Perché non possiamo essere né liberali né sovranisti (o men che meno socialisti). Una lode al pragmatismo per la rinascita d’Italia.

Premesse

Più studio la storia economica, più mi rendo conto che i problemi, annosi, d’Italia non li abbiamo mai risolti ma che al volgere dei decenni si sono invece incancreniti e cristallizzati, conferendo alla struttura economica e sociale del paese una rigidità, una sclerotizzazione tali da aver gettato le basi a un declino, sociale e politico prima ancora che economico, che perdura da più di quarant’anni, e che pare irrefrenabile. Da una decisa convergenza nei confronti delle economie più avanzate, fino ai primi anni Settanta, abbiamo virato, prima in maniera anodina poi in modo sempre più precipitoso, verso una divergenza dal trend di crescita dei paesi a noi omologhi. Ci siamo troppo e per troppo tempo cullati nell’illusione che l’Italia si fosse definitivamente affrancata da un’arretratezza secolare, che era di ordine sociale, culturale e politico, e che si fosse ultimamente instradata in un percorso di sviluppo che l’avrebbe resa protagonista riconosciuta dei destini d’Europa. Purtroppo, non è andata affatto in questi termini. Ma tutto questo era inevitabile? Direi proprio di no.

I problemi annosi del paese ogni italiano li conosce bene e sono riassumibili lapidariamente così:

  • La gestione nepotistica, per non dire più appropriatamente mafiosa della cosa pubblica;
  • La questione meridionale
  • L’esiziale commistione di politica e affari
  • La burocrazia disfunzionale, pletorica, parassitaria
  • Un fisco vessatorio e avverso all’intrapresa
  • L’eccessiva spesa pubblica destinata ai ceti improduttivi
  • La scarsa scolarizzazione di qualità (cattivo capitale umano)

 

Tutto ciò ha ingenerato, in una nazione giovane come la nostra, la quasi totale assenza di senso dello stato, la sfiducia pressocché unanime nei confronti delle istituzioni pubbliche, comportamenti socialmente e civilmente censurabili (evasione fiscale di massa), pratiche compromissorie e collusive. Ma anche atteggiamenti psicologici assai nocivi, derivanti dalle debolezze su richiamate, come l’autocommiserazione, il vittimismo, la ricerca del capro espiatorio di turno. Veri e propri vizi mentali, questi, che vengono doviziosamente instillati nei giovani i quali, anch’essi ammorbati da questo clima psicologicamente tossico, non potranno che esserne infettati e farsi vettori del medesimo morbo. I giovani di questo paese meritano di più.

