L’ovvio, la Verità e le falsità mondane

La sovranità delle idee controintuitive

Viviamo tempi in cui ribadire l’ovvio, esserne partigiani, è gesto rivoluzionario. Tutto ciò, ça va sans dire, è inviso alla saggezza mondana comunemente intesa. Ci ha portati fin qui lo sragionamento continuo: dal positivismo in poi, dall’interpretazione puramente meccanicistica dei fenomeni naturali (Darwin) e della psiche umana (Freud), dal definitivo trionfo del “regno della quantità” (Guénon), che sembra oggi compiutamente consumato, la negazione dell’ovvio, prima gesto alla moda appannaggio di pochi decadenti e delle conquiste della ricerca scientifica, poi atteggiamento comune, infine vero e proprio convincimento incarnato della gran parte delle persone, ha recluso l’uomo e i suoi orizzonti entro confini asfittici. La “negazione dell’ovvio” è la negazione, assurta oggi a vera e propria metafisica, di Dio: a ben vedere, di tutto si può negare quaggiù, fuorché dell’esistenza di Dio. Si nega non soltanto il Dio personale cristiano ma qualsiasi altro “ente” o principio metafisico, e qualsiasi agenzia generatrice di senso. Anche dire “esistenza di Dio” a ben vedere è pleonasmo, in quanto solo a Dio si confà l’esistere: tutto ciò che non permane è di per sé portatore di un’esistenza caduca, viziata geneticamente e irrimediabilmente da una radicale impossibilità ad esistere veramente. Ed è fonte di continuo stupore vedere come nella “società della scienza” lo stesso principio di causalità, base e presupposto del metodo scientifico, sia applicato in modo sfacciatamente incoerente: un corpo cade a terra per la gravità, mentre l’esistenza non sarebbe invece giustificata e sorretta da nessun nesso causale. Se gli scienziati fossero veramente agnostici (cioè non facessero della metafisica), e si dedicassero solo alla loro attività, che è poi quella di produrre modelli interpretativi dei fenomeni naturali, non si esporrebbero al ridicolo: ebbe ragione Leibniz quando asserì che un sistema filosofico è vero in ciò che afferma e falso in ciò che nega.

I confini asfittici entro i quali siamo stati reclusi sono quelli del sensibile: il dire “esiste solo ciò che è sensibile ai miei sensi e alle loro protesi (la tecnologia, la ricerca scientifica e i suoi strumenti ecc.)” ha occupato onninamente l’orizzonte conoscitivo dell’uomo. Ciò è accaduto per il credito sempre crescente che la scienza ha riscosso in forza delle sue ricadute tecnologiche. Il ragionamento è stato pressappoco il seguente: la scienza non è fallace perché il suo procedere produce oggetti tangibili che hanno un impatto reale e accertabile sulla nostra vita; quindi anche la sue proposizioni metafisiche non potranno che essere vere.

Ma l’osservazione degli oggetti sensibili è sempre più fallace dell’osservazione degli oggetti intelligibili (Platone). In altri termini, è possibile avere una migliore intelligenza dei fatti divini che non, ad esempio, dei fenomeni naturali. Ciò risulta del tutto evidente se si osserva il progresso della conoscenza scientifica, il quale procede non per graduali affinamenti a partire da conoscenze pregresse, bensì per veri e propri salti e rivoluzioni: una teoria che era vera ieri è stata superata a favore di un’altra che sembra migliore oggi. La verità della scienza è continuamente emendabile e di per sé precariamente fondata.

Spesso spiegazioni scientifiche controintuitive hanno rischiarato fenomeni naturali prima difficilmente spiegabili o la cui spiegazione si è poi rivelata fallace: la terrà ovviamente non è piatta, ma agli occhi prescientifici dell’uomo sembrava così. Da qui in poi la scienza ha bandito via via totalmente l’ovvio dei fenomeni dando assoluta sovranità a un approccio controintuitivo all’intelligenza dei fenomeni. Questo approccio ha poi surrettiziamente occupato ogni campo conoscitivo: l’uomo comune non si fida più di ciò che vede ma ha un continuo bisogno di appoggiarsi al prodotto intellettuale di soggetti mediatori, siano questi gli scienziati, i medici, i giornalisti, gli economisti ecc., che godono dello strano prestigio, frutto del ricorrere a idee strampalate e controintuitive, che gli viene riconosciuto quasi unanimemente dal “pubblico”.

Oggi, farsi un’opinione immediata su un evento è del tutto impossibile: si ricorre piuttosto o alla mediazione degli “esperti” o all’irragionevolezza, ma l’esito è sempre e immancabilmente lo stesso: l’incapacità di vedere l’immediatezza delle cose e l’uso, in luogo di questa, di un modello interpretativo ideologico, tendenzioso e, in definitiva, fallace. Di conseguenza l’irragionevolezza è diventata regione, l’irrazionalità buon senso, la pazzia salute. Paradossalmente questo avviene perché l’uomo è portatore di quel seme potenzialmente salvifico, perché teleologicamente rivolto alla verità, che si volge tuttavia in servitù se non ben custodito e coltivato. Il seme è, a dirla con il cardinale Giacomo Biffi, quella aliquale conoscenza di Dio e della Verità da cui procede ogni retto pensare, quello stesso presupposto irrazionalmente e categoricamente negato dagli “adoratori del nulla”. La libertà offerta dalla fede, con il suo sovrappiù di grazia e beatitudine, primizie della visione beatifica, vira all’hybris, che assume le forme delle varie schiavitù mondane. Il genetico afflato alla verità dell’uomo cerca disperatamente appigli mondani: la scienza e le teorie politiche di palingenesi sociale (ormai quasi definitivamente decadute) ne sono un esempio. Ma anche le più insidiose e onnipervasive istanze umanitarie, che si risolvono in un non ben definito irenismo e in una non ben fondata comprensione e accoglienza dell’altro, del diverso da sé. Ma ciò che poggia su instabili fondamenta è destinato alla rovina: cerca di costruire te stesso e costruirai un rudere (Agostino).

