Apericena senza Diego 7 (frammento)

Fare il tranviere… Ma non potevo, cristodio, fare l’insegnate? Quelli lì, i professori, le maestre, sedici ore la settimana e poi via, mica si beccano lo smog, la gente incazzata, il freddo, il caldo, gli ingorghi, il puzzo, la prostata, le emorroidi. Eh, tu ridi… Poi però, di tanto in tanto, ti salva un dettaglio, il giovane che lascia il posto alla donna incinta, un discorso del tutto assennato, non sai quanto sia raro su un mezzo pubblico, detto da una donna a un’altra donna, una luce particolare che balugina rifrangendosi sul parabrezza la mattina (col finestrino mezzo aperto, da cui entra un’aria appena appena troppo fredda, un po’ pungente, ma comunque rinfrancante)… Oppure qualcuno che, pum!, ti si materializza davanti e inizia a parlare, malgrado l’avviso “Non parlare al conducente”, e ti scioglie le ruggini della giornata e del malumore, ti apre un orizzonte, un modo obliquo di intendere e vedere le cose. E come se fossimo sempre immersi in un liquido vischioso, che malgrado puzzi, malgrado riduca la pelle a brani, non lo sentiamo mica. Poi, d’improvviso, arriva una persona che dice, attenzione ragazzi, qui c’è una puzza che non si respira, qui ci stano scorticando vivi… La quale persona, tuttavia, viene subito additata dalla gente come fosse lei un pazzo, lei un guastafeste. Perché sì, siamo affezionati alla nostra puzza, alla nostra schiavitù, all’indegnità di condurre una vita del genere, all’indigenza morale e materiale, tanto che a ogni parvificenza ci inchiniamo quasi fosse magnifico chi la commette e non un depravato, riconoscendo sempre e unanimemente allori a chi meriterebbe invece biasimi e peggio… è la democrazia, caro mio, una schifosa abitudine è la democrazia. Appena ti ci abitui, ecco che ormai ti ha sottratto tutto, tutta quanta la schifosa vita, che sarebbe già bastevolmente grama di suo, se non avesse sopraggiunta questa quota di invivibilità democratica, e facendolo, la democrazia, questa baldracca che si fa il belletto coi buoni sentimenti, ha anche il coraggio di dirti querulamente e con faccia ebete e beghina, “Guarda, carino, che l’alternativa è la di-tta-tu-ra: siimi sempre riconoscente!”. Ma sto divagando… Dicevo, viene questo qui, che mi si piazza vicino, tanto da obliterarmi completamente la vista della gente che sale, e inizia a dirmi che si chiama Diego, che studia teologia, che si interessa anche di scienza, di economia, di storia, di filosofia, di poesia… insomma, si interessa un po’ di tutto, e mi dice anche che questa città, negli anni Sessanta-Settanta, era una bomba, produttivamente parlando, ma anche demograficamente, tanto che il piano regolatore del tempo prevedeva piani abitativi per più di un milione di abitanti, e che oggi, invece, nel bilancio tra nascenti e morenti la lancetta tende decisamente verso la contrazione demografica irreversibile e proiettata stabilmente per il secolo venturo, e oltre… e che questo può essere ben evinto non già e non solo dal bruto dato numerico, dal computo cimiteriale e neonatale, ma da un riscontro olfattivo immediato: quando questa città era una città industriale, sul bus sarà sicuramente prevalso l’afrore di sudore, di operai, perlopiù giovani uomini nel pieno delle forze fisiche, che tornavano a casa sudati e fumigati ma felici, nella loro ebetudine lavorativa, nella tetraggine della fatica, felici di tornare a casa dalla giovane moglie, che li attendeva di certo con qualche buon piatto preparato doviziosamente, e probabilmente con qualche marmocchio, minimo tre per casa, che avrebbe carezzato svogliatamente fino a cena e poco oltre, la ninna molto presto, perché per lui una sola cosa era veramente importante, l’unica cosa che attendeva spasmodicamente tutto il giorno e che lo teneva letteralmente in vita e vigile nel corso della lunga e onirica e abbruttente giornata lavorativa, nel puzzo d’olio, nel clangore delle macchine, nell’idiota attesa della fine della giornata… scoparsi finalmente e robustamente sua moglie. La quale attendeva parimenti con trepidazione l’amplesso serale, tanto da sentirsi in dovere di cattivarsi i favori pelvici del marito e una tumescenza bastevolmente duratura di lui con la blandizie culinaria… Ora, invece, cosa ci segnala il bouquet olfattivo del bus? Incontinenze sfinteriali croniche, compromissioni neurologiche del pudendo che trasformano il bus in un orinatoio semovente in vertiginosa rotta acidula nauseante, claudicazioni di impenitenti ottuagenari querulomani, carico ricco per i vespilloni cittadini, discorsi iatromani e iatrolatri, fascinazioni escatologiche per le mirabolanti promesse della medicina geriatrica, spugnose ipertrofie prostatiche foriere di frequentissime minzioni microlitriche consumate negli angoli meno propizi della città vecchia.

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