Asperger (1)

La sindrome di Asperger rientra nello “spettro” autistico, un continuum di manifestazioni e presentazioni, più o meno patologiche, che vanno dal soggetto autistico grave, con grave disabilità intellettiva e assenza di linguaggio, a forme più benigne, talvolta difficilmente ascrivibili, a un’analisi superficiale, a ciò che comunemente intendiamo con la parola autismo, che pur condividono con le forme d’autismo più grave caratteristiche e modalità funzionali. Molti ne parlano, più o meno avvedutamente; i più nefasti, talvolta, sono proprio i genitori delle persone Asperger. In genere si tratta di persone ansiose che hanno accettato di medicalizzare l’intera esistenza dei loro figli, pur di illudersi di dotare loro di quegli strumenti sociali per sopravvivere tra i cosiddetti neurotipici. Si ritiene, forse a ragione, che l’aver ricevuto diagnosi, anche in fase adulta, permetta di ridurre incresciose e oggettivamente dolorose circostanze, quale il senso di colpa e di profonda inettitudine sociale, che avvelenano l’esistenza delle persone Asperger, tanto da ingenerare tedio per la vita, depressione, odio per sé stessi, ideazioni suicidarie. Ma il prezzo della medicalizzazione è salato: la persona etichettata Asperger, da quel momento in poi, volente o nolente malata a tutti gli effetti, assumerà più o meno consciamente l’abito del malato; addirittura, essendo in genere una persona maggiormente letterata della media, approfondirà tanto l’argomento da diventarne un vero esperto, e avendone individuate le più minute caratteristiche comportamentali si conformerà a quelle, aderendo a un’immagine di sé finalmente chiara e definita, anzi codificata dai manuali diagnostici, ancorché posticcia e di fatto falsa. L’essere divenuti fedeli rappresentazioni di ciò che è chiaramente definito nei manuali e, anche, conoscere altre persone Asperger, stemperano un poco quell’uggia per la vita che sin da bambino la persona Asperger sentiva nella propria anima e che era motivo di tanta infelicità. Un bambino del genere si sente vecchio anzitempo e invidia la vitalità, non solo sociale ma anche fisica, dei suoi coetanei, dai quali è escluso per motivi che ignora, e che solo in un secondo momento riconoscerà in una difettosa reciprocità sociale e nella sua grottesca ingenuità, delle quali intuisce la sua unica e piena responsabilità. Lui è difettoso e la colpa non può essere che sua. Il senso di colpa che ne deriva, ancorché crudele e ingiusto, se non sarà neutralizzato dalla medicalizzazione, lo indurrà forzatamente in un percorso di soggettivazione volto a migliorarne le prestazioni sociali. Lui sa perfettamente che deve compensare dei difetti che gli precludono lo stesso contatto con la vita: è una questione di vita o di morte. Ma lui, in fondo, è già morto in sé stesso, e da questo faticoso percorso di soggettivazione non avrà che di guadagnarci. Da qui maturerà uno strano gusto a mettersi in incomode situazioni, e il cimento in nuove circostanze diventerà un modo molto fine di autoinfliggersi punizioni dal movente educativo. La sequela sarà assai dolorosa, impervia e dall’esito incerto, e il piede fermo sarà sempre quello più basso. In questo inerpicamento esistenziale, la personalità non avrà modo di formarsi adeguatamente e il processo di soggettivazione non potrà che essere zoppo e incompiuto. L’incompiutezza sarà anzi la cifra genetica di questa proteiforme personalità. Non si affezionerà mai troppo a sé stesso e a quello che farà, vedrà perfettamente che il proprio Io è un impostore, un postulante idiota e presuntuoso.

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