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Un paese inventato: la versione sovranista della realtà

Giu 18, 2022

Nel libro L’Italia nell’Unione Europea. Tra europeismo retorico e dispotismo “illuminato”, Stefano D’Andrea ci offre la sua visione dell’Italia e dei suoi mali. Sebbene qui non abbiamo lo spazio per una puntuale confutazione degli argomenti del libro, vorremmo tuttavia restituirne il messaggio fondamentale.

Il testo, per dimostrare la tesi dell’attribuzione del declino economico italiano all’adesione a politiche di vincolo esterno, propone un semplice messaggio: l’Italia, aderendo ai vari trattati internazionali, ha perso prerogative e sovranità (controllo del flusso di capitali, sovranità monetaria, protezionismo commerciale, controllo del tasso di sconto, dipendenza della Banca d’Italia dal potere esecutivo), e tale condizione di cose è stata essa stessa la causa del declino economico nazionale. A parere dell’autore, nessuno, ai tempi della stipulazione dei trattati, ha portato avanti una discussione (in parlamento o sui giornali) su questi gravosi temi né, tantomeno, nessuno (nemmeno la Corte costituzionale) ha posto pregiudizi e obiezioni. Ora, i fortunati lettori de L’Italia nell’Unione Europea. Tra europeismo retorico e dispotismo “illuminato” possono giovarsi della rivelazione dal roveto ardente di D’Andrea, il quale, solo, ha compreso tutto. Dove gli altri, insigni studiosi, costituzionalisti ed economisti, italiani e stranieri, hanno fallito per imperizia, ingenuità o, soprattutto, organicità al mefistofelico progetto europeista, D’Andrea invece grida il suo Eureka! proponendoci l’uovo di Colombo: è tutta colpa dell’Unione europea! L’autore è, come detto prima, professore di diritto privato, non è quindi un costituzionalista né, tanto meno, un economista. E difatti il testo non supererebbe il vaglio di uno studente al terzo anno di economia e di qualsiasi persona che abbia fatto studi di economia monetaria e politica economica. O che sappia cos’è il bilancio dello Stato e quali sono i driver della moderna crescita economica. È pretestuosa e capziosa l’attribuzione anacronistica di afflato ideologico a comportamenti, decisioni e azioni di uomini che, decenni fa, hanno portato avanti un’azione politica, giuridica e tecnica volta a creare gli organi sovranazionali come la CECA, il Trattato di Roma, il Trattato di Maastricht. Non sfiora l’autore che è prima di tutto la temperie del tempo a informare l’agire politico, e che come oggi il sovranismo ideologico, politico ed economico imperversa nelle vuoto spinto cranico di milioni persone, al tempo si comprese che il libero commercio tra nazioni, che fino a poco prima si erano letteralmente distrutte a vicenda, era l’unica base razionale su cui fondare una pace durevole (altro discorso capzioso del nostro: nelle discussioni preliminari ai trattati nessuno avrebbe detto che la maggiore integrazione economica avesse come scopo quello di scongiurare la guerra, ma è del tutto evidente che il fatto di agevolare il commercio internazionale fosse – e fattualmente è – funzionale allo scongiurare le guerre, e che per far ciò si debba procedere a un’uniformità normativa tra i diversi paesi all’interno dello spazio di libero commercio). È del tutto evidente, poi, che ogni azione politica necessiti di un’opera di propaganda: così come il nostro, per il tramite del suo partito, diffonde e propugna un’ideologia, allo stesso modo fecero i fondatori della politica, del diritto e delle istituzioni europee. Siamo in democrazia, ed è necessario che il politico cerchi di persuadere i cittadini circa la bontà delle sue intenzioni. Altrimenti, si tratterebbe di dittatura, e le scelte verrebbero semplicemente calate dall’alto. Pertanto, ammettendo per un attimo la bontà della ricostruzione di quanto proposto (anche se non credo che un costituzionalista lo possa fare, né tra l’altro l’hai mai fatto) e, soprattutto, della supposta incompatibilità tra dettato costituzionale e trattati europei, i fondatori delle istituzioni europee fecero quanto era in loro potere per raggiungere l’obiettivo, evitando per quanto possibile di incorrere in defatiganti e spesso ideologiche controversie nazionali (alimentate da inconcludenti azzeccagarbugli…). Ma quale fu il risultato tangibile della stipulazione dell’Italia del Trattato di Roma del 1957? Il boom economico italiano: questa sì una vera rivoluzione, che proiettò l’Italia, nell’arco di qualche decennio, da una situazione di secolare stagnazione e sottosviluppo nel novero dei paesi più industrializzati e più ricchi al mondo.

L’autore ammette (pag. 79) che furono assai scarse le ricadute pratiche del supposto ruolo costituente della Corte di Giustizia, surrettiziamente reso possibile dalla lacunosità dei trattati. Ma che furono assai più gravi con gli altri trattati, che si sarebbero succeduti negli anni. Come se il percorso di una sempre maggiore integrazione europea fosse stato, ex ante, prevedibile, assolutamente ingombro da ostacoli, fatalmente e teleologicamente rivolto all’inevitabile creazione dell’Unione europea. Argomento capzioso e “complottistico” (più volte presente nel libro in altri contesti) che non meriterebbe commento, se non fosse dichiarato apertis verbis da un professore universitario con velleità da statista.

Ma dove sono i legami fra questa azione rivoluzionaria, ovverosia l’azione dei politici europeisti, e la decadenza economica d’Italia? Qui la protervia dell’autore fa strame di tutto ciò che la letteratura economica e sociale ci dice da anni circa i motivi alla base della decadenza pluridecennale del Paese. Dopo aver preteso di dimostrarci il procedere dispotico delle istituzioni europee, ecco che il nostro, come già anticipato, si lancia in sperticate analisi economiche sul controllo del tasso di sconto, la capacità dello Stato di mantenere bassa la disoccupazione con uno schiocco di legge (sic), la volontà deliberata della Ue di mantenere elevato il tasso di disoccupazione in tutti i paesi membri, non citando pubblicazioni ma riportando dati e numeri, quindi peccando di imperdonabile imperizia: se non sei esperto di un determinato tema, devi giocoforza rifarti agli “esegeti”, agli esperti e ai loro contributi. Solo così è possibile individuare eventuali nessi casuali, perché, altrimenti, se torturi i dati questi alla fine dicono quello che vuoi che dicano. D’Andrea, invece, vuoi perché non ha una formazione da economista, vuoi perché sa perfettamente che l’intera messe di pubblicazioni che si sono occupate di declino italiano indicano in ben altre origini i mali italiani, non cita studi (né, fatto da sottolineare, ringrazia nessuno per aver letto il suo manoscritto; sarebbe stato consigliabile far leggere il testo a un esperto di diritto costituzionale e a un economista prima di pubblicarlo…) ma si veste da esperto, candendo in inevitabili castronerie e complottismi economico-politici. Perché tutto ciò? Perché il libro è stato deliberatamente progettato e costruito con lo scopo di confermare la tesi del suo autore. In sintesi, un libro tendenzioso (biased), perché ideologico, decentrato, perché non va al cuore dei reali problemi del Paese, e apodittico, perché non è in grado di dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che le argomentazioni addotte sono fondate empiricamente, logicamente conseguenti e non contradittorie, quando non sono delle semplici menzogne.

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Autore

Domenico Lombardini