Salute!

[testi scritti anni fa, che mantengono una loro validità]

 

1

 

Salute!

 

Salutava, denti bianchissimi: salute. Era venuto la mattina, dopo la flebo (i.v., metotrexato), giusto quand’ero più giù. Avrei preferito starmene solo e immobile a fissare la finestra dell’ospedale, a sentire gli uccellini, a stupirmi dello stucco vecchio cinquant’anni e cadente dagli infissi di legno… e invece no, ho dovuto conformarmi a quel lutto ante-mortem cui dovevo rispondere da vivo con la stessa faccia contrita e al contempo, in un certo qual modo faceta, le stesse intonazioni e interiezioni parafunebri della voce frammiste a certa dose di incoscienza birichina, sorrisini, riconoscenza – estrema: grazie per la visita, bacino, ciao. Sono ridicoli i morti; figurati i morenti. Badate: non c’è nessuno più cosciente di me, ora – so perfettamente cosa mi stanno facendo.

 

2

 

Un ordine senza nome

 

Prima pensavo che dentro fossimo un po’ a casaccio, manciate di sangue e carne mischiate e riempite alla bell’e buona in un otre, e shakerate, e speriamo in bene (Dio bono…). Poi mi hanno spiegato loro, i demiurghi endoscopici, che no, mica è così, siamo un orologio siamo, pezzi minutissimi, e che se ne manca uno, o se uno si mette di traverso o, peggio ancora (il mio caso), se uno diventa due, poi quattro, poi 8, poi 16, poi 32, poi 64, poi 128, poi 256, poi 512, poi 1024, poi 2048, poi 4096, poi 8192, poi 16384, e via proliferando in un crescendo esponenziale – sono cazzi.

 

3

 

Per quante cose io riesca ad abbracciare,

non bastano.

 

Oggi mi hanno messo accanto una puerpera fresca, ginecologia piena di gestanti. Impressione del capezzolo quasi nero, venoso attorno all’areola. (Freud aveva ragione: sembra un cazzo). Controvoglia il bambino (maschio?) lo ciuccia, quasi già sentisse la stanchezza e la noia dell’esistere. Non ride né piange né sorride, è un continuum con la madre, sua appendice, suo dolce tumore o parassita. La madre mollemente gli/le porge la poppa, ma guarda il muro, lo fissa: nel suo volto il nulla, la volontà dittatoriale della specie, la stanchezza del travaglio.  Passa un’infermiera, poi una OSS, fanno un coretto di bibi-babi, che bel frugoletto (maschio allora), poi si tacciano e contemplano la scena, ieraticamente ammutolite non so da che: se dall’invidia, se dalla vertigine, se da qualcosa che non riesco a capire.

 

4

 

La bellezza delle cose piccole

 

Avevo il gusto per le cose piccole. Prendevo insetti, li tramortivo, ne facevo cubetti di ghiaccio. Solo dopo (applicando i rudimenti di un’istologia acquisita sul campo, empiricamente) osservai come gli insetti fossero meglio conservati in ghiaccio se includevo prima nell’acqua un bel po’ di zucchero. Ottenuto un bel set di campioni, ne scongelavo una parte che vagliavo al microscopio. I miei specimina mi davano sempre soddisfazioni, stupori: la mosca è pelosa, l’apparato buccale della coccinella è disgustoso. Così come, qui, il mio colon è una caverna di segreti.

 

5

 

Automatismi

 

L’altro giorno ho visto una giovane donna (vedova di fresco) passare dalle lacrime al riso ad una velocità sorprendente, come se alla base delle prime e del secondo vi fossero null’altro che riflessi, automatismi non mediati da un pensiero conscio. Si soffre e si gioisce così, subendo cose che rimangono in superficie, galleggiando? O sto facendo l’ennesimo errore, il solito automatismo, la medesima coazione-a-ripetere, ossia trarre conclusioni universali da eventi particolari?

 

4

 

Ai margini della gaussiana

 

Poniamo che una folta popolazione abbia n individui. Tra questi n, immancabilmente, troveremo una vasta quota di mediocri, ossia di individui con qualità medie, non cattive in accezione, intendiamoci: saranno di media statura, di media intelligenza, di media bellezza ecc., tutti caratteri da prendersi uno alla volta e non assieme in ciascun individuo. Spiccheranno, ai margini di questa distribuzione a campana e con numeri molto piccoli i caratteri estremi di estrema bellezza, estrema intelligenza ecc. ecc., anche questi mutualmente esclusivi in un particolare individuo. Mi hanno detto che il mio cancro alla mia età è “ai margini della gaussiana” ossia, in altri termini: sono l’eccezione che conferma la regola. Solo che per me, per me soggetto-vivente-pensante-dolorante, n=1. La statistica: mezzo per rassicurare chi è in attesa di diagnosi.

 

Obbedienza e no

 

Ho troppo disobbedito; ho trovato meglio, negli anni, a conformarmi (in maniera assolutamente naturale) al comportamento di altri. Ora la malattia trae dal pozzo questo Io infangato dall’emulazione, dalla coazione-a-ripetere-gesti-pensieri altrui. E molto si deve soffrire per diventare sé stessi, si è scritto. Io, invece: è la malattia (non importa quale sia, vera o immaginaria, ma una cosa che rimane, infitta e incarnata, sostanziata dalla nostra carne) a denunciare l’impostura, a scacciare gli “idoli falsi e bugiardi”. Ora la malattia svela invera e verifica transitivamente; rabbuia scaccia e imbratta chi spudoratamente si dichiarava Io, infischiandosene di una sinceramente provata stanchezza del vivere, relegando questa al grado di “non vero”. Sii allegro, gli dicevano; sii felice. Ma non si può ravvedere una carne nata rognata, in cui già vermi-blatte dormienti incistarono la loro presenza alla nascita: non potete più rovinarmi il malumore. Per questo siamo le colpe dei nostri padri, e delle nostre madri. Sto male.

 

Val bene un epitaffio

 

Trarsi fuori, per veder meglio. Ci è stato detto che la realtà è complessa, e che la complessità è intoccabile, non approcciabile, che non si può ridurre un oggetto o un soggetto ad una definizione, che la riduzione è di per sé foriera d’approssimazioni imperdonabili e fuorvianti. Ecco perché scrivo epitaffi secondo il principio pasoliniano del montaggio istantaneo. Uccidiamo, per gioco, e vediamo che ne esce.

 

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