Alcuni testi da Fuori dalla città

Fuori dalla città

postfazione
Luciano Neri
nota di lettura
Gian Ruggero Manzoni

(Oèdipus Edizioni, 2019)

Dalla sezione Fuori dalla città

*

Qui è timidezza che parla
I polpastrelli anneriti
Il fiato mai corto
Le ginocchia sbucciate

*

Tutto era mondo e cosmo
Nulla resisteva alla sua perfezione
L’inermità era forma di vita
L’unica che si potesse portare

*

Le sue erano rosee
Sottili affusolate dita
Polpastrelli anneriti
E ginocchia e polpacci
Che si stentava a credere
Così teneri, così feroci

*
Il mondo dei grandi
È pieno di disgusti
Categorie elencazioni distinzioni
Un’ermeneutica di cattivi odori
E il voler insegnare
E il pretendere emulazione
Indicando cose
Essendo altre

*

Dovrò anche io
Sporcarmi di contradizione
Aggrottare la fronte
Dissimulare per avere
Non sorridere per difendermi
Sorridere per nascondermi
Trasecolare e schermirmi
Pretendere e perorare
Proteggermi sempre
Da un assurdo assedio

*

Tu sei quel tempo immobile
Lo iato sospeso
Tra due estremi scoscesi –
La proiezione del presente
all’eterno, l’istante consumato
E ora viva presenza
Ma impostura, simulacro

*

Non ho capito
Se le stelle siano figurate
O sostanza
Se al mio cenno
Le cose possano essere
O sparire –
Eppure la nitidezza
L’assoluta certezza che le cose
Debbano essere così e così
Perfettissime
E in nessun altro modo

Dalla sezione Il bosco

*

Si sente soltanto un semplice suono
nel vuoto assiepato dagli alberi –
pesa la morte
sussurra alle orecchie
fàtica ammonizione di nulla.
Pure infrasente
il chino viandante
che nulla potrà togliergli
il madore sul viso
lo stupore rinnovato
il dilucolo tremulo…

*

La solitudine pertiene alla prossemica –
mi riempio e svuoto di ciò che vedo:
solo la cadenza del respiro
il ritmo dell’incedere fanno sospettare
della mia presenza –
e allora appare come io sia
soltanto un semplice suono.

*

L’incedere è sicuro nel passaggio al bosco.
Sono leggero e totalmente sgravato
di me. Nulla di occhiuto, nulla sottende
a uno scopo, un còmpito –
solo il sottrarsi
l’affidarsi al paesaggio.
Nulla so, tutto vedo –
non sospetto nemmeno
che gli alberi
il fittume verde
siano apparizioni vicarie
di qualcos’altro –
ciò che si mostra è un tutto
intellegibile e perfetto darsi.

