L’abitante (Italic 2015) – Commento di Marco Ercolani

L’abitante (Italic 2015) – Commento di Marco Ercolani (Annotando, Poeti contemporanei italiani 2000 – 2016)

 

 

Voglio essere tutto: sarò

schiacciato. Volano queste foglie che

ingialliscono disfacendosi,

così, senza remore,

inscenano, sostanziano la mia perpetua

cocciuta volontà di farmi niente (tutto)

 

In questa poesia che si intitola Neotenia è evidente l’ossimoro pienezza/nulla che percorre il libro di Domenico Lombardini. Come definirlo? Una plaquette di filosofia? Un manuale di poetica? Un semplice volume di versi? Forse tutte queste cose insieme, e nessuna di queste. Come scrive Federico Federici nell’introduzione: «L’abitante è un libro che esplora diverse varianti dell’imperativo rimbaudiano “Je est un autre”, individuando nell’io e nelle sue dichiarazioni un altro, il bersaglio mobile da stanare e cacciare ovunque si annidi». Il volume si divide in sei sezioni: L’impostore, Le forme, Perimetri, Cronotopi, Babele, Xenia. L’impressione, alla lettura, è quella di uno spartito musicale, scandito in tempi diversi, sul tema del nulla e dell’io, uno spartito che si coagula e si dissolve pagina dopo pagina, dominato dall’assillo della sradicatezza: «questo rapporto idiosincrasico IoJe, / e visto che se Je fa un passo l’Io ne fa due, / qui non ci si cava un ragno dal buco…/ e invece di resistere al delirio dell’Io / che vuole essere tutto, ho deciso che io /debba desistere». Non “resistere” ma “desistere” si propone Lombardini destrutturando l’ambizione egoica ma non smettendo di costruire un ottimo libro di dissolvenze e di negazioni, che proprio sul filo del suo nulla dichiarato tesse una vitalità lirica dolorosa: «per questo non si è; se non esseri desiderati / e disperanti lungo rive di abisso, / disperando e sospirando di piombarvi; / per questo non si è, se non abitanti / graditi e bistrattati / di una casa familiare e straniera». L’abitante è un atto d’accusa contro il discorso logico dell’io, contro la prassi del fare, dell’accumulare, dell’appartenere. Il poeta è sempre nomade, disertore, solitario abitante della sua parola. Scrive Stanislav Lec: «Lo sdoppiamento dell’io è una grave malattia psichica, perché riduce la normale frantumazione psichica dell’uomo in una quantità innumerevole di esseri – al misero numero di due». Lombardini lotta contro ogni mediocre dualismo attraverso un paradossale, ironico invito alla disgregazione, come dimostra in Pazzia 1:

 

fare, perché è un bel fare, metter su,

facciamoci mattoni, facciamoci, facciamoci

un nome, chi cosa, mattoni,

noi, chi, io, iich, chi? ding, mattoni, oggetti i soggetti […]

i mattoni, i pezzi, ich, chi? ich! chi? wir? cosa? ah, cosa! anzi casa, anzi torre,

sempre più, torre alta, sì, più alta di,

più sopra di, più grande di…

 

Ma se la lingua del poeta balbetta, consapevole di balbettare, la lingua è anche strumento – lancia lucida e attenta nello stanare l’io nemico dalle sue tane. Lo scrittore è il cacciatore che cerca, ma è anche la preda che si fa trovare: fa la posta alle cose che accadono o che accadrebbero, esplora le ipotesi del mondo e dell’io, cerca nello straordinario il vero e aguzza le orecchie verso il regno delle ombre:

 

ma solo Io posso dire Ego sum qui sum.

allora scendiamo, portiamo loro

il mio nome, la confusione

 

Nominare è confondere, non costruire. È abitare veramente, non nell’impostura dell’io psicologico ma nelle molteplici identità che ci tramano come un arcipelago. E, alla fine, la soluzione è quella del non conformarsi al niente di una sola realtà ma di trovare sempre una via di fuga, un errare, un tradire:

 

tradirsi,

consegnarsi all’altrove,

all’indisponibile, all’inassumibile,

disarmati, perché orfani di una presenza,

eredi di una mancanza

che ci spiazza,

dislocandoci in un altrove

in cui mai abiteremo.

 

Cos’è quest’altrove se non la terra borderline che non appartiene a nessuno e che sigilliamo per comodità nel non-senso della follia, mitigandone la felice e infelice asprezza? Scrive Michel Foucault: «La follia e la letteratura sono forse per noi come il cielo e la terra uniti tutt’intorno a noi, ma legate l’una all’altra da una grande apertura in cui non smettiamo mai di procedere, in cui appunto parliamo, parliamo, fino al giorno in cui ci sarà messo un pugno di terra in bocca».

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