L’infanzia dentro le mura, di Luciano Neri

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POSTFAZIONE di Fuori dalla città (Oèdipus Editrice, 2019).

L’infanzia dentro le mura di Luciano Neri

Nel 2010 usciva il primo libro di Domenico Lombardini, Economia, e aveva inizio una vicenda poetica che fin da subito si prefigurava come un’esperienza da seguire con attenzione. Non a torto il prefatore introduceva la silloge come la prima tappa di una trama di ampio respiro concettuale e filosofico che si accompagnava ad una cifra stilistica differente rispetto alle forme del poetico contemporaneo. Una poetica dell’incontro, dove il soggetto, alla ricerca di un’identità altrimenti perduta rispetto a un progresso inteso come dominio sulle vite, decretava la perdita del sé e dei significati etici intrinseci al discorso individuale in relazione al governo della comunità. Non restava quindi al soggetto minacciato che un’opera di mimetizzazione per restituirsi alla vita lungo una linea di demarcazione apparentemente impenetrabile se non esistesse il poetico a rivoltane il senso, a scorgerne l’altra parte. Più di un testo, in quel volume, metteva a confronto le contraddizioni tra realtà e apparenza, tra verità e rappresentazione e l’io, tra soggetto e oggetto, sotto la lente di un’osservazione inguaribile, si avventurava nella malattia della storia come luogo del disarmo di ogni resistenza della visione. La resistenza, allora, diveniva possibilità di riscatto nel senso di un’estrema azione salvifica. La ricerca di Lombardini si andava dunque a connaturare proprio intorno a questo tema, non il solo, certamente, ma il più urgente: il mondo dell’uomo alla deriva del senso che più nulla è in grado di produrre se non una pietà estemporanea, archiviato in un suo tempo senza più utopie né illusioni. Pagina dopo pagina il poeta costruiva il suo avamposto di osservazione pietosa e indignata rispetto a vite ormai destinate all’impossibilità di esperire senso e desiderio nel mondo governato da un sistema retto da una macchina del discorso economico annichilente. Tema fenomenologico dell’esperienza che trovava una naturale continuità, cinque anni dopo, ne L’abitante, soggetto sostantivato da una ormai peculiare passività rispetto alla natura dell’uomo in ricerca perenne della sua essenza ma allontanato irreversibilmente da essa dalle macchine desoggettivizzanti messe in atto dalla storia. E per attivare la sua macchina linguistica Lombardini si affidava al pensiero di alcuni filosofi e mistici per accertare come in fondo l’abitare il mondo e se stessi altro non è che un miraggio, in quanto l’abitante alla fine è un io disabitato avendo perduto il vero sé e il tracciato dell’avventura umana più autentica. E nel tracciato l’io appariva come un qualcosa di deformato e fuori contatto rispetto al dentro/fuori, all’io/altro, inospitale a se stesso e straniero irriconoscibile.

 

Da queste premesse muoveva l’autore di fronte a Fuori dalla città, terzo momento in ordine cronologico della sua scrittura, nell’urgenza di una comprensione volta ad approfondire le cause di una tale perdita.

Ospitando ogni scena come fosse il quadro di una iconostasi, dove in ciascuna si contempla il punto di vista di un soggetto che si orienta a diversi gradi prospettici e focali, la voce diventa l’istanza enunciante che sconfina da un quadro all’altro, come in un viaggio, avvicinandosi e allontanandosi rispetto ai luoghi dell’immagine, fino a scorporarsi in essa. Nel primo quadro l’abitante è un infante di fronte al logos per eccellenza della società occidentale, la città, il luogo che accoglie i prodotti dell’uomo e lo sguardo è posto da una prospettiva a ritroso in cui sembra de-realizzarsi, in cui il linguaggio si spoglia dell’innocenza e la lingua non è ancora discorso, pertanto la voce è attraversata da una profonda inquietudine. Ma si tratta solo in parte della città platonica il cui potere è tripartito e dalla quale i poeti sono esclusi perché ispirati divinamente nell’immaginazione e in grado quindi di suscitare sentimenti negativi in antitesi alla retorica dominante e di destabilizzare l’ordine costituito e la morale: quella a cui pensa Lombardini è piuttosto la città aristotelica della “Costituzione degli ateniesi” quale luogo della violenza e dell’esclusione, quella degli alcmeonidi, per intenderci. Per interposti luogo e tempo, in un presente e in futuro imprecisati, adesso l’uomo è rintracciabile nella città globale, post-moderna, del tardo capitalismo, in una realtà dove non c’è più spazio per l’essere ma solo per il fare, dove suo malgrado cerca di affermare il proprio sistema, fiducioso nel progresso, e certo che in tal modo potrà raggiungere la perfezione e la virtù attraverso la condivisione di un volere divino come senso di onnipotenza delle proprie capacità e possibilità.

