da Confessioni di un Asperger

Ho ricevuto la diagnosi di sindrome di Asperger già maturo, all’età di trent’anni. Non so se capiti la stessa cosa ad altre persone Asperger, ma gli è che, nel bel mezzo di una discussione, anche sinceramente partecipata, da me e dall’interlocutore, insomma in quei rari casi in cui riesco a seguire il filo di un dialogo (può capitare solo se l’argomento è di mio stretto interesse), inopinatamente una parola, secreta da chissà quale ascosa fratta del mio cervello, rivendichi prima e monopolizzi poi tutto il mio interesse. Da quel momento il fascino vischioso di quella parola mi sottrae del tutto al mio discorso. Talvolta la parola mi suona particolarmente eufonica e gradevole a pensarsi e a ripetersi sottovoce, tanto da lambiccarmene allegramente nel capo, talaltra è la sua ignorata etimologia a rendermela fascinosa, tanto da ruminarmela in bocca rimasticandomela cercando di sviscerarne l’etimo; talaltra ancora, la parola in questione non ha nulla di particolare in sé, è addirittura d’uso trito, quotidiano, ma forse sono proprio tale logorio d’uso, tale quotidianità a farmela simpatica, degna d’uno studio attento, senza riserve, al fine di svelarne la verità primigenia che l’uso pedestre aveva fino a quel momento occultato. Ovviamente, ràtto come sono dall’interesse alla discussione, non posso di certo dedicarmi allo sforzo di comprensione di ciò che mi sta dicendo il mio povero amico, il cui volto mi sta dinanzi, in rallenty: ne vedo ogni minuto dettaglio, ogni piccola imperfezione del volto, la gradevolezza dei lineamenti, la rotondità delle gote, l’armoniosa simmetria bilaterale delle labbra, la bocca aprirsi e chiudersi, aprirsi e chiudersi, aprirsi e chiudersi… ma per me esiste solo la mia parola, la mia dolce, maledetta parola.

Tale apprensione linguistica mi coglie come un parossismo e può farlo in qualsiasi momento. Mi son reso conto, a posteriori, che, in talune circostanze, non saluto persone che incontro quotidianamente, o meglio che le saluto un giorno sì e uno no, magari il dì appresso. Agli occhi del mio avventore, questa ambivalenza deve evidentemente apparire manifestazione di maleducazione o, peggio, di alterigia, di prosopopea, ma che tale estima ch’io tenga in cuor mio, sebben di fuori mai a nessuna persona ne faccio segno. Un altro motivo per cui possono non confermare un saluto a una persona è la mia, sebben lieve, nonché remittente e recidivante, prosopoagnosia. Riconoscere i volti è sempre stato il mio tallone d’Achille (ho invece una spiccata capacità ad associare volti tra loro simili). Ne consegue che, il giorno dopo, la medesima persona, mirandomi a distanza di sicurezza sul marciapiede, abbassa lo sguardo e a tempo debito mi toglie il saluto. Nella rarefazione dei rapporti che intrattengo con la gente non ricevere un saluto è fonte di frustrazione; talvolta mi getta in un profondo sconforto. Altre volte, invece, non mi tange affatto. Intendiamoci, dei perfetti sconosciuti, di cui ignoro nome e luogo preciso di residenza, ma pur sempre del quartiere, quel genere di persone che si degnano solo di un saluto e nulla più, saluto che ad ogni modo, se moltiplicato per il numero degli abitanti del quartiere, dovrebbe concorrere, per quota parte, a creare quel milieu sociale di una cosiddetta comunità. Ma il saluto è un’arte con delle regole precise, ancorché non codificate. La cosa più difficile, per me, è coordinare l’eventuale mano salutante con l’azione del sorridere, e il modo con cui acconciarmi ad essa, ma prima ancora calcolare e stabilire una volta e per tutte, se possibile, la distanza minima entro la quale possa essere visto bene, perché l’altro possa accorgersi di me e del mio saluto e perché possa conseguentemente rispondere. E poi: fare prima il sorriso o accennare prima con la mano? Fare le due cose assieme? Assieme assieme, o con un certo, sebben minimo (quanto?) sfasamento temporale tra le due azioni? Noto che saluto preferenzialmente associando il sorriso (i cui esiti reali tuttavia ignoro) al saluto con la mano, anche a una minima distanza, io credo proprio perché non mi fidi molto del mio volto, di ciò che possa trasmettere. Per dirimere la questione, ho fatto alcune prove allo specchio, conscio, tuttavia, dei limiti intrinseci del mio setting sperimentale. In primo luogo, davanti a me ci sono io. In secondo luogo, non si può pretendere che un saluto sia uguale a un altro, sebbene se ne possano enucleare caratteristiche frequenti, e che è quindi necessario, alla bisogna, adattare l’atteggiamento salutante in base a quello della persona salutata, considerando ad esempio postura e mimica facciale della medesima. Col tempo e la perseveranza sperimentale ho finalmente individuato un sorriso appropriato per qualsiasi tra queste circostanze di spicciola, estemporanea mondanità quotidiana: è sì un sorriso gradevole e rassicurante, pronto all’uso e quasi sempre efficace, ma aduggiato da una certa fissità, una inevitabile, conforme banalità.