NOTA DI LETTURA – Per una catarsi e una palingenesi

di Gian Ruggero Manzoni

Quella di Domenico Lombardini è una poesia originale e coraggiosa, graffiante, se non tagliente, e diversa dalle molte, solite, che, ultimamente, si leggono qui e là, inoltre è poesia, come lui giustamente sostiene, nata per venire recitata, ed io amo il teatro, ma, soprattutto, amo i bravi interpreti dei propri o degli altrui versi, come lo fu Giovanni Testori, di cui molto ho trovato in Lombardini; magari un Testori unito a un Céline, a un Artaud e a un Lautréamont, così da dare forma compiuta a un quadrato di grandi entro cui, il nostro poeta, indubbiamente ha trovato la sua misura, non senza dimenticare il Vecchio e il Nuovo Testamento e la scrittura definita di “sfida a Dio”, come veniva chiamata da certi rabbini, cioè quella che parrebbe una “bestemmia blasfema”, ma che, invece, risulta altissima preghiera. Del resto la colpa maggiore degli odierni poeti under 40, e non solo di loro, è di non andare oltre il “se stesso”, forse credendo di aver vissuto chissà quali esistenze o di essere speciali, ma tale pecca non è di Lombardini, il quale procede col suo passo, con la sua sonorità, demolendo, via via, ogni possibile traccia di ego. Perché l’ego, in arte, è un brutto male, e non solo in arte. A tal proposito, oggi, in Occidente, la maggioranza delle persone pensa di essere più intelligente, più competente, di avere più gusto, di essere più gradevole, socialmente parlando, rispetto alla media, e tutto ciò avviene, spesso, in modo inconsapevole, perché dimensione esistenziale indotta dal continuo e nefando bombardamento dei media televisivi quindi sostenuta dal web per mezzo dei blog o dei profili social, in cui ogni becerata la si vuole far passare per scienza infusa o leonardesca genialità (rammentate il famoso “quarto d’ora di celebrità” tirato in ballo da Andy Warhol?). Infatti una diffusa ed eccessiva stima del proprio valore personale sta dilagando, supportata da tonnellate di raccolte di poesie pubblicate (le più a spese proprie), di mostre d’arte (spesso pagate di tasca propria) e così via, senza che alcun filtro di ordine critico vada a contrapporsi nei confronti di questo porsi-proporsi, e mi si perdoni il bisticcio di parole. Ciò rivela un narcisismo ossessivo, la necessità di esserci, apparendo a tutti i costi, ma, soprattutto, una insicurezza di fondo dilagante, anche se sembrerebbe il contrario, infatti se ci fosse una reale stima per se stessi non sarebbe necessario “voler essere” ovunque e sempre di più al fine di avere (pia illusione!) un possibile consenso pubblico costi quel che costi. E Lombardini mette il dito in quella piaga, e non solo in quella, partendo da lontano, dalla sua infanzia, non lesinando coltellate, rasoiate, j’accuse, sia rivolti al suo stato d’esser uomo (e non un altro animale o una pianta), sia, soprattutto, rivolte a un mondo pre-apocalittico, se non già apocalittico, cioè quello in cui stiamo vivendo.

Infine tutte queste paure e incertezze che minano l’oggi giungono dalle lusinghe rivolte all’autostima del cosiddetto “consumatore” il quale viene adulato con la promessa “di poter avere quello che vuole e come lo vuole”, così da farci cadere sotto la dittatura appunto dell’ego che si nutre solo di esteriorità, di apparenza, del mito dell’eterna giovinezza, inoltre che ha sete di potere e che vuole continue conferme. Ed è questo il motivo (cioè causa questi “falsi modelli”) per cui persone fragili, isolate, disoccupate, oppure costrette a vivere in condizioni economiche precarie, giungono anche a escludersi, autoledersi, distruggersi, abbrutirsi o a suicidarsi.

Se vogliamo credere a sociologi come Alain Ehrenberg (in cui io credo) tale fenomeno è dovuto al fatto che stiamo soffocando sotto il peso di un ego, appunto, ipertrofico. Siamo concentrati troppo sul nostro misero essere, e da ciò nascono i mali moderni della supponenza, del protagonismo e della megalomania diffusi, da cui pigrizia mentale, inciviltà, analfabetismo di ritorno, crollo del sacro, coi valori inerenti allo stesso, irresponsabilità, lassismo, accondiscendenza nei confronti della corruzione, della menzogna, del “furbesco”, del potere che schiaccia e assoggetta, della violenza fisica, verbale, psicologica, tutte componenti sostenute da un cinismo disumano, fenomeno che registra una preoccupante tendenza a sottovalutare le sfumature intermedie, a favore dell’irrigidimento su posizioni estreme e infruttuose, così che si assiste a un impoverimento emotivo che appiattisce la capacità di cogliere la molteplicità dei significati dei messaggi ricevuti ed elementarizza, in accezione negativissima, quelli che si mandano.

Domenico Lombardini picchia su questi tasti, senza lesinare colpi su colpi. Picchia sul volgare e sul pornografico dilaganti, sulla tresca, sull’ipocrisia, sull’imbecillità, sul calcolo, sull’opportunismo, sul mercimonio, sul prostituirsi, sul vendersi, per infine indicare dove una possibile uscita, dove una possibile soluzione, tirando anche in ballo la famosa e ribellistica “via del bosco” che fu tanto cara a uno dei miei maestri, Ernst Junger, sommo intellettuale tra i fautori della “rivoluzione conservatrice” e “del pensiero forte”.