La città incarna idealmente l’organismo mutevole di un immaginario a cui l’uomo ha legato il proprio destino storico e da cui si alimenta per raggiungere i propri fini e in essa si identifica quale specchio efficientista del progresso. Un immaginario, tuttavia, dove aleggia lo specchio rovesciato della visione dell’imminente declino della civiltà occidentale, dove si scorgono, agli occhi dell’infante, tutte le inquietudini di una premonizione, i segni e le prefigurazioni della negazione, il luogo in cui l’apocalisse si sta consumando. A Babele si sostituiscono Sodoma e Gomorra, le forme si riducono a macerie, la rovina si rispecchia continuamente nell’incubo del proprio crollo. E non si può pensare ad altro progresso, dunque, se non a quello fattivo del dominio dell’economia sul reale, che ha imposto il proprio regime a masse anonime secondo i bisogni dettati, ormai fuori dalla società delle masse ideologiche, dal ciclo produzione-consumo, trasformando il capitale l’altra parte in un regno distopico orwelliano o ballardiano, se si preferisce, creando zone immense di alienazione in quasi tutta l’intera città-mondo. Tutto ciò all’autore è presente, pertanto i quadri della visione vengono attraversati in lungo e in largo, spazio e tempo, per cercare una risposta nel contatto con una rivolta del proprio sé, quello in origine dell’infante che diventerà uomo, ma che al momento non può che sottrarsi, inerme di fronte al mondo-nulla, senza lingua (Fuori dalla città – nulla/ Questo nulla è l’infanzia).

Alle soglie della città l’infante comprende che dovrà necessariamente entrare in una contraddizione e subire un assedio a cui forse dovrà adeguarsi per sopravvivere. È lo stesso poeta in cui l’infante si identifica e a cui tocca la sorte di disvelare la contraddizione, per restare nei luoghi platonici, e di smascherare il dualismo metafisico che soggiace alle leggi della natura umana. Cioè il timore di dover vivere una vita come impostura una volta varcato il perimetro murario, a dissimulare se stesso in presenza dell’altro, allontanandosi così dal vero sé.

