Una conversione

Paolo Grande era uno stimato ricercatore nel campo delle cellule staminali. “I suoi studi pionieristici hanno aperto nuovi orizzonti alla terapia di malattie come le distrofie muscolari e le lesioni midollari”, così intitolava l’inserto Scienza&Tecnologia di oggi, giorno in cui Grande sarebbe stato insignito della medaglia per alti meriti civili nelle mani del Presidente della Repubblica Italiana. Il viaggio a Roma era stato organizzato nei minimi dettagli dalla segreterìa di facoltà: dopo due interviste in altrettanti studi televisivi delle capitale di prima mattina, lo aspettava, alle tre pomeridiane, la pompa magna al Quirinale. Si immaginava già il picchetto d’onore, i corazzieri, i sedili damascati, lo stile barocco, l’odore museale; la visita a Palazzo Madama, La congiura di Catilina, le innumerevoli strette di mano, i sorrisi stereotipi ma l’emozione sincera; forse, data l’età, qualche lacrima trattenuta a stento, la voce stemperata dalla commozione, i flash delle macchine fotografiche; la dedica ai suoi numerosi collaboratori, agli assistenti e, ovviamente, alla famiglia. Ma soprattutto un grazie alla moglie, che con amorevole pazienza e muliebre abnegazione sopportò, in così tanti anni, le lunghe assenze del marito. In fin dei conti, non si può che indulgere ai peccati di un uomo che sacrificò la sua vita sull’altare della scienza e della verità.

Prima di partire, però, Grande doveva finalizzare il suo ultimo e forse più importante lavoro scientifico. Un lavoro la cui pubblicazione si rilevò nel tempo molto più impegnativa del previsto. L’editore e i revisori dell’articolo, sebbene ne avessero riconosciuto l’importanza e la portata, avanzarono alcuni dubbi e imposero di conseguenza numerose modifiche al manoscritto; in più, a un certo punto e sorprendentemente, richiesero all’autore di rendere disponibili i dati grezzi, ossia i numeri “bruti” coi quali erano state prodotte le numerose tabelle e gli innumerevoli grafici a corredo e corroborazione delle tesi proposte. Tale richiesta spiazzò del tutto Grande, tanto da metterlo in uno stato di continua agitazione. Per l’occhiuta pignoleria di quei grigi burocrati prestati alla scienza, egli pensava rimuginando rabbiosamente tra sé, non erano stati testimoni abbastanza veraci e degni di fede la sua lunga carriera e i suoi studi inseriti nei libri di testo adottati in tutte le università del mondo!

Qualcuno potrebbe chiedersi del motivo di tanta apprensione: sarebbe bastato inviare all’editore e ai revisori i dati richiesti e la cosa sarebbe stata risolta senza tema di vedersi rifiutata la pubblicazione. Sì, se non fosse che tutte le tabelle, tutti i grafici, insomma tutti o buona parte dei risultati non di quella singola ma di tutta una serie di pubblicazioni erano stati inventati di sana pianta dall’autore stesso. E qui il verbo “inventare” non rende giustizia all’etimo: dopotutto, invenire significa scoprire e non inventare. Ecco il motivo dell’apprensione di Grande prima di partire per Roma: sebbene non avesse avuto alcuno scrupolo a inventare i risultati di buona parte dei suoi lavori, il procedimento inverso, ossia escogitare numeri che, opportunamente elaborati e interpolati, avrebbero prodotto quelle tabelle e quei grafici, be’, questa operazione lo metteva decisamente di cattivo umore. Sprofondato in una tetraggine senza via d’uscita, abulico e infingardo com’era, affidò l’incombenza a un suo assistente, un assegnista di ricerca, il quale, rotto a ogni compromesso pur di vedersi confermato il contratto annuale, dopo essere stato istruito alla bisogna cominciò di buona lena, calcolatrice alla mano, a produrre le basi numeriche dei risultati dello studio. Dato che il lavoro e i dati dovevano essere spediti quella stessa mattina, pena il vedersi rifiutata la pubblicazione, l’assistente avrebbe dovuto inviarli prima via email a Grande e questi, dopo averli brevemente visionati, avrebbe dovuto inviarli all’editore dal suo computer portatile mentre si trovava in viaggio verso Roma.

Il treno era molto confortevole e la connessione WiFi funzionava egregiamente. Nell’attesa di ricevere i dati dal suo assistente, Grande aveva a disposizione ancora un’ora e mezza e ne approfittò per vedere un film in streaming sul portatile. Si trattava de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Guardava il film svogliatamente, senza un reale interesse: di tanto in tanto leggiucchiava un articolo che aveva tra le mani, passava allo smartphone, di nuovo al film, manducava una brioche, quindi compulsava un ponderoso libro di neuroscienze. La sua attenzione balenava sulla superficie delle parole e delle immagini: sapeva perfettamente cosa stesse leggendo e vedendo, ma gli sembrava che il significato per così dire ultimo, definitivo e inappellabile di quelle parole e di quelle immagini su schermo gli fosse per chissà quale motivo precluso, come se dietro un’apparente intellegibilità vi fosse un messaggio cifrato, un’ascosa dottrina. Colto da un inspiegabile stato di agitazione, si accorse di non riuscire più a mettere a fuoco quelle parole e quelle immagini. Con le mani tremanti prese dallo zaino un piccolo specchio e si accorse della midriasi e di un’emispasmo facciale che gli deformava grottescamente il volto. Le parole dell’Apocalisse di Giovanni: “Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca”, emersero da chissà dove, da chissà quale emisfero, quale anfratto cerebrale alla sua coscienza, poi il balenio di una luce e l’oscurità più completa, e una voce che chiamandolo e rimproverandolo assieme diceva: “Paolo, Paolo, perché mi perseguiti?” Perse i sensi, e la testa gli cadde pesantemente sul libro aperto.

