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L’innovazione come valore sociale

Lug 18, 2022

La storia economica, con particolare riferimento al periodo compreso tra lo sviluppo economico moderno e i nostri giorni, ha individuato delle “costanti” che spiegano la diffusione del benessere economico in ampi strati della popolazione. La prima rivoluzione industriale, che dall’Inghilterra del Settecento prese poi a diffondersi in Germania, Francia, Olanda, Stati Uniti d’America e, tardivamente, anche in Italia, fu il vero “turning point” che, con tutte le contraddizioni e gli squilibri del caso (ambientali, sociali, culturali), permise a milioni di persone di affrancarsi dagli stenti e agli Stati (che al tempo cominciavano a configurarsi in Stati-nazione) di abbozzare sistemi di welfare. Il welfare state, infatti, è il prodotto diretto di un rivoluzionario cambiamento delle condizioni materiali della società che è stato reso possibile dall’industrializzazione. Le società in epoca pre-industriale scontavano la cosiddetta “trappola malthusiana”: le risorse (soprattutto alimentari) erano troppo poche (in quanto i processi produttivi erano troppo poco efficienti) per poter sostenere la crescita della popolazione. Ma dalla rivoluzione industriale in poi assistiamo nei Paesi a industrializzazione precoce un aumento costante della crescita demografica. Ma, in essenza, cosa ha reso possibile questo tumultuoso processo di crescita economica? In fondo, soltanto una un cosa: l’innovazione.

L’innovazione è la vera “causa” della crescita economica, ben più della mera concorrenza in condizioni di panorama tecnologico costante. Le società più aperte e liberali (non a caso la rivoluzione industriale iniziò in Inghilterra) sono quelle che storicamente ma anche oggi hanno registrato e registrano tassi di crescita superiori. L’innovazione ha, quindi, un profondo valore sociale, perché è profondo il suo impatto positivo sulle condizioni di vita della popolazione. La politica e le regole che si dà una società dovrebbero essere quindi permissive a un dispiegamento per quanto libero e agevole delle forze innovative sprigionate dall’azione umana.

Oltre alle regole che presiedono alla creazione di un ambiente concorrenziale opportuno (è noto che le società economicamente meno libere producono meno innovazione e meno crescita economica, e l’Italia, purtroppo, figura al 57° posto nel ranking dell’Indice di libertà economica del 2022, con la poco lusinghiera definizione di “economia parzialmente libera”), l’incentivo a innovare è anche mantenuto da un regime di protezione legale degli asset intangibili aziendali. Questi, come noto, possono essere rappresentati da brevetti, marchi e design. L’azienda è incentivata a investire in ricerca e sviluppo perché questo le può conferire una maggiore competitività sul mercato di riferimento, in quanto, in forza del titolo legale di protezione, stabilisce un regime di monopolio transitorio su quel determinato mercato. La protezione della proprietà intellettuale delle aziende può quindi essere una strategia importante per difendere la loro posizione sul mercato di riferimento oppure per tentare di “insidiare” la posizione dominante dei concorrenti.

Malgrado le croniche e storiche difficoltà del Paese a innovare, l’Italia ha visto in anni recenti un aumento apprezzabile delle iniziative delle aziende volte alla loro protezione intellettuale. Malgrado la crisi pandemica, il recente report dello UIBM (Ufficio Italiano Brevetti e Marchi) ha indicato un trend positivo del numero di domande di brevetto per invenzione industriale depositate in Italia. Il numero dei depositi nel 2021 sono stati pari a 11.031 a fronte di 10.129 nel 2020. Per confronto su un arco di tempo più ampio, nel 2012 le domande di brevetto sono state 9.210. Il nord-ovest e il nord-est del Paese “producono” assieme quasi il 70% di tutte le domande di brevetto.

Si registra un simile trend positivo per le estensioni europee di brevetti italiani, ossia per le domande di brevetto europeo di richiedenti italiani presso l’EPO (Europen Patent Office). Nel 2021 l’Italia, infatti, “piazza” l’aumento percentuale maggiore (+6,5%) dopo quello della Svezia (+12%) rispetto al 2020. Attualmente, il nostro Paese ha il 3% di tutti i depositi EPO. Per confronto, la Germania ha il 14% e la Francia il 6%. Si noti che paesi più piccoli del nostro come i Paesi Bassi e la Svizzera hanno una quota simile alla nostra (rispettivamente 3 e 4%), a testimonianza di un tessuto economico molto innovativo di quei paesi.

Molti osservatori hanno individuato il “male” dell’Italia con un’espressione icastica: “la trappola dei salari bassi”. Sebbene possa avere il suono di una condanna senza appello o, peggio, di una profezia, dalla trappola dei salari bassi il nostro Paese può, anzi deve uscire. Il livello degli stipendi italiani è mediamente basso perché il tessuto produttivo italiano è mediamente poco produttivo. La produttività del lavoro (ossia il valore aggiunto per ora lavorata) è ciò che spiega il livello dello stipendio: maggiore è la produttività del lavoro, maggiore sarà il livello di stipendio. Negli anni del boom economico, tradizionalmente individuati tra il 1958 e il 1963, ossia il periodo in cui la crescita economica del Paese espresse la maggior forza propulsiva, i salari aumentavano perché la produttività aumentava di due cifre ogni anno.

Perché non possiamo applicare oggi le stesse “ricette” del boom economico? In primo luogo, perché non possiamo più giovarci dell’inurbamento di milioni di persone, perlopiù contadini con basso livello di istruzione “trasformati” in operai nelle aziende fordiste del tempo. In secondo luogo, perché oggi il tessuto delle economie sviluppate non è più fordista e ad alta intensità di lavoro manuale, bensì è basato sull’economia della conoscenza. Ma quando un’economia ormai matura si blocca in uno “stallo” pluridecennale della produttività, che è il caso dell’Italia, ciò è sintomo che la sua capacità sociale di produrre buon capitale umano e, quindi, innovazione, si è per qualche motivo “inceppata”.

L’Italia, malgrado questi gravi problemi, che si sono cronicizzati negli anni, riesce ancora a esprimere segni di vitalità. Il numero crescente di domande di brevetto nazionali ed europee ne è un segno inequivocabile. Le politiche per gli anni a venire dovranno essere rivolte ad aumentare strutturalmente il grado di innovazione del Paese, ma ciò dovrà passare necessariamente per due vie. La prima è aumentare il numero di laureati e persone con dottorato di ricerca (siamo alle ultime posizioni in Europa), soprattutto in materie tecnico-scientifiche. La seconda è liberalizzare i mercati dei servizi e delle professioni, migliorare l’efficienza della magistratura, e in generale creare un business environment permissivo alla creazione e alla crescita di imprese innovative. Perché richiamare all’importanza di perseguire l’innovazione tecnologica non è un vuoto argomento retorico, bensì l’unica via per la giustizia sociale.

Fuori dalla città – Trailer

https://www.youtube.com/embed/Fedtbkml3p4 "Fuori dalla città" Scritto e prodotto da Domenico Lombardini Regia, fotografia e montaggio: Brace Beltempo Colonna sonora e sound design: Paolo Traverso Starring: Marco Mainini, Melissa Di Cianni, Claudio Savina, Riccardo...

Autore

Domenico Lombardini