Il risolutore – di Pier Paolo Giannubilo. Confessioni di un peccatore

Il romanzo biografico e la biografia in generale rischiano sempre di scollinare nell’agiografia. Questo non è il caso de Il risolutore, scritto magistralmente da Pier Paolo Giannubilo ed edito da Rizzoli. L’autore, inaugurando forse un nuovo genere letterario, in un continuo gioco di rispecchiamenti tra la vita sua e del protagonista, ossia Gian Ruggero Manzoni, tratteggia rotondamente e impietosamente i dettagli di una biografia segnata da polarità estreme e difficilmente conciliabili in una stessa persona, se non al costo di dolorose dissociazioni emotive e psicologiche. L’impressione che se ne trae ci induce a sospettare che sia stato lo stesso soggetto del romanzo Manzoni ad aver dato mandato all’autore del romanzo Giannubilo di esporlo pubblicamente, senza pudore, senza pietà. I moventi che hanno indotto Manzoni ad acconsentire a tale esposizione noi li possiamo solo ipotizzare: masochismo, protagonismo, desiderio di redenzione. Sebbene la miscela eteroclita di tutti questi elementi non possa essere scartata, conformemente alla personalità proteiforme e alla vita contradittoria del protagonista, io penso che Manzoni abbia sì approfittato dell’occasione per togliersi qualche soddisfazione (e qualche sassolino dalla scarpa) ma ciò nell’ottica di una coraggiosa e forse estrema possibilità di redenzione (anche pubblica).

Una vita ricca, ricchissima di antinomie si è detto: trionfi e sonore sconfitte, apogei e miserie, arte e violenza. Ma una vita del genere non può che avere i tratti dell’esemplarità: quale vita umana non è, infatti, segnata da insanabili contraddizioni? Sì, in Gian Ruggero Manzoni si raggiunge il parossismo, il gigantismo, il patologico, ma ciò a motivo della sua grande vivacità, assieme intellettuale e biologica. L’esemplarità sta nel fatto che ne Il risolutore possiamo bensì prendere le distanze dalle scelte del protagonista, emettere trancianti giudizi anche, ma ciò solo alla condizione d’essere bastevolmente farisaici da non renderci conto che quella vita interroga impietosamente la nostra.

Il memento delfico “conosci te stesso” è scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi assieme all’invito alla moderazione, espresso nel motto μηδὲν ἄγαν, “niente di troppo”. Ma quanto è dura la strada e stretta la via che dà alla autoconoscenza e alla temperanza! Due possono essere gli approcci: il raccoglimento in sé stessi e il cimento della vita. Ma il percorso è in ogni caso accidentato, gli agguati non si contano; a un apparente progresso seguono spesso paurose regressioni. Perdersi è sempre troppo facile, le tentazioni sono molte, i punti di riferimento scarseggiano, e l’eccesso di libertà di cui l’uomo occidentale dispone lo espongono a formidabili rischi. Il vero rischio nella vita è quello di perdersi per sempre, trovare una dimensione mal fondata, di per sé instabile e foriera di dolore. La vita di Gian Ruggero Manzoni, così ben narrata da Pier Paolo Giannubilo, sembra suggerirci che è la fondatezza il problema essenziale: tenta di costruire te stesso e costruirai un rudere, ci ammonisce Agostino da Ippona. Il nostro vero fondamento è eccentrico rispetto al baricentro delle nostre volizioni, della nostra pur legittima fame di vita e di godimento, del nostro inappagabile desiderio di riconoscimento altrui. Come riportato ne Il risolutore, Pier Vittorio Tondelli, amico e compagno al DAMS di Manzoni, scrisse prima di morire sul retro di una copia di Traduzione della prima lettera ai Corinti di Giovanni Testori: “La letteratura non salva, mai. Tantomeno l’innocente. L’unica cosa che salva è l’amore fedele e la ricaduta (che è come il temporale) della grazia”. Che è come dire che il senso del mondo non è nel mondo ma in un altrove, in una dimensione altra e trascendente dove paradossalmente la nostra impermanenza trova definitiva fondatezza, le nostre tribolazioni insperate requie.

A questa ricerca di fondatezza sembra approdare l’ultima parte del romanzo e della vita di Gian Ruggero Manzoni. Non ci è dato sapere se tale ricerca prenda la forma di una fede religiosa, della fede nel Cristo Re che il nostro ha tatuato sul corpo, oppure di una neoplatonica consonanza e connaturalità all’Uno donde siamo e a cui torneremo. Tuttavia, per noi è di valore inestimabile il suo esempio: rispecchiarci nella sua parabola di vittorie e sconfitte, slanci e ripensamenti, amori e tradimenti, ci permette di dare rinnovata linfa alla fede nelle possibilità della vita e nella salvezza personale.

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