Allora l’infante che condivide il viaggio insieme al poeta diventa il limite del linguaggio stesso, ciò che in natura è, e si pronuncia come tentativo di risposta ultima intorno alla fenomenologia dell’esperienza umana ponendo la propria autoreferenzialità, in qualità di testimone escluso/incluso, in contrapposizione a un referente che promette di mettere ordine al disordine e che traduce ogni parola dell’essenza di un individuo in un flusso univoco di discorso, quello del potere. Si tratta altresì di una lotta per la sopravvivenza rispetto a una voce impersonale e divina che si promulga attraverso le leggi del dominio del discorso sulle vite. Qui l’io comprende che il limite della sua essenza linguistica ha da affrontare il trascendentale prendendo distanza dall’ineffabile. Come viene evidenziato nel bellissimo testo (Non ho capito/Se le stelle siano figurate / O sostanza/ Se al mio cenno/ Le cose possano essere/ O sparire…), dove il soggetto vede le cose senza ragione nella loro perfezione indicibile, esistendo la perfezione senza nominarla rispetto all’oggetto, in questo caso il firmamento. Qui compie la prima esperienza trascendentale del linguaggio, rischiarando la falsità della parola come convenzione di un gruppo sociale che vuole imporla come potere di nominazione rispetto alla realtà oggettuale. Si tratta di una scena muta, in cui dall’assenza di nominazione emerge lo stupore del soggetto di fronte alla perfezione dell’oggetto senza nome, dove soggetto e oggetto annullano ogni dicotomia linguistica ed emotiva, divenendo una sola cosa. L’infante che osserva il firmamento fa esperienza del linguaggio là dove il potere della dicibilità viene sovvertito dal potere trasfigurale delle emozioni, per cui si affaccia in questa mancanza come un assente, dove ancora non si comprende la lingua rispetto a una referenzialità quale sostanza dell’oggetto reale, non potendo esibire ancora il legame segno simbolo rispetto alla visione della meraviglia, che è una visione pura, assoluta. La parola dunque può non essere pronunciata per il potere dell’indicibile ed è incommensurabile rispetto alla possibilità del dicibile: è in questo “spezzarsi della parola sulle labbra” che si concentra tutto lo stato emozionale e vuole rappresentare ciò che Heidegger definiva il “passo indietro rispetto al pensiero”. Ha inizio qui il cammino verso la conoscenza, ai limiti di un linguaggio che non è ancora e di un soggetto che, all’interno di una simile aporia, vuole mantenere integra la propria individualità allontanando le minacce che su di esso incombono entrando nel logos il cui linguaggio ha una risposta per ogni cosa nel senso del discorso totalizzante del progresso. E il limite è rappresentato dalla privazione di cui il soggetto fa esperienza, quello spazio di non nominabilità che lo mette di fronte allo stupore dell’esistente, come si diceva. Nell’impossibilità di parlare una propria lingua, nella differenza fra lingua e discorso attraverso cui si articola o si disarticola la facoltà del parlare rispetto alle possibilità di nominazione del reale e del trascendente, è qui la dimora infantile del linguaggio che accompagna il soggetto narrante che cerca di preservarsi rispetto all’avvenire del negativo, privandosi appunto, essendone già privo, della relazione che segna il rapporto, irriducibilmente scisso, tra lingua e discorso. Il poeta-infante alla soglia è con le spalle al muro: per superare l’aporia non avrà altra possibilità che di attraversarla e nella sofferenza abitarla secondo le facoltà che gli sono intimamente più proprie, l’essenza appunto, che viene percepita come un valore. “Solo l’uomo dei viventi – affermava Aristotele – ha il linguaggio. La voce, infatti, è segno del dolore e del piacere e, pertanto, essa appartiene anche agli altri viventi; il linguaggio, invece, è per manifestare il conveniente e lo sconveniente, come anche il giusto e l’ingiusto; questo è proprio degli uomini rispetto agli altri viventi, solamente l’aver sensazione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto (…) e la comunità (koinonia) di queste cose fa l’abitazione (oikia) e la città (polis)”.