La metafisica del Quid est veritas?

L’ovvio pervicacemente negato è, in fine dei conti, la Verità: l’uomo contemporaneo, che ha espunto dal suo orizzonte il divino, oscilla tra la completa, cinica e ostentata incredulità nella Verità, e la totale, imbelle e irrazionale credulità per la verità mondana di turno; la quale, non appena si sia rivelata infondata e abbia talvolta prodotto frutti assai avvelenati, viene abbondonata per il deciso ripiegamento al personale privato o al più tetro cinismo, e poi, possibilmente, alla prossima verità mondana. Questo inesausto procedere di oscillazione in oscillazione, e il senso di infondatezza e di disperazione che ne deriva, è la giusta mercede per l’uomo d’oggi: in fin dei conti, rifiutando l’altezza del coraggio della fede questo è il minimo che gli potesse capitare.

L’aver dato dignità metafisica al “Quid est veritas?” ha avuto tuttavia risultati assai paradossali, per certi versi comici. La ricerca scientifica, in particolare quella in ambito biomedico, ne è un esempio eclatante. Qui il “regno della quantità” si è dispiegato completamente e ha fatto tabula rasa. Gran parte dei risultati della ricerca biomedica è viziata da falsità: se non è falsa totalmente lo è parzialmente. Se si pensa al credito quasi unanime che la gente comune sembra riservare alla medicina, ci si può rendere facilmente conto della gravità e della comicità della situazione. La medicina è il più grande idolo contemporaneo: essa promette all’uomo un’impossibile redenzione mondana, di non soffrire più e, in futuro, visto l’indefinito, progressivo miglioramento che le si attribuisce, una morte procrastinata chissà per quanto tempo, forse asintoticamente all’infinito. Gli uomini impegnati nella scienza, calati completamente nella metafisica del “Quid est veritas?”, non trovano nulla di male nell’inventare i dati: d’altronde, cos’è la verità? La scienza sembrava a riparo da tale minaccia: in essa sembrava viva la fiamma della ricerca disinteressata della verità empirica. Tuttavia, a prima vista paradossalmente, l’aver negato l’ovvio dell’esistenza di Dio e della Verità ha fatto assurgere a verità il relativo dell’opinione. Ed ecco spiegati gli atteggiamenti tacciati di irrazionalismo di alcune persone che, certamente un po’ confusamente, iniziano a rifiutare le proposte della “medicina ufficiale”. Ed ecco spiegato, ancora, l’atteggiamento di alcuni scienziati e medici à la page che trovano facile successo presso gli adoratori della medicina: tali scienziati e medici hanno un bel dire che la scienza non è democratica (che cosa assurda da sentire, per chi sa cosa sia la scienza, che è in definitiva un metodo e nulla più): loro sanno perfettamente (salvo non ammetterne la perfetta ignoranza) che la medicina non è una scienza “dura” al pari della fisica e della chimica, e che è viziata alle fondamenta da dati falsi o almeno assai incerti, e comunque da uno statuto epistemologico traballante; quindi in aperta malafede, specie se messi alle strette, a difesa delle loro asserzioni, si rifugiano nell’ipse dixit e nell’autorità, e, ben che vada, in risultati scientifici talvolta indegni di fede. Oppure, trovano un facile successo nello scagliarsi contro pratiche pseudoscientifiche, oltre il limite della truffa, di praticanti stregoni che vorrebbero curare il cancro con il bicarbonato di sodio o proporre cure e quindi una speranza a persone malate di mali incurabili. È del tutto ovvio che in tali casi si deve non patteggiare per la medicina ufficiale in quanto tale ma per la verità che essa dice. Il caso “Stamina” e le mode antivacciniste ne sono un esempio chiaro. Ma la scienza addita la pagliuzza nell’occhio degli altri e non vedo la trave nel proprio, che ne oblitera completamente la vista.

In definitiva, solo chi crede a Dio, e in particolare a un Dio personale, è al riparo dalle profferte degli imbonitori di verità mondane. Quel che è più comico è che gli “adoratori del nulla” si fan beffe dei credenti, irridendo alla loro credulità ai fatti divini, non avvedendosi però del loro stato burattinesco, totalmente in balia dei cerretani della politica, della scienza, della medicina, in definitiva della verità mondana di turno. La religione, in particolare la religione cattolica, dovrebbe farsi carico dell’irragionevolezza che sembra governare oggi ogni attività umana, dalla politica alla scienza. L’unico modo per farlo, secondo il pensiero di chi scrive, è di inoculare nella società il genuino messaggio evangelico e, in particolare, la promessa escatologica di Cristo risorto, primizia della nostra futura risurrezione.

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