All’ospedale accorsero sùbito figli e moglie. Paolo era quasi cieco da entrambi gli occhi: riusciva a stento a distinguere qualcosa concentrandosi attentamente, e questo era possibile solo se nella stanza non v’era luce eccessiva. Era sedato. I medici diagnosticarono uno stato psicotico con allucinazioni uditive e visive: riferiva di una voce che lo chiamava continuamente con le parole: “Paolo, Paolo, perché mi perseguiti?”, e che una persona, a detta sua un medico di nome Anania, lo veniva a trovare promettendogli la restituzione della vista se solo avesse riconosciuto e fatto ammenda dei suoi peccati. Entrò nella stanza un medico imponente, seguìto da un codazzo di altre figure meno distinguibili. L’alta figura, seguitando a parlare, si accostò al letto quel tanto da rendere distinguibile il cartellino, che Grande cercò di decifrare: “dr s.atan…”, non riuscì a finire che sùbito perse nuovamente coscienza. Quando si riebbe, dopo due ore, era molto più lucido: i margini della figura imponente che gli stava dinanzi erano molto più nitidi; si accorse con orrore che non riusciva a parlare. <<Buongiorno professor Grande – cominciò il medico – sono il Dottor Saverio Atanasio, primario di questo reparto, e le devo comunicare che ha avuto un’emorragia cerebrale. Sul treno che la portava a Roma ha avuto un attacco epilettico, causato dall’emorragia, e ora è sotto sedativi e anticonvulsivanti. L’abbiamo anche tracheotomizzata, perché ha avuto una crisi respiratoria, ecco perché non può parlare. Il versamento di sangue deve essere rimosso: la dobbiamo operare domattina. Se andrà tutto bene, potrà riavere la vista, e anche le allucinazioni scompariranno.>> Grande annuiva meccanicamente; poi vide la figura del medico guadagnare l’uscita della stanza e ne scorse distintamente due piedi caprini.

L’operazione ebbe pieno successo, e dopo una breve degenza e un periodo di riabilitazione, a Grande fu prescritto un periodo di riposo di tre mesi. Bisogna sapere che il lavoro scientifico, pur non essendo stato spedito entro i termini, fu inviato, con il beneplacito del professore, dal suo assistente e accettato finalmente dall’editore, il quale, considerate le circostanze straordinarie, non aveva avuto più nulla da eccepire. Il giorno stesso della conferma della pubblicazione del lavoro, che si sarebbe poi configurando come una vera e propria pietra miliare della ricerca scientifica, Grande lesse per caso nella cronaca locale che una persona, un certo G. Anania, scappato da una degenza psichiatrica coatta e affetto da allucinazioni religiose, era morto suicida lanciandosi dal quarto piano di un ospedale.

La cerimonia al Quirinale, ovviamente posticipata, si tenne circa un anno e mezzo dopo l’incidente. Trepidante con pochi fogli d’appunti sul leggìo e la medaglia d’oro in mano, Paolo proferì le seguenti, memorabili parole: <<Stimate cariche pubbliche, onorevoli, studenti, colleghi tutti, finalmente mi trovo qui oggi con tutti voi a ritirare questo premio dopo un anno mezzo dall’evento che, come ben sanno le persone che meglio mi conoscono, mi ha cambiato la vita. In questa sala sono stati insigniti scienziati, umanisti, politici, poeti: io sono forse il minore tra loro e sarò di certo il meno degno di ricordo e commemorazione. Nondimeno, in questo anno e mezzo la mia vita ha subìto ciò che gli antichi designavano con il termine di epistrofe ossia una conversione. Una strada del tutto nuova mi si dispiega davanti, un orizzonte in cui razionalità e fede non sono più tra loro in relazione antinomica ma elementi che, combinandosi e realizzando una sintesi, conseguono il sommo bene dell’armonia degli apposti. Non posso più quindi ignorare tutto ciò mostrandomi farisaicamente come ero prima: ora sono un uomo nuovo rigenerato dalla fede. La scienza produce alcune verità, ma la Verità è Dio, dimora in Lui ed è Lui. Nostro compito è servire le une e l’Altra, perché facenti parti di un tutto, di cui noi siamo tenuti ad essere allo stesso tempo testimoni e figli; non c’è bene più grande quaggiù. E ai giovani quindi rivolgo l’auspicio, la sincera invocazione di voler perseguire sempre la verità, perché è stato detto, ed è vero, che “la verità vi renderà liberi”.>>

 

 

 

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