Di fronte a questa esperienza incompatibile si trova il soggetto infante in prossimità delle mura, lasciando l’incertezza per il certo ed entrando nel cuore dell’aporia, dove al soggetto non è permesso più di poter esperire la propria conoscenza attraverso la propria esperienza e di fatto entrando in una inclusione che lo espropria del proprio essere (ciò che sapevo bastava / a vivere fuori dalla città/ ma questa mia vacanza /non era benvista/ era a termine/ per il mio bene/ certamente/ che mi sporcassi / come loro/ che studiassi/ che lavorassi/ che facessi qualcosa/ che fossi qualcuno/ tutto, chiunque/ non quello che facevo/ non quello che ero). Entrando nella città il soggetto ha lasciato l’infante e il poeta la sua voce, si è lavato del dolore e della sofferenza per essere soggetto passivo della visione distopica del progresso. Ma è solo una promessa che si può tradire. Oltre le mura, ci preannuncia ironicamente Chesterton (“Voi non potete immaginare niente di più straordinario di una città in cui tutti si domandino se sono se stessi”), gli abitanti stanno costruendo quell’idea di progresso che li renderà felici per il bene di tutti, prende forma il bios, la forma di vita che si regolamenta nella comunità attraverso le funzioni, i poteri e i ruoli cui ciascuno è chiamato a prendere la maschera. La vita viene inclusa nelle strutture del potere statuale, perché il fine della città è il vivere bene. Il biopolitico e le sue contraddizioni tra vita e bios, il legame indissociabile tra governo e corpi, tra istinti e ragione, la trasformazione della vita attraverso lo strumento della politica, per tornare all’idea platonico-aristotelica. È qui, nella polis, sembra ancora suggerirci Aristotele dalla “Politica”, che alberga il passaggio dalla voce al linguaggio e sembra sostanziarsi il nesso che regola il potere sulla vita o meglio, la vita sul potere attraverso l’eccezionalità di un governo, di uno stato di cose dal quale non si può eludere. Paradossalmente il potere del governo si alimenta dell’esclusione della propria vita, si fonda su una esclusione che include e su una inclusione che esclude e tale paradosso viene vissuto proprio in seno al linguaggio, che articola tale rapporto attraverso la leggi del discorso, sui codici che impongono l’asservimento, e che si circonda di sacro, di inviolabile. Non è un caso che a deragliare nella scrittura di Lombardini, oltre al mondo città, a un certo punto sia il linguaggio inteso come discorso, specie il linguaggio tecnocratico e giuridico. Di tutto ciò fa esperienza il testimone e ci mostra come l’obiettivo umano si sia trasformato nel suo esatto contrario: non è più il sogno ma è l’incubo dentro la città, dove il discorso si dissocia non tanto e non solo dal poetico ma dal linguaggio stesso. La città si trasforma in un leviatano dalle cui interiora si ingravida la proliferazione del diverso e l’estremizzazione dell’esclusione, implode in un’orgia, viene abbandonata dalla pietà e il grottesco trionfa, secondo la profezia hegeliana a proposito dell’arte romantico cristiana, per cui ogni cosa si deforma.

Tra la dimensione angelica e quella bestiale, come mutilazione della bellezza e inconciliabilità di carne e spirito, il grottesco disvela così l’altra faccia del progresso in una natura mostruosa e antinomica, nella pornografia e nella malattia si reifica l’orribile, l’eccessivo, il caricaturale, la complessità del reale si atrofizza e diventa putrescenza, contro ogni possibilità di armonia la malattia mostra l’inermità di accettare i limiti del corpo e la paura della morte, che ha ottenebrato ormai ogni visione. Ad ogni ordine costituito si ribella il disordine. Il linguaggio dunque si scorpora dalla sua stessa vita, il poetico si trasforma in impoetico, ogni forma di sublimazione e trasfigurazione risulta alterata e bandita. Sembra un’enorme mutazione genetica della storia iniettata di progresso, che non può che rinunciare alla tensione verso qualsivoglia significato e lo stesso significante va alla deriva, con ogni relativo nesso logico. Contrariamente al bambino che crea mondo a partire dalle cose che nomina, il linguaggio si scompone rispetto alle sue funzioni e nessuna oggettività è più riferibile. Proprio il linguaggio del discorso che avrebbe dovuto conferire senso e significato al fare e all’essere degli abitanti, dei cittadini, perde il suo soggetto/oggetto, rimane senza lingua, come l’infante prima di affacciarsi a questa totale epifania della fine. Tempo e spazio della storia confluiscono in questo caos disarmonico e i significati della nominazione si arrestano nella perdita della vita dello spirito e la macchina del linguaggio che escludeva includendo ora si inceppa, si ferma irrimediabilmente, non potendo più rappresentare alcun dominio, perlomeno quello fondato sull’ego sum cartesiano rispetto all’oggetto della conoscenza e anche quello positivista del principio razionale causa effetto.

