità ed estensione sono nondimeno pari alla retorica e alla propaganda, solo un poco più anodine, che il mood dei nostri tempi liberali democratici laici imprime ai libri su cui studiano i nostri sciagurati figli, questo testo, dicevo, è immensamente più educativo esemplare utile di qualsivoglia testo adottato dalla nostra sciaguratissima scuola inclusiva democratica liberale.

Sono venute le anime ricciute e camuse dal mare

Sono venute le anime ricciute e camuse dal mare

e con loro hanno recato i fratelli

e i formaggi e il pane nero

e salpingi grasse

unte da seme generoso

come l’arido della terra sorpreso

da un’insperata pioggia.

I loro sguardi di malandrini

sdilinquiscono torve malizie

le loro furie barbariche

estenuano velleità di durata

di civiltà preterite e invecchiate.

Se fossimo vivi risponderemmo loro

con violenza e con amore

ma inadatti ormai all’una e all’altro

assistiamo stupefatti e imbelli

alla loro violenza, al loro amore.

Fuori dalla città

                    fuori_dalla_citta_libro                                                                                                  

                                                                                                                          Fuori dalla città – nulla 

                                                                                                                         Questo nulla è l’infanzia

 

Non ho capito

Se le stelle siano figurate

O sostanza

Se al mio cenno

Le cose possano essere

O sparire –

Eppure la nitidezza

L’assoluta certezza che le cose

Debbano essere così e così

Perfettissime

E in nessun altro modo

 

Fuori dalla città, Oedipus editrice, 2019. Postfazione di Luciano Neri e nota di lettura di Gian Ruggero Manzoni. Foto di copertina di Paolo Tp Traverso.

Apericena senza Diego (5)

Ciao, scusa, ti vedevo, diciamo così, sola soletta, e mi son chiesto, chissà cosa ci fa una ragazza così carina, sola soletta, al porto, il pomeriggio, sotto questo sole, intenta a leggere un libro, sotto questo fico, mi sembravi così tanto immersa nella lettura che più volte ho desistito, ma poi, alla fine, ha avuto la meglio la curiosità, mi son detto, dài, mica avrai problemi a rivolgerle un saluto, mica la importuni con un saluto, ed eccomi qui, a presentarmi, certo un po’ sfacciatamente, ma non credo maleducatamente… poi, sarà forse questa bella giornata estiva – l’apertura del golfo sembra oggi avere un’estensione davvero magnifica, non credi?, e anche all’ombra, dopo tutto, non si sta mica male – o forse una certa faccia di tolla, appunto, di cui ti chiedo scusa, che raramente mi capita di poter sfoderare così facilmente, poi con una ragazza, magari la potessi utilizzare sempre, a richiesta, in ogni circostanza, la faccia di tolla, ne avrebbe sicuramente giovato, e molto, la mia vita relazionale, la mia vita amorosa… insomma, com’è come non è, eccomi qui, a presentarmi, forse a tediarti, forse preferiresti di gran lunga leggere il tuo libro, sola soletta, sotto il fico, piuttosto che ascoltare me… Un libro di poesie vedo, non credo abbia mai letto un libro di poesie in vita mia, questo non depone certamente a mio favore, ma io sono una persona pratica, cioè non mi faccio strani problemi, non mi complico la vita, che di per sé è già abbastanza complicata, voglio dire, cioè, che non è che io sia sciatto, superficiale, un fatuo, tutt’altro, ma per me il mondo è ciò che vedo, l’empirico, come dicono i filosofi, e le questioni che non rientrano in tale ambito, be’, per me non esistono, non sono degne di considerazione, anzi, per quanto mi riguarda, le cose non empiriche vanno decisamente allontanate perché hanno il luciferino potere di accaparrarsi una buona quota delle nostre attività cerebrali, pretendendo un sovrappiù di attenzione e, diciamo così, di fervore, di sforzo computazionale, insomma faccio mia la settima proposizione del trattato di Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ne converrai, francamente non mi va proprio di sobbarcarmi l’ingrato compito di cercare problemi ove non sono, di scovare enigmi laddove è solo chiarezza, di claudicare senza appigli nell’impervio e inospitale orizzonte della metafisica. Forse, tu starai pensando che io, in questo mondo, stia scegliendo deliberatamente di atrofizzare parti della mia capacità intellettiva, di diventare durissimo di cervice per questioni di capitale importanza per l’umanità tutta, perché in fondo tutti gli esseri umani si sono posti, almeno una volta nella loro vita, le fatidiche domande ontologiche-assiologiche-teleologiche chi-siamo-da-dove-veniano-dove-siamo-perché-siamo-cosa-è-il-bene-dove-andiamo. Io, da par mio, non mi faccio beffe di chi si pone tali domande, tutt’altro, né questiono la loro portata nella tradizione, culturale, filosofica, religiosa, teologica, nondimeno ne metto in dubbio l’utilità, tutto qui, la loro capacità produttiva, diciamo così. Ora, per fare un esempio, per me è importante conoscerti, ma non mi chiedo nulla sul mistero della tua esistenza nel mondo, in questa galassia, nell’universo, il tuo mistero si esaurisce, permettimi, nel tuo corpo, qui e ora, così bellamente composto e incorniciato nell’armonia della tua postura, della dolce curva della tua lordosi lombare, del tuo viso, dei tuoi occhi azzurrissimi, mistero a cui io vorrei avere accesso. Ma non fraintendermi: non sono un bruto o un sociopatico malavvezzo ai riti sociali, nel nostro caso alle regole del corteggiamento, è solo che, per rispondere meglio alle obiezioni che hai sollevato, mi è parso utile esemplificare il mio pensiero sfruttando la cogenza del nostro caso. Ma tu recalcitri e vuoi che legga una poesia del tuo libro, autore un certo Diego L., il quale mi sembra abbia voluto civettuolamente omettere il suo cognome: non credi, infatti, ci sia più di una punta di vanità in questa mal dissimulata umiltà?