Dal putno di vista sociale ed economico questo stato di cose ha creato un contesto per nulla dinamico e un’economia rivolta più all’estrazione delle rendite piuttosto che alla creazione di nuove imprese, donde l’assenza quasi totale di mobilità sociale e lo scarso appeal della nostra economia per i capitali esteri. Giova ricordare che l’Italia, essendo strutturalmente un paese trasformativo, ossia obbligato ad esportare prodotti finiti per compensare il deficit di materie prime e risorse energetiche, deve dotarsi di una struttura altamente dinamica e competitiva per le esportazioni. Tutte le volte che ci siamo riusciti, il paese è cresciuto e ha, a tratti, prosperato. In anni recenti, complici la scomparsa di alcune grosse aziende nazionali e la comparsa sui mercati internazionali di economie molto più competitive di noi rispetto ai nostri settori produttivi tradizionali (prodotti tessili, plastiche), il paese ha perso posizioni e quote di mercato, ma in quel momento il danno era ormai stato fatto, allorquando non abbiamo avuto la lungimiranza, anni addietro, di imprimere una decisa conversione del nostro tessuto produttivo da prodotti tradizionali a scarso valore aggiunto a prodotti più tecnologici ad alto valore aggiunto. Siamo stati più di altri vittime della globalizzazione per questi assai banali motivi. Altri, molto meglio di noi, hanno saputo cogliere la sfida, adattarsi assai meglio alla globalizzazione, cavalcare il “drago” per stemperane le intemperanze e coglierne al meglio le occasioni. La nostra attuale difficoltà non è figlia della congiuntura economica né dell’assetto istituzionale dell’Unione Europea né dell’adesione all’euro. Questi fattori hanno complicato le cose ma soltanto nella cornice della nostra incapacità, del nostro rifiuto di adattamento. Coloro che un po’ fumosamente e molto spesso un po’ troppo focosamente si definiscono keynesiani, spesso in salse, variamente indigeste, di sovranismi dalla nuance o fascistoide o socialisteggiante, non si rendono conto che per quanto possiamo immettere nel sistema del carburante monetario, ovvero un robusto stimolo economico o fiscale, ciò non potrà che avere pochi risultati positivi, perché tale sforzo si andrà a dissipare in gran parte nelle innumerevoli disfunzioni del nostro sistema pubblico e privato, nei meccanismi mal ingranati, e molto spesso tra loro non collaboranti, soggiacenti al mal funzionamento del paese. Né possiamo continuare con le politiche assistenzialiste e premianti la parte improduttiva del paese, scaturigine di una politica estemporanea, melliflua e clientelare nei confronti di un elettorato infantilizzato e inconsapevole. Sarebbe come fare il pieno di benzina a un’automobile la quale, per vari problemi meccanici, non può andare oltre i trenta chilometri orari, quando la si vorrebbe da corsa.

Un paese diviso e fazioso

La frustrazione di veder accelerata, in anni recenti, la corsa del nostro declino ha rinfocolato l’inveterata natura faziosa e settaria degli italiani, che hanno individuato, secondo i momenti, l’ideologia e le simpatie, nello stato, nel libero mercato, nel liberismo economico, nella rigidità del mercato del lavoro o, al contrario, nell’eccessiva liberalizzazione del mercato del lavoro ecc., il nemico da sconfiggere. La reductio ad Hitlerum ha toccato e tocca toni spesso parossistici quando ci si riferisce ai migranti, all’euro, all’Unione Europea, ai politici, che sono, per definizione, disonesti e ladri, sempre. Tutto viene osservato sotto le lenti distorcenti e disoneste dell’ideologia, tutto interpolato attraverso un’ermeneutica tendenziosa, in forza della quale le fonti corroboranti i nostri pregiudizi ideologici sono tenute da conto e le altre, invece, che li contraddicono patentemente, vengono espunte, tacciate, a seconda delle proprie simpatie, di faziosità, disonestà, tendenziosità, insomma di tutti quei difetti che non si vede in sé stessi ma solo negli altri.

Le questioni di principio vengono poste al disopra di ogni cosa: non importano molto le conseguenze che ne deriverebbero laddove il principio venisse pienamente dispiegato e realizzato. Il buon senso viene decisamente accantonato in favore di ciò che stimola più efficacemente la passione la quale, in noi latini, trova uno spazio indebitamente ampio in luogo dello spirito empirico e pratico, appannaggio dei popoli anglosassoni. Ma la passione è molto spesso levatrice e nutrice di figli degeneri: disonestà intellettuale e tendenziosità ideologica. La sismografia delle passioni online è spesso rilevatrice di come stia covando nel paese l’odio ideologico nei confronti del nemico. Tali passioni trovano particolare ricetto nei gruppi di destra e di sedicenti sovranisti, che non si peritano di usare espressioni quali “tribunali del popolo”, “processi di Norimberga”, “pena di morte”, “giustizia sommaria”, “alto tradimento” riferite a quelli che dovrebbero essere i “traditori della patria”, confusamente e volubilmente individuati nei politici, passati e attuali, in alte cariche istituzionali, in imprenditori ecc. L’accecamento ideologico di queste persone, se non fossimo in tempi poco propizi alla violenza politica, sarebbe di certo foriero di disgrazie pubbliche. E invece, paradossalmente, funge da sfogo nel vuoto, da meccanismo dissipativo: l’odio politico, dissipandosi sterilmente nell’invettiva online, non ha l’agio di creare qualcosa di reale e genera soltanto una tossica narrativa che ammorba le menti e ostacola i tentativi di concordia.