L’apocalisse tanto attesa è arrivata insieme al fallimento dell’annuncio cristiano. E forse proprio dal mistero di questo silenzio irreale dopo il giudizio umano potrebbe aver luogo una nuova possibilità, dopo che l’io si avvale della sua morte come di una liberazione (Dov’è l’io lascialo/ esangue – nulla vale/ battere sentieri / scoscesi, inutili./Mettersi a parte/ di una storia marginale/ posarsi su oggetti piccoli, netti/ degni di essere fatti/). E con essa una nuova oggettivazione rispetto all’uso delle facoltà dell’intelletto. Forse l’attesa e l’adesione a un Dio personale potrebbe rappresentare una salvezza del vero sé di ognuno, qualcosa, qualcuno, che si personifichi in un verbo della compassione come intima saggezza, tema che riguarda l’ultima parte della raccolta, dopo “La chiesa vuota”, che invece denuncia l’opera di un’entità statuale erogatrice di servizi che ha defraudato il singolo delle risorse più intime e l’ha privato dell’autonomia di portare in sé individualmente, o di cercarlo, il messaggio cristiano. Per questo Lombardini fa appello a un Dio personale, nella povertà di un io spogliato del suo superfluo che ci conduce alla fine, come “tentativo di condurre la vita in un’esperienza pura”, come dice Bergson, senza più sostanza psicologica esperienziale legata a un tempo e ad uno spazio, in direzione di massima apertura, in vista di un nuovo ethos. (“La solitudine pertiene alla prossemica – mi riempio e svuoto ciò che vedo:/solo la cadenza del respiro/ il ritmo dell’incedere fanno sospettare/ della mia presenza -…). L’esperienza storica dell’individuo si libera senza più il bisogno né l’urgenza di una vita che non sia espressione dell’immediatezza, si trova adesso in un puro io linguistico che ne sostanzia la vita interna ed esterna e nessuna separazione sembrerebbe più sussistere. Non è più parte dell’uomo l’accumulazione di esperienze e la loro collocazione in seno a una coscienza che possa dare sostanza di esistenza, spoglio ormai di qualsiasi carattere sostanziale e qualitativo e sembra prefigurarsi come parte di quell’universale per cui le forze dell’intelletto non hanno che trovato dinanzi a se una via oscura. Come se questo puro io si fosse sgravato di tutto il sapere precedente, fuori da ogni “sostanzializzazione psicofisiologica”, come direbbe Agamben. Allora l’io, costituitosi in esperienza muta e pura, posteriore ad ogni realtà psicologica, si coglie nel suo punto trascendentale che si espande ovunque, dopo aver conosciuto il male e le sue contraddizioni. Allora questo soggetto che si è privato può aspirare ad un’esperienza più autentica, ritornando a quel linguaggio che è prima espropriazione di un’esperienza di unità fino alla sua massima disgregazione e destrutturazione, come un originario. In questo limite sta l’infanzia dell’esperienza a cui guarda il poeta, il principio di una nuova comunità dove “l’incedere è sicuro nel passaggio al bosco./sono leggero e totalmente sgravato/ di me. Nulla di occhiuto, nulla sottende/ a uno scopo, un compito – /solo il sottrarsi/ l’affidarsi al paesaggio. Nulla so, tutto vedo –/ Non sospetto nemmeno/ che gli alberi/ il fittume verde/ siano apparizioni vicarie/ di qualcos’altro -/ ciò che si mostra è un tutto/intelligibile e perfetto darsi”. Il soggetto ha imparato a guardare le ombre profonde del negativo sotto forma di trappole dove non resta che la visione delle macerie e del non senso che l’uomo duale metafisico ha prodotto. Il progresso della polis si è rivelato un gigantesco cono d’ombra rovesciato dove vivono popoli senza più essenza né identità. A questa fallimentare eredità, una volta fuori dal logos e avendone attraversato l’aporia, il soggetto trae fedelmente nuovi spiragli di senso ai limiti dello stesso linguaggio e il poeta ci concede di scorgere, attraverso la sua rivolta metafisica, l’immagine di un Dio personale, frustrato anch’esso dagli esiti della creazione e dei suoi fini.

 

 

 

 

 

 

 

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