Apericena senza Diego (5)

Ciao, scusa, ti vedevo, diciamo così, sola soletta, e mi son chiesto, chissà cosa ci fa una ragazza così carina, sola soletta, al porto, il pomeriggio, sotto questo sole, intenta a leggere un libro, sotto questo fico, mi sembravi così tanto immersa nella lettura che più volte ho desistito, ma poi, alla fine, ha avuto la meglio la curiosità, mi son detto, dài, mica avrai problemi a rivolgerle un saluto, mica la importuni con un saluto, ed eccomi qui, a presentarmi, certo un po’ sfacciatamente, ma non credo maleducatamente… poi, sarà forse questa bella giornata estiva – l’apertura del golfo sembra oggi avere un’estensione davvero magnifica, non credi?, e anche all’ombra, dopo tutto, non si sta mica male – o forse una certa faccia di tolla, appunto, di cui ti chiedo scusa, che raramente mi capita di poter sfoderare così facilmente, poi con una ragazza, magari la potessi utilizzare sempre, a richiesta, in ogni circostanza, la faccia di tolla, ne avrebbe sicuramente giovato, e molto, la mia vita relazionale, la mia vita amorosa… insomma, com’è come non è, eccomi qui, a presentarmi, forse a tediarti, forse preferiresti di gran lunga leggere il tuo libro, sola soletta, sotto il fico, piuttosto che ascoltare me… Un libro di poesie vedo, non credo abbia mai letto un libro di poesie in vita mia, questo non depone certamente a mio favore, ma io sono una persona pratica, cioè non mi faccio strani problemi, non mi complico la vita, che di per sé è già abbastanza complicata, voglio dire, cioè, che non è che io sia sciatto, superficiale, un fatuo, tutt’altro, ma per me il mondo è ciò che vedo, l’empirico, come dicono i filosofi, e le questioni che non rientrano in tale ambito, be’, per me non esistono, non sono degne di considerazione, anzi, per quanto mi riguarda, le cose non empiriche vanno decisamente allontanate perché hanno il luciferino potere di accaparrarsi una buona quota delle nostre attività cerebrali, pretendendo un sovrappiù di attenzione e, diciamo così, di fervore, di sforzo computazionale, insomma faccio mia la settima proposizione del trattato di Wittgenstein, su ciò di cui non si può parlare si deve tacere, ne converrai, francamente non mi va proprio di sobbarcarmi l’ingrato compito di cercare problemi ove non sono, di scovare enigmi laddove è solo chiarezza, di claudicare senza appigli nell’impervio e inospitale orizzonte della metafisica. Forse, tu starai pensando che io, in questo mondo, stia scegliendo deliberatamente di atrofizzare parti della mia capacità intellettiva, di diventare durissimo di cervice per questioni di capitale importanza per l’umanità tutta, perché in fondo tutti gli esseri umani si sono posti, almeno una volta nella loro vita, le fatidiche domande ontologiche-assiologiche-teleologiche chi-siamo-da-dove-veniano-dove-siamo-perché-siamo-cosa-è-il-bene-dove-andiamo. Io, da par mio, non mi faccio beffe di chi si pone tali domande, tutt’altro, né questiono la loro portata nella tradizione, culturale, filosofica, religiosa, teologica, nondimeno ne metto in dubbio l’utilità, tutto qui, la loro capacità produttiva, diciamo così. Ora, per fare un esempio, per me è importante conoscerti, ma non mi chiedo nulla sul mistero della tua esistenza nel mondo, in questa galassia, nell’universo, il tuo mistero si esaurisce, permettimi, nel tuo corpo, qui e ora, così bellamente composto e incorniciato nell’armonia della tua postura, della dolce curva della tua lordosi lombare, del tuo viso, dei tuoi occhi azzurrissimi, mistero a cui io vorrei avere accesso. Ma non fraintendermi: non sono un bruto o un sociopatico malavvezzo ai riti sociali, nel nostro caso alle regole del corteggiamento, è solo che, per rispondere meglio alle obiezioni che hai sollevato, mi è parso utile esemplificare il mio pensiero sfruttando la cogenza del nostro caso. Ma tu recalcitri e vuoi che legga una poesia del tuo libro, autore un certo Diego L., il quale mi sembra abbia voluto civettuolamente omettere il suo cognome: non credi, infatti, ci sia più di una punta di vanità in questa mal dissimulata umiltà?

 

Eppure risonante

mi sono sentito col mondo

almeno una volta.

Ora, stranito mendicante

come un pazzo cerco segni certi,

testimoni veraci della mia esistenza.

Ma io non esisto –

feto espulso da un corpo

morto, di donna immonda,

puttana antica, non appartengo

mostruosamente a nulla

se non a tutte le cose grottesche,

eccentriche della vita,

fuori asse rispetto alla sua orbita,

al di là delle sane linee di forza

che fanno vita la vita.

Neppure la morte

mi appartine, né a lei io,

mentre vanamente mi adocchia

dagli angoli inattesi del giorno

desistendo con la ferale serrecchia.

E un’insana vertigine mi pervade,

un’impotenza vòlta in strapotenza,

sì da farmi dubitare

che non sia io a non esistere

ma tutto il resto, che non sia io grottesco

ma lo sperma e gli spasimi

che assimilano così bene l’orgasmo all’agonia,

l’inizio alla fine.

 

Cosa ho capito? Be’, un bel po’ di cose: il mendicante e il pazzo, la puttana, la morte, la vita, l’impotenza e la strapotenza, lo sperma e gli spasimi, l’orgasmo e l’agonia, l’inizio e la fine. Una sola cosa: cosa diavolo è la serrecchia?

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