Scandalo

Molte erano le persone che si scandalizzavano al leggere con quale crudezza veniva rappresentata la violenta persecuzione degli israeliti nei salmi. Altri ora si scandalizzano al vedere manifestazioni più o meno veritiere e corrispondenti alla realtà della violenza. Lo scandalizzarsi è frutto dell’abitudine inveterata al non avere quasi mai a che fare, se non in forma mediata, con la violenza. Oggi, la percezione che ha l’uomo occidentale della violenza è, nella maggior parte dei casi, travisata e virtualizzata dalla mediazione dei mezzi di informazione e della tecnologia. Tra l’uomo e la violenza vi è un mantice che compromette vieppiù una reale e affidabile percezione della violenza, se non in forma travisata e virtualizzata, e nell’uomo prevale quindi il convincimento che la violenza non gli appartenga veramente, che sia una cosa esterna a lui e quasi dotata di realtà ontologica, che va avversata con le armi imbelli dei buoni sentimenti. La violenza è sempre fuori o comunque sempre nell’altro, il quale va ridotto a mostro. Tanto le persone si scandalizzano, tanto la loro distanza dalla conversione si fa incolmabile.

L’uomo demanda alla tecnologia di praticare violenza sugli altri, soprattutto innocenti e inermi. Tutto deve essere pulito dopo la strage, tutto disinfettato, candido, profumato. Che non rimanga una goccia di sangue è una condizione indispensabile perché la strage non provochi scandalo in chi osserva. L’assuefazione alla pulizia dopo la strage è il substrato su cui fioriscono i buoni sentimenti, una sorta di caricatura dell’amore. Uno degli appellativi di Satana è quello di “scimmia di Dio”: i buoni sentimenti sono la “scimmia dell’amore”. Il rattrappimento della capacità di amare è frutto del non avere reale contezza della realtà della violenza, la quale è confinata in àmbiti occultati e ben protetti dalla vista, grazie alla mediazione della scienza e delle professioni scientifiche. La rappresentazione della violenza viene opacizzata dal gergo tecnico e scientifico, se non da quello propagandistico dei mezzi di informazione. In questo modo, la scena violenta viene descritta con un linguaggio che ne depotenzia la forza d’urto, che ne occulta anzi la realtà: “interruzione di gravidanza”, “eutanasia”, “anestesia profonda”, “pulizia etnica”, “esportazione della democrazia” sono varianti politicamente corrette di “omicidio organizzato tecnicamente assistito”.

Tanto più si riconosce e rifiuta la violenza interna a noi, tanto più ci approssimiamo alla conversione, al bene, all’amore. Della violenza bisogna rifiutare la realtà essenzialmente conturbante, il fatto che essa eserciti su di noi un fascino luciferino iniettato di sangue. Fare il bene consiste essenzialmente nel rifiutare il male interno a noi, ma la condizione preliminare a questo rigetto è il riconoscimento che noi siamo quel male, in definitiva nel riconoscimento del peccato.

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