Sovranismo o liberismo. Politica o efficientismo.

Nel liberismo economico l’efficiente allocazione delle risorse assume valore assiologico. Si suppone, cioè, che se le risorse, per loro natura scarse, sono sfruttate dagli agenti economici più efficienti, allora il sistema economico nel suo complesso funzionerà meglio, sarà più giusto, e getterà le basi per un circolo virtuoso di sostenuta crescita economica che avrà effetti positivi per tutti, a prescindere dalla posizione sociale degli agenti economici coinvolti. La ricchezza prodotta si diffonderà per così dire a macchia d’olio su tutta la società. È vero, i più efficienti ne attingeranno in misura maggiore, i meno efficienti in misura minore, ma tutti ultimamente ne trarranno beneficio, a misura del proprio merito. Alla base delle recessioni, infatti, ci sarebbero, nella gran parte dei casi, inadeguate allocazioni di risorse, in altri termini un’offerta inadeguata alla domanda del mercato. Basterà quindi migliorare l’offerta e la crisi passerà.

Questa nozione, a ben vedere, per essere operativa deve formulare il corollario dell’assenza della divisione in classi della società e quindi della negazione del conflitto fra capitale e lavoro. Ma se rifiutiamo tale istanza, tuttavia, risultando del tutto ovvia l’esistenza di tale conflitto, il concetto secondo il quale l’efficiente sfruttamento delle risorse produce immancabilmente ricchezza per tutti deve essere a fortiori fallace: infatti, come potrebbe essere vera una proposizione (il liberoscambismo produce benessere sociale per tutti) che prende le mosse da un presupposto falso (la divisione in classi della società non esiste)? Qualcuno potrebbe obiettare che la società è bensì divisa in classi ma che in un sistema economico in cui viga una totale liberalizzazione di beni e servizi e che sia totalmente aperto al commercio estero (senza eccessive imposte doganali) il conflitto tra classi è attenuato a misura della ricchezza che viene creata e in qualche modo condivisa (sia pure asimmetricamente) tra i vari agenti economici che possono liberamente partecipare all’attività economica pienamente deregolamentata. Empiricamente, tuttavia, si può vedere come le società in cui il liberismo trova migliore concretizzazione siano di gran lunga quelle in cui l’ingiustizia sociale assume dimensioni intollerabili. Da quanto precede si evince che non sole le classi sociali esistono ma che le classi sociali meno abbienti soffrono di più nei sistemi liberali. Quindi la nozione di classi sociali è una categoria ermeneutica preziosa per il disvelamento delle pretese neutralità e naturalità del liberismo economico.

La proposta relazione causale tra efficienza allocativa delle risorse e giustizia sociale è una maldestra operazione ideologica di mascheramento dell’ideologia liberale. Tale ideologia si chiama efficientismo.

L’efficientismo è l’ideologia dell’attuale sinistra.

L’efficientismo, secondo l’ossimorica sinistra liberista, produrrebbe giustizia sociale in un sistema pienamente competitivo, e se non l’ha ancora prodotta, è perché evidentemente il sistema economico non è abbastanza competitivo. In tal caso, sarà necessario fare le opportune riforme strutturali per liberalizzare il sistema economico, tali da permettere la rimozione, per quanto possibile, di tutti gli impacci che potrebbero compromettere l’efficienza di sfruttamento delle risorse disponibili da parte dei meritevoli.

L’efficientismo, secondo l’antifrastica sinistra liberista à la page, produrrebbe giustizia, anzi è esso stesso sinonimo di bene, di giustizia, ad onta del fatto che le circostanze siano del tutto opposte e che l’impoverimento sia talmente generalizzato da rendere risibile la nozione stessa di classe media, tanto è letteralmente scomparsa in gran parte d’Europa.

L’efficientismo, secondo la vergognosa e ignobile sinistra d’oggi, sia sedicente radicale sia sedicente moderata, sia parlamentare sia extraparlamentare, è la sovraordinazione ideologica del meccanismo sulla libera scelta politica orientata al bene.

L’efficientismo, questo nichilismo che ha intriso la sinistra annichilendola, presuppone l’assenza della politica, quindi dello Stato, tollerandone a stento una forma anodina, uno Stato le cui più precipue prerogative siano state demandate al meccanismo, all’anonimo e anomico dispiegarsi degli spiriti animali degli agenti economici.

