Manifesto per una rivista di poesia

La scrittura è il tentativo di significazione del soggetto scrivente. L’emergenza di talune pratiche scrittorie, quali la combinatoria, l’assemblaggio di reperti lessicali, la poesia elettronica, la scrittura asemica, ecc., che sono tuttavia esemplificazione di una tendenza (una moda?) più generale che attraversa tutta la produzione poetica contemporanea, testimonia del tentativo di sottrarsi a questo compito, ossia la restituzione di un senso, sebbene la polisemia del testo poetico. È la sussunzione nella pratica della scrittura degli esiti avvelenati del nichilismo, che è in definitiva l’aporica elevazione a verità dell’assenza della Verità, della valorizzazione del preteso oggettivo a scapito del soggettivo, della quantità nei confronti della qualità. La verità del soggetto sta nell’espressione del suo mondo interiore. Va da sé che tale procedimento sia soggettivo: chi altri se non il soggetto può esprimersi e può esprimere tale senso in quanto soggetto e in modo soggettivo? Come pretendere e immaginare oggettività da un’espressione soggettiva? E poi: perché mai? Qui è rinvenibile la pedestre e pedissequa applicazione del metodo scientifico, ignorato tuttavia dalla gran parte dei poeti (i quali non sanno cosa sia la scienza), ma da esso imbellamente inquinati e affascinati, alla scrittura. L’asetticità, la freddezza mutuate dalla scienza e dalla tecnica e dai relativi lessico e stile espressivo hanno devitalizzato l’espressione poetica nel suo afflato universale. L’infatuazione nei confronti del procedimento veritativo della scienza ha indotto il poeta ad applicarlo ai modi della poesia.

Lo stile è portatore di un significato che trascende i significanti, è in sé un significato altro e cogente. Lo “stile nichilista” è espressione di una vitalità che non crede in sé stessa, che mina le sue stesse fondamenta e che rinuncia alla vita per una sorta di uggia nei confronti della verità del soggetto. Non solo: l’io scrivente è sempre presente, anche nello stile nichilista, anzi la sua pretesa e valorizzata assenza rende conto di una sua occulta o maldestramente occultata ipertrofia rinvenibile tra i moventi della scrittura. Oggi il poeta ha escluso, a priori, tra i moventi della sua scrittura la restituzione di un senso, la cui portata sarebbe di per sé universale e quindi trascendente l’io del soggetto che la esprime, ma per una sfuggente legge di conservazione e trasformazione, l’io vira nel suo aspetto deteriore e maligno. L’io espunto dalla porta della significazione rientra dittatorialmente dalla finestra dell’affermazione mondana. Il poeta ha rinunciato alla universalità del messaggio poetico optando per la mediatizzazione dell’espressione poetica, viatico alla sua agognata affermazione mondana. Il messaggio poetico perde di universalità e puzza di stucchevole autoreferenzialità.

Che fare?

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