 

Eppure risonante

mi sono sentito col mondo

almeno una volta.

Ora, stranito mendicante

come un pazzo cerco segni certi,

testimoni veraci della mia esistenza.

Ma io non esisto –

feto espulso da un corpo

morto, di donna immonda,

puttana antica, non appartengo

mostruosamente a nulla

se non a tutte le cose grottesche,

eccentriche della vita,

fuori asse rispetto alla sua orbita,

al di là delle sane linee di forza

che fanno vita la vita.

Neppure la morte

mi appartine, né a lei io,

mentre vanamente mi adocchia

dagli angoli inattesi del giorno

desistendo con la ferale serrecchia.

E un’insana vertigine mi pervade,

un’impotenza vòlta in strapotenza,

sì da farmi dubitare

che non sia io a non esistere

ma tutto il resto, che non sia io grottesco

ma lo sperma e gli spasimi

che assimilano così bene l’orgasmo all’agonia,

l’inizio alla fine.

 

Cosa ho capito? Be’, un bel po’ di cose: il mendicante e il pazzo, la puttana, la morte, la vita, l’impotenza e la strapotenza, lo sperma e gli spasimi, l’orgasmo e l’agonia, l’inizio e la fine. Una sola cosa: cosa diavolo è la serrecchia?

La massa è semplicemente di “manovra”

[…]

Posto il principio che esistono diretti e dirigenti, governati e governanti, è vero che i “partiti” sono finora il modo più adeguato per elaborare i dirigenti e la capacità di direzione (i “partiti” possono presentarsi sotto i nomi più diversi, anche quello di antipartito e di “negazione dei partiti”; in realtà, anche i cosiddetti “individualisti” sono uomini di partito, solo che vorrebbero essere “capi di partito” per grazia di Dio o dell’imbecillità di chi li segue.)

 

[…]

“Il gesto per il gesto”, la lotta per la lotta, ecc., e specialmente l’individualismo gretto e piccino, che poi è un capriccioso soddisfare impulsi momentanei, ecc. (In realtà, il punto è sempre quello dell’”apolicitismo” italiano, che assume queste varie forme pittoresche e bizzarre). L’individualismo è solo apoliticismo animalesco, il settarismo è “apoliticismo”, e, se ben si osserva, infatti, il settarismo è una forma di “clientela” personale, mentre manca lo spirito di partito che è l’elemento fondamentale dello “spirito statale”.

 

[…]

Si presentano pertanto due forme di “partito” che pare faccia astrazione come tale dall’azione politica immediata: quello costituito da una élite di uomini di cultura, che hanno la funzione di dirigere dal punto di vista della cultura, dell’ideologia generale, un grande movimento di partiti affini (che sono in realtà frazioni di uno stesso partito organico e, nel periodo più recente, partito non di élite, ma di masse, che come masse non hanno altra funzione politica che quella di una fedeltà generica, di tipo militare, a un centro politico visibile o invisibile (spesso il centro visibile è il meccanismo di comando di forze che non desiderano mostrarsi in piena luce ma operare solo indirettamente, per interposta persona o per “interposta ideologia”).  La massa è semplicemente di “manovra” e viene “occupata” con prediche morali, con pungoli sentimentali, con miti messianici di attesa di età favolose, in cui tutte le contraddizioni e miserie saranno automaticamente risolte e sanate.

[…]

L’impostazione del movimento del libero scambio si basa su un errore teorico di cui non è difficile identificare l’origine pratica: sulla distinzione cioè tra società politica e società civile, che da distinzione metodica viene fatta diventare ed è presentata come distinzione organica. Così si afferma che l’attività economica è propria della società civile e che lo Stato non deve intervenire nella sua regolamentazione. Ma, siccome nella realtà effettuale società civile e Stato si identificano, è da fissare che anche il liberismo è una “regolamentazione” di carattere statale, introdotta e mantenuta per via legislativa e coercitiva: è un fatto di volontà consapevole dei propri fini e non l’espressione spontanea, automatica del fatto economico. Pertanto il liberismo è un programma politico, destinato a mutare, in quanto trionfa, il personale dirigente di uno Stato e il programma economico dello Stato stesso, cioè a mutare la distribuzione del reddito nazionale.

 

Da Note sul Machiavelli, Editori Riuniti, di Antonio Gramsci.

 

(Enfasi aggiunta)