Un’ermeneutica disonesta

Il sommovimento magmatico nutrito di rancore e frustrazione, sentimenti spesso scaturiti da inconfessabili fallimenti individuali, viene travestito di scienza per il tramite di un’ermeneutica tendenziosa e disonesta, donde una narrazione fantasiosa dei fatti storici ed economici. In certi movimenti e partiti sedicenti sovranisti, la narrazione è pressappoco questa: l’Italia, aderendo ai trattati europei, ha rinunciato alla crescita economica, che fino agli anni Ottanta e prima metà degli anni Novanta era sostenuta (“Avevamo superato il Pil del Regno Unito nel 1987!”), perché alcuni politici hanno creduto che solo così facendo il paese avrebbe goduto di ridotti tassi d’interesse sul debito, ma in questo modo i suddetti politici hanno, nei fatti ed ex post, svenduto il paese alle potenze estere, visti i risultati. Oppure, le nostre cessioni di sovranità sono un attentato alla nostra carta costituzionale. O ancora, il “divorzio” tra Tesoro e Banca D’Italia ha creato il debito pubblico, così come oggi lo vediamo, e l’euro ha ridotto la competitività delle nostre imprese, perché troppo sopravvalutato rispetto ai nostri fondamentali economici, e questo ha causato una riduzione dei salari reali. Secondo questo modo di ragionare, l’Italia si salverebbe solo se improntasse la propria politica economica a quella degli anni Cinquanta e Sessanta, con un forte intervento dello stato in economia e con lo stato imprenditore. Si evita di dire che in quel periodo la crescita economica era almeno in buona parte export-led e resa possibile dagli stipendi bassi che non tenevano il passo all’aumento della produttività, un modello assai simile alla crescita economica della Cina contemporanea.

In tutto questo la vera tragedia, che ha tuttavia una certa nuance comica, è che se è vero che tale politica economica ha effettivamente aiutato a traghettare il paese verso la ricostruzione e la successiva prosperità economica, le cui basi si sarebbero gettate già negli anni Cinquanta (con un forte aiuto, è necessario dirlo, del piano Marshall), è altrettanto vero che essa è stata parimenti la prima causa del nostro disastro economico a venire: dalla classe politica, incistata irreversibilmente nei gangli delle realtà produttive pubbliche, ha cominciato a promanare quel fetore di corruzione, clientelismo, mercimonio, che avrebbe negli anni compromesso irreversibilmente la competitività e la produttività delle imprese pubbliche e creato i presupposti per la generalizzata mancanza di competitività dell’intero sistema economico italiano. Si sono dati casi in cui aziende pubbliche, già disfunzionali e improduttive, approfittando della propria posizione monopolista hanno pregiudicato lo sviluppo e causato il fallimento di imprese private concorrenti. Ma non importa che la storia economica, i dati, le pubblicazioni scientifiche unanimemente dicano queste cose: la verità dei sovranisti è altra, la verità degli altri essendo immancabilmente ideologizzata, pur anche la matematica sembrerebbe irretita a parer loro dalla cosiddetta “ideologia neoliberale”.  Ma qual è il motivo della diffusione di tali interpretazioni così distorte? Una grossa responsabilità deve essere data alla cosiddetta attività divulgativa (spacciata tale, come se fosse un’innocente diffusione di asettiche e acclarate verità scientifiche) e a certe pubblicazioni “seminali” (si dovrebbe dire “pestilenziali”) che hanno creato la cultura d’accatto a cui si abbeverano in molti.

Se quanto sopra è vero, e lo è, allora il cosiddetto sovranismo si riduce quasi del tutto a una sterile rivendicazione identitaria e nazionale, che non è utile, anzi è letteralmente mortifera per il paese.

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