Su “Nel profumo delle catacombe”, di Gian Ruggero Manzoni

La cittadella degli uomini è stretta d’assedio in questi giorni dalla morte, che questa volta ha preso le sembianze tanto sfuggenti quanto concretamente reali di un assemblaggio nanometrico di proteine, glicolipidi e acidi nucleici: il nuovo coronavirus. La percezione di tale assedio è reale, vera, perché soggettiva: nella vita non esiste nulla che possa definirsi oggettivo, essendo la verità ciò che risulta dall’animo dell’uomo, raccolto nella solitudine e nella sua soggettività. Ciò è sempre vero, fatta eccezione per le verità della scienza, che non hanno alcun potere dirimente rispetto ai problemi fondamentali dell’uomo: “Noi sentiamo che, persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati.”, ci dice Wittgenstein. Può forse farsi l’uomo strumento analitico oggettivo, emulo o protesi degli strumenti della scienza cosiddetta oggettiva? No. Quindi l’angoscia di questi giorni è del tutto legittima, perché vera, ed è vera perché risultante da una realtà palpabile. Ognuno di noi reagisce come può e vuole: c’è chi fa finta di negare la realtà e c’è chi ne prende atto. Pur essendo tale assedio evidente a tutti, anche agli incauti negatori, esso è nondimeno sempre presente: la morte attenta sempre alla vita. La vita è un arcipelago semisommerso che vuole resistere eroicamente alla furia ossidionale tellurica somergente dell’oceano della morte.

La verità di questa realtà è la risultante della frizione tra vita e morte, in ultima analisi da una sensazione immediata. Qui l’intelletto raziocinante è sospeso: la verità risulta lì dove la sensazione aspra e intollerabile della prossimità della morte inebetisce il raziocinio, sensazione possibile solo con l’aspra esperienza concreta e liminale della morte. In limine mortis, lì dove la vita viene ustionata dall’acerbo contatto con la fine, lì è la verità. Nella sua nudità, la nostra. Solo in questa esperienza iniziatica, al pari degli antichi misteri eleusini, l’iniziando diventa iniziato per il tramite non di una conoscenza bensì di un’esperienza.

Soltanto reggendo il nostro sguardo su di lei, sull’assimilazione vita-verità-morte, ci persuadiamo, a dirla con Carlo Michelstaedter nel suo La persuasione e la rettorica, ossia ci rendiamo persuasi e non più rettorici. La rettorica, secondo Michelstaedter, è la congerie di travestimenti (le Istituzioni, la Cultura, la Tradizione, la Scienza, la Religione) al servizio dell’illusione della perpetuità del corpo sociale e del nostro stesso corpo biologico. La salute, la salvezza, non può essere raggiunta se non con lo sguardo virile di chi contempli attonito ma acutamente cosciente la falsità degli strumenti rettorici. Solo così, solo smascherando la falsità della rettorica si giunge alla salute.

In questa temperie spirituale ho ripreso in mano la raccolta di poesie Nel profumo delle catacombe (Editrice: L’arcolaio) di Gian Ruggero Manzoni. L’autore ha deciso di stazionare programmaticamente in questa liminalità. Manzoni cede al fascino della morte, con la quale intrattiene un rapporto voyeuristico, al limite della parafilia. Il libro è disseminato di sensazioni olfattive e gli odori sono i veri protagonisti della raccolta. È noto come gli odori siano elaborati in una parte ritenuta meno nobile del cervello umano, il rinencefalo, che nella storia evolutiva di Homo sapiens si è via via atrofizzata, presumibilmente a seguito dell’acquisizione della stazione eretta. Da quel momento, il mondo dell’uomo è stato più quello restituito dagli occhi piuttosto che quello filtrato ed elaborato attraverso il senso dell’olfatto. Da allora, il suo orizzonte è stato quello delle spoglie e vaste radure a perdita d’occhio piuttosto che quello arboricolo, del labirinto dendriforme della giungla. Il cervello corticale aveva vinto. Ma l’animale sottocorticale, il rinencefalo e altre regioni cerebrali reminiscenti della nostra antica storia evolutiva, sono il rimosso che torna sovente a stanare le aporie corticali. Il saggio è l’animale antico che sonnecchia in noi. L’uomo ha rinunciato al mondo degli odori (e anche alla coprofilia, laddove tutti gli animali sono coprofagi) e ha ottenuto sì un vantaggio rispetto alle proprie chance di sopravvivenza, e di perpetuare quindi tale vantaggio alla progenie, ma al costo di una inevitabile scissione interna. Il principio di non contraddizione è il diretto risultato di questa scissione. L’animale sottocorticale non sa nulla del principio di non contraddizione, per lui è del tutto normale che una cosa possa essere nera e allo stesso tempo bianca, che un corpo possa essere vivo e allo stesso tempo morto. Il principio di non contraddizione presiede allo sviluppo della scienza; ma se è vero che “persino nell’ipotesi che tutte le possibili domande scientifiche abbiano avuto risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure sfiorati”, allora il principio di non contraddizione è la vera pietra d’inciampo sulla via della salute.

Manzoni si aggira nella penombra catacombale delle cripte seguendo tracce olfattive. Il poeta non si affida all’animale corticale ma come un cieco rabdomante o un segugio va in cerca dei copiosi residui organici che i morti ci hanno lasciato in eredità, che sebbene rinsecchiti e mummificati da secoli di riposo recano ancora il ricordo di antichi, pungenti effluvi. Gli effluvi di scoli di liquidi nerastri, ultimo risultato della colliquazione delle carni, che si raccolgono pietosamente in basso in catini o fosse all’uopo dedicate. Ma l’inesausta, parossistica fissità dello sguardo sulla morte, ancorché dura da sostenere, è condizione minima ma non sufficiente per accedere alla salute. C’è il rischio che il fascino della morte produca il desiderio dell’oblio, lamor vacui fine a sé stesso in luogo dell’horror vacui. Ma qui interviene il potere della parola del poeta la quale, sebbene debilitata dalla prossimità dalla morte al pari della falena attratta irresistibilmente dalla fiamma che l’uccide, riemerge all’ultimo momento, come sottratta all’ultimo momento dalla gola del leone. La parola-carne sbrindellata e già ridotta all’osso è la parola poetica, che la morte ha spogliato degli illusori e pateticamente consolatori travestimenti della rettorica. La parola poetica di Manzoni è il nudo sguardo virile che non smette di piangere, è lo sguardo pietoso di chi a mani nude raccoglie le spoglie di ciò che rimane, di chi sa che l’odore di rose satura le fosse, di chi sa, infine, che il bianco può essere anche nero, che il morto può essere anche vivo.

 

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