L’efficientismo è l’idolo totemico di una sinistra idolatra del mercantilismo, luciferinamente intenta al totale pervertimento di sé nella farisaica promozione di cosiddetti diritti civili di modaiole minoranze, occasioni buone solo a far parlare i gonzi, i giornalisti, i sedicenti intellettuali, e i loro sciagurati epigoni.

L’efficientismo affida il destino dei popoli all’aleatorietà del meccanismo.

Ma quali sono le cause di tale orizzonte di desolazione?

Papa Francesco dice qui (https://www.youtube.com/watch?v=v4eagiChbcE) che l’iniquità dell’economia uccide ed è radice di tutti i mali. In questa frase, apparentemente condivisibile, si nascondono l’eresia e l’apostasia, nonché il pervertimento a cui è giunto l’insegnamento cristiano, anche per bocca dei suoi più alti pastori. L’iniquità non produce il male ma è il male che produce iniquità. Il male è una forza viva e operante nel mondo e negarlo come tale ribalta completamente i termini della rivelazione cristiana. Non bisogna fare il bene per convertirsi, come dice incautamente e demagogicamente Francesco, che è, da molti punti di vista, il papa più populista che il cattolicesimo abbia mai avuto, è bensì necessario convertirsi, dopodiché non si potrà fare che il bene, sempre nei limiti della conversione conseguita, che non è mai un traguardo ma un divenire incerto. Il cristianesimo non è l’amore dell’altro da sé ma la fede in Cristo Re dell’Universo. La fede e l’amore in Cristo ci permettono di sopportare la legge di amare l’altro per amore di Lui. Solo Cristo è mediatore affidabile e infallibile dell’amore tra noi e gli altri. Dire che il cristianesimo insegna essenzialmente l’amore dell’altro da sé è una dichiarazione di apostasia.

Perché possa esservi negazione dell’esistenza del male come forza operante nel mondo è necessario mettere in dubbio la capacità dell’uomo di discriminare il bene dal male, in definitiva è necessario sostituire all’homo politicus l’homo oeconomicus. L’ homo politicus è essenzialmente homo religiosus: egli sa bene che ogni sua decisione sarà presa in timore e tremore, perché la bontà della sua scelta è sempre incerta e l’eterogenesi dei fini sempre in agguato. Nondimeno egli non rinuncerà a questo selvaggio dolore di essere uomini, perché è del tutto consapevole che alta è la dignità dell’uomo che ha timore di non essere conforme alla giustizia. L’homo oeconomicus, invece, idolatra dell’efficientismo, si affranca dall’assiologia, dalla paura di poter incorrere in questa difformità rispetto al bene, dal dover scegliere questo piuttosto che quello, affidandosi al meccanismo. Ci pensi il meccanismo a scegliere il meritevole e a condannare chi non lo è. Ne consegue che il liberoscambismo e l’annichilimento dello Stato implicano la negazione più assoluta della politica e dell’etica, e della dignità dell’uomo.

La crisi che stiamo attraversando ha quindi radici assai profonde, che possono essere rintracciate nel relativismo valoriale e ipostatizzate dall’apostasia alla religione cristiana, ormai consumatasi definitivamente. Oggi all’uomo non è chiesto di essere buono ma di essere efficiente, e l’essere efficiente assume un paradossale valore assiologico, laddove, come scrisse bene Nicolás Gómez Dávila, l’uomo efficiente rappresenta invece un rischio per gli altri uomini. Il nichilismo, il prodotto diretto del relativismo, che è ultimamente la negazione della capacità dell’uomo di stabilire ciò che è bene e ciò che è male, produce nell’uomo pulsione di morte e rifiuto della vita, nella misura in cui la vita non ha un valore assoluto in quanto non fondata trascendentemente. L’uomo, avvertendo tale infondatezza, cerca disperatamente appigli altrove, nella cultura, nell’altruismo, nell’accoglienza. Ma se la cultura non è garanzia di nulla, perseverare su istanze vagamente e cosmeticamente etiche come l’altruismo e l’accoglienza non è letteralmente possibile, in quanto solo Cristo, che l’uomo ha rifiutato, è mediatore affidabile e infallibile dell’amore tra noi e gli altri.

Se quanto scritto è in parte vero, ne consegue che, oggi, il sovranismo genuinamente inteso è un valore in sé e anche un valore cristiano (vedi anche qui https://www.youtube.com/watch?v=KaEWtNJLA-w), forse l’unica prova affidabile che l’homo politicus e quindi l’homo religiosus non sono definitivamente estinti.

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