Il primo nome

Particola men che micrometrica, men che microrganismo, nanorganismo. Proteico conglomerato acefalo, non cosa viva ma entità molecolare, ma endoparassita, saprofita a pasto ultimato, quando il suo ospite libato non sopravvive: when its tasted host does not survive. L’umano ospite, lungi dalla filogenesi dei chirotteri divenuto nondimeno sua dimora e ricetto, porta bende su bocca e nari mentre sitibondo si aggira per la città, solo. Quale antico e consumato rabdomante alla ricerca di prepararti galenico-taumaturgici, dispera contro ogni disperanza che tutto potrà alfine risolversi nell’esito previsto dagli àuguri-medici, i quali, in accessi escatologici, non possono che prevedere puntualmente ciò che non potrà fare a meno di accadere, salvo il contrario. E via andare con reiterati e sfaccettati e sfacciati ritrattamenti e aggiornamenti ai vaticini che pretendono trarre dalla Scienza, la quale, irridendoli non appena le volgono le spalle, indossa le più cogenti vesti di estipicina. La città rimbambita dalle parole, rimbambita e vogliosa d’esserlo pur di non vedere, pur di non sentire, si ricopre di oleosa e maleodorante pellicola di sicurezza sociale e di pudicizia, sì che le intemperanti erezioni, vergognose d’esserlo, si stemperano in morigeratezze obbligate perché seni sobbalzanti su cui sfogare lascivie latitano alla vista, figurarsi al tocco. E la conseguenza deteriore del domicilio claustrale è la diffusione endemica di desuete pratiche erotiche monogame, sfogate su corpi ormai consumati da annose e reciproche e ricambiatissime trascuratezze. La nevrosi eretta a pratica sociale raccomandata, l’ortoressia a igiene alimentare, l’algoritmo assurto a unico principio assiologico, sì che all’uomo non è lasciata alcuna scelta se non quella del bene obbligatorio perché algoritmico, si trova a trascendere la vita così-come-è, la vita bruta intendo, la materia grezza senza senso della realtà con gli strumenti spuntati dell’immanenza, non produttori di senso ma di insensatezza, di ansia, di disperazione. E se è vero che è trascurabile e ridicolo il ricorso alle vestigia religiose, è altrettanto palmare il sommo ridicolo dei novelli profeti che vaticinano una volta sciagure, una volta palingenesi, piegando l’empiria ai loro disegni, ai loro pregiudizi, ai loro giochi, alzando alti lai, e memento mori e memento vivi, declinando questi nelle loro inveterate abitudini di competizione virile, da galli da combattimento nell’arena asfittica e disusata dell’intellighenzia: idioti per autoreferenzialità, imbelli per insipienza, imbonitori per mestiere di un pubblico di sprovveduti irretiti dal prestigio della cultura, ché il prestigio della cultura induce gli stupidi a mangiare senza aver fame, ché l’idea confusa attrae lo sciocco come la fiamma l’insetto. E mentre questi sciami di esperti scemi di senno, forieri di sciagura, altroché pronubi, mi si riversano intossicandomi nelle trombe di Eustacchio, penso quanto bella sarebbe la silenziosità di boschi e paesaggi remoti e romiti, lungi dalla logolalia inebetente degli intelligenti, dai contrabbandieri di escrezioni neuronali. Quindi mi addentro decisamente nel bosco quale panacea ai miei mali. Sento distintamente il suono dei miei passi, la cedevolezza molle della lettiera di foglie, la cadenza ritmica del mio respiro, l’odore resinoso delle cortecce di conifere, il suono senza senso e senza pretesa d’averne che risulta dal mio corpo in movimento: e allora appare come io sia soltanto un semplice suono. Gli oggetti del mondo nel bosco rifiutano ogni sdrucciola nominazione; e malgrado non si possa e non si voglia nominarli, non per questo la loro esistenza ne è intaccata, al contrario ne risulta grandemente magnificata: ciò che si mostra, è un tutto intellegibile e perfetto darsi. L’atto di donazione del mondo si sostanzia nel mondo così-come-è, senza mediazioni e nominazioni, nella tabula rasa di ogni inferenza. Nell’epifania di questa verità, l’apparente vuoto di significato assume un ultimo e omnicomprensivo significato, ravvisabile cavando l’essente che in noi rivendica fraudolentemente esistenza, laddove è assenza la nostra vera essenza: saggezza corrisponde senza residui a questa assimilazione. E se tutto è un unico uno, se tutto è obbedienza, allora le cose senza nome, nella loro verginità di nominazione, recano un connaturato senso svelato dal loro semplice esserci: sotto l’atmosfera non c’è nulla, in fondo, che sia veramente semiosfera. Al di qua e al di là del mondo i significanti danzano nella loro vuota insensatezza. Depositario di questo segreto, novello iniziato, preso da terrore e furore, con una spiga di grano nella mano destra e il lituo nella sinistra, pazzo ecista velato capite segno per terra il pomerio e il mundus. E una volta cintomi la vita con un giunco schietto e lavatomi il volto con la rugiada del tramonto, ho la tracotanza di profferire sottovoce il primo nome del mondo: il nome della nuova Città.

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