Ho nostalgia delle piccole cose, di insignificanti dettagli arricchiti da sensazioni e percezioni che, indipendentemente dalla loro reale cogenza, hanno lasciato una traccia mnestica indelebile. Càpita che alla penombra di una stanza, quando la luce del sole trova pertugio per una feritoia delle persiane, danzanti particelle pulverulenti delineino fasci sottili proiettanti sulla parete, sulle mie retine, lunghezze d’onda che ridestano renitenti ricordi. Ne risulta uno stato di abbandono, uno sguardo sguarnito a quella epifania; una pace infine, che non è e non potrà mai essere la risultante della relazione con un altro, chiunque esso sia. Tutto ciò che è sociale pretende un sovrappiù di impegno e di fervore per essere portato avanti. Comunicare è già un compito umiliate. Non solo la faticosa articolazione fonatoria, la concertazione micrometrica del lavoro di migliaia di muscoli, di lingua, laringe, labbra, diaframma, ma piuttosto gli esiti semantici che quelli vocali sono deludenti. Mi stupisco come la gente si sobbarchi tale defatigante sforzo, visti i risultati, le incomprensioni, l’obbligo di limare, emendare, censurare in parte ciò che si è detto, non per amor di verità, piuttosto per conformarsi al pensiero e alle aspettative dell’interlocutore. Oppure per ottenere ragione, benché si sappia perfettamente che ragione non si ha. Pensiero e aspettative stimate così e così, a ben vedere, senza aver mai sicura contezza delle loro consistenza, importanza, cogenza. Ne risultano un’approssimazione all’ingresso o una all’entrata, che si rimbalzano continuamente l’una con l’altra, frase dopo frase, allontanandosi decisamente dalle mosse iniziali della discussione per prendere decisamente la deriva verso l’insignificanza. Ma il nonsense non sarebbe poi tanto male se gli interlocutori se ne rendessero conto. Alla fine ci si chiede di cosa si è parlato e quale ne è stato il costrutto… Più dignitoso sarebbe rincantucciarsi in un cocciuto e più saggio mutismo.

Ma non voglio contrabbandare per virtù le mie deficienze. Ci fu un tempo in cui provavo un umiliante senso di colpa a motivo della mia incapacità di imbastire una discussione, di non saperla iniziare, oppure, anche laddove fossi riuscito a promuoverla, a portarla avanti prendendo parte allo scambio di messaggi, perlopiù non verbali, che presiedono a ogni decente, sebbene faticosa e umiliante discussione. Né sapevo prevedere quando dovessi inserirmi nella discussione, in quale punto sarebbe stato possibile dire la propria senza apparire maleducati o importuni, pur conservando la possibilità di venir ascoltati scongiurando il rischio di essere confinati ai margini della discussione, un’eminenza sfocata ciangottante sullo sfondo. La sindrome di Asperger potrebbe essere più appropriatamente denominata “Idiozia sociale”: più brutto, ma più giusto.

Per privilegio congenito ed evolutivo mi è stato dato il dono di essere escluso da tutto ciò che è relazione: il mio sguardo si è quindi introvertito, e più si addentrava, più si introfletteva, più distintamente vedeva l’assurdo e l’ipocrisia del gioco sociale. Ma non dubitate che avrei preferito di gran lunga essere normale, essere come voi, neurotipico, simile ai miei simili: anche il più stolto, il più perverso, il più masochista di noi non perseguirebbe scientemente un dolore che lo esclude del tutto dalla vita. Non avendo possibilità di comprendere quelle non scritte, essendo l’averbalità scienza a me ignota e non apprendibile, ne è conseguita una certa irreggimentazione di me stesso, un aderire senza scarti alle norme ben codificate del convivere sociale.

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