Ecco l’andare, quel tanto naturalistico, ascetico, contemplativo, ed ecco la scelta di Lombardini: “L’incedere è sicuro nel passaggio al bosco. / Sono leggero e totalmente sgravato / di me. Nulla di occhiuto, nulla sottende / a uno scopo, un còmpito – / solo il sottrarsi / l’affidarsi al paesaggio. / Nulla so, tutto vedo – non sospetto nemmeno / che gli alberi / il fittume verde / siano apparizioni vicarie / di qualcos’altro – / ciò che si mostra è un tutto / intellegibile e perfetto darsi”.

Così l’armonia viene a ricrearsi. I falsi valori dell’abbondanza, dell’apparenza e della prestazione tout court spariscono, per lasciare il posto all’essenziale, all’origine, al “primo respiro”, quello che riesce a far pensare meglio a se stessi, a far avere un maggiore rispetto nei confronti degli altri, ritornando a una migliore considerazione per le azioni costruttive, allontanando, in tutti i modi possibili, ciò che risulta distruttivo.

Ancora Lombardini: “Dov’è l’io lascialo / esangue – nulla vale / battere sentieri / scoscesi, inutili. / Mettersi a parte / di una storia marginale / posarsi su oggetti / piccoli, netti / degni d’essere fatti”.

A questo punto necessita ricordare che nel periodo classico la tragedia aveva per effetto la catarsi (dal greco kátharsis, cioè purificazione). L’azione tragica proponeva una vicenda verosimile a una condizione del vivere comune. Il susseguirsi di questi eventi era mirato alla risoluzione delle vicende messe in scena, e portava l’animo dello spettatore prima a indagare nel proprio io, alla ricerca delle colpe, poi a liberarsi da questa condizione emotiva di disagio attraverso, appunto, il riscatto.

Nell’opera di Lombardini la catarsi (perché la sua poesia, incalzante e a tratti vorticosa, risulta innegabilmente catartica) trova, come poi in Aristotele, una forma di applicazione generale tra le regole della sua estetica, poiché definisce scopi ed effetti dell’arte. Anche Platone utilizzò questo termine per indicare la liberazione dal corpo per opera della morte, vista come ritorno dell’anima alla perfezione dopo la costrizione limitante vissuta nella materia. Ma in senso più ampio, Platone intese, per catarsi, un processo conoscitivo attraverso il quale ci si libererebbe dalle impurità per tornare a uno stato di purezza originaria. Lombardini, recitando situazioni passate, presenti o future-immaginarie, sa bene che i conflitti e le pulsioni possono essere esperiti in maniera intensa e affettivamente coinvolgente solo tramite un atto di “raschiatura” o di “drastico spellamento”.

Nella comprensione dello psicologo, terapeuta e drammaturgo Robert Landy la catarsi è l’abilità di riconoscere le contraddizioni, di vedere come aspetti conflittuali della vita psichica, del pensiero, del linguaggio o del sentimento possano esistere simultaneamente così che assumere una posizione dalla quale poter modulare la propria esperienza, spostandosi sui gradi del vissuto emozionale, significa porsi a una giusta distanza da qualsiasi contenuto emotivo, in modo da affrontare con maggiore lucidità e freddezza i problemi di ordine esistenziale, al fine, poi, di poter fare delle scelte. Anche Lombardini, a mio avviso, fa coincidere il concetto di distanza etico-estetica con quello di catarsi, intesa come conquista di equilibrio tra emozione e consapevolezza, tra coinvolgimento e distacco, così che sofferenza e felicità, bene e male, possano convivere, senza ledersi e, soprattutto, senza annullarsi l’un l’altro, essendo, entrambi, importanti per qualsiasi processo di ordine creativo, processo che, come ben sappiamo, fa sì che il particolare divenga universale e l’ego nulla più che un porsi in ascolto del trascendente. In tal modo la catarsi si trasforma in dilatazione di ordine spirituale, abbandonando il meta-psicologico per entrare nel meta-empirico, sancendo, via via, quella che viene definita una palingenesi, una rigenerazione, una rinascita, perciò un’epifania, ciò che Kant definiva, a seguito di tale processo: “Un principio che è capace di determinare l’idea del soprasensibile in noi” … ed è in quel soprasensibile che incontriamo la poetica di Lombardini, in quell’inter o iper spazio in cui dal verso breve, secco, determinato, si passa al caotico di una certa prosa poetica, per di nuovo ritrovarsi nella singola parola, nel sancito, nell’indispensabile, superato il tempo e il marasma degli eventi.

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