Ipocrisia

I fustigatori delle ipocrisie altrui colgono l’idiosincrasia tra il dettato normativo e il comportamento fattivo, tra l’assiologia e l’ontologia, e avendo prove a profusione che la gran parte delle persone non rispetta la legge (sia questa la legge stricto sensu, ma anche la legge naturale, la morale religiosa, il mero codice non scritto della convivenza civile ecc.), allora propongono come cura a questa ipocrisia l’abrogazione della legge. È la legge, secondo loro, a essere così draconiana irrazionale incompressibile apodittica da ingenerare i cattivi comportamenti, le condotte antisociali, i crimini, l’infelicità umana. È la legge che dovrebbe mettersi all’altezza dell’uomo, non l’uomo all’altezza della legge. La felicità è, secondo loro, un campo sgombro dalle autorità e dalla legge, in cui le energie umane possono dispiegarsi liberamente senza sensi di colpa: la fantasia al potere. Hanno voluto eliminare la frizione esistente tra ciò che si dovrebbe essere e ciò che si è, tra assiologia e ontologia, tanto che la stessa espressione “ciò che si dovrebbe essere” suona falsa e irricevibile ai miei contemporanei. Il super ego freudiano identifica quel soggetto, tanto fantasmatico quanto dolorosamente esistente e inflessibilmente esigente, che con tono persecutorio e insistente pur presiede alla formazione della persona umana. Il risultato collaterale del processo formativo è la nevrosi, che è nient’altro che il risultato del faticoso cimento di raggiungere una sintesi tra l’odio e l’amore che si prova per l’autorità. Scegliendo la felicità, il rifiuto di riconoscere l’autorità incarnata dai genitori e da Dio, l’abrogazione della legge e il rigetto del senso di colpa, i miei contemporanei, liberatosi finalmente dalla nevrosi, hanno raggiunto un felice stadio evolutivo putrefattivo e irreversibile. In loro non c’è nient’altro che autoreferenzialità, autismo emotivo, fissazione allo stadio orale e anale, morbosa attenzione al proprio corpo, rifiuto di ogni forma di responsabilità, idiota entusiasmo per il cosiddetto progresso tecnologico, dipendenze plurime, varie forme di idolatria, culto delle novità, il sentimento assurto a strumento dirimente nella determinazione di ciò che è bene e ciò che è male, sessualità disordinata. Ma ciò non sarebbe poi tanto male se non fosse che il soggetto libero dalla nevrosi, in cui la personalità narcisistica ha modo di dispiegare nel modo massimamente maligno i suoi esiti, avendo rifiutato di passare sotto le forche caudine del super ego, del giudizio dell’autorità, non si è cimentato nella sintesi tra l’amore e l’odio che si prova per l’autorità stessa, il solo modo per accedere a una vita che è rendimento di grazie piuttosto che rivendicazione puerile e petulante di cosiddetti diritti. Ma i miei contemporanei hanno già avuto giusta mercede per la loro libera scelta: infatti, il demone che li domina è molto più dispotico e crudele dell’autorità che hanno rifiutato.

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