Al tempo dei bambini

 

La sera è come se non dovesse finire mai. Questa liminalità serale sembra consumarsi, rarefarsi nell’evanescenza della luce al tramonto. Ma poi si rinserra cocciutamente in sé, si ricompone come negli ultimi atti di un’agonia, aduna tutte le sue ultime forze, e si ridesta infine, sebben sonnambula, e come da un continuo dormiveglia ritorna alla vita. E dalla vita poi a grado a grado si ritrae, inscenando una morte che non avviene, un tonfo che non si consuma, millantando vitalità, dissimulando inanità, rifiutando l’una e altra, e la vita e la morte, perché entrambe troppo aspre da sopportare, troppo imperiose alla vista.

 

Questo cigolio metallico ritmato non accenna a finire. Né riesco a figurarmene la natura, da momento a momento sembrando un cicalino, gli ultimi, agonizzanti giri di chissà quale congegno meccanico, il rumore ormai quasi del tutto ovattato dalla lontananza di un ignoto sferragliamento. Sembra finire, trattengo il respiro per meglio appurarne il silenzio, ma rieccolo, ridesto, come prima, tale e quale. Mi risolvo a uscire di casa, per cercarlo, scovarlo, per terminarne finalmente la voce, per zittirne la petulanza, l’idiota impertinenza. A ogni passo ne sento distintamente l’aumento infinitesimo di intensità, di volume, e riesco, affinando l’udito, a orientarmi peritamente tra i palazzi e i quartieri deserti. Di tanto in tanto capita di incrociare un volto, invero stupefatto dall’incontro, che subitamente si volge altrove. Poi d’improvviso, passando per il viottolo delimitato da due palazzi contigui, vedo una rete metallica costeggiante un campetto rettangolare, a sua volta fronteggiato da ogni lato dalle grigie facciate degli edifici. All’interno del campetto una collezione varia di quei giochi che spesso si installavano nelle città, al tempo dei bambini. Una di queste giostre, dalla forma rotonda con corrimano, girava da sola chissà come, producendo quel rumore.

 

La città si sviluppa concentricamente all’ospedale. Lo spessore anulare della città si assottiglia di anno in anno man mano che l’ospedale, al centro, ne fagocita via via dei pezzi. Oramai è l’ospedale la vera città, non foss’altro per la quantità di genti che lo abita; la porzione di città non ancora fagocitata, per così dire non ancora ospedalizzata, ne è uno stadio di sviluppo ancora incompleto ma il cui divenire è segnato. Le ciminiere dell’ospedale sono sempre accese. Invalse, negli anni, l’obbligatorietà di incenerimento dei corpi come urgente misura di salute pubblica: l’inumazione e la sepoltura cimiteriali erano letteralmente divenute impossibili per l’aumento esponenziale dei morti. D’altronde i cimiteri necessitavano di così tanta manutenzione che ci si era risolti a lasciarli in rovina, inclusi quelli monumentali. L’aumento delle temperature, che d’estate toccavano in tutto il paese i cinquanta gradi centigradi, causava l’esplosione dei colombari. Spesso era necessario ricomporre alla buona i resti dei morti, che le esplosioni proiettavano sulle lapidi macchiandole di un nero difficile da rimuovere. Era la tumultuosa fase colliquativa della decomposizione cadaverica, appresi poi, a trasformare i corpi in quel liquido nerastro.

 

Annotta, ma le luci dell’ospedale sono sempre accese: dalla mia finestra, che dista poco più di due chilometri dall’ospedale, intuisco l’attività febbrile e diuturna che lo pervade. Le luci non mi lasciano dormire. È stato stimato che l’ospedale consuma ogni anno circa un chilometro lineare di città. Tra due anni anche il mio quartiere verrà ospedalizzato, e io con lui. Ciò che rimane della città corrisponde oggi all’incirca a dieci chilometri di spessore circolare. In realtà, qualcosa fugge a questa fagocitazione. Alcuni quartieri vengono isolati, soprattutto per l’inservibilità dei palazzi, molti dei quali pericolanti. L’isolamento dei quartieri avviene utilizzando grosse barriere in cemento sormontate da robuste recinzioni in acciaio, che vengono posizionate all’ingresso delle strade che danno al quartiere in questione. Questi quartieri per così dire incapsulati dal cemento sono infestati dai ratti e da una vegetazione resa particolarmente aggressiva dal clima pressoché tropicale. Una natura del genere, recante il segno indelebile dell’impronta antropica, su cui è stata impressa una svolta evolutiva mostruosa, sta conquistando i manufatti umani.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...