Le fatali contradizioni degli immigrazionisti

Caratteristica precipua della civiltà occidentale così come nata dalla rivoluzione francese è l’universalità dei diritti. I diritti, così come stabiliti costituzionalmente, sono riconosciuti a tutti, indifferentemente da sesso, ceto sociale, religione, ricchezze possedute, razza, ecc. Una conquista recente: l’universalità dei diritti non era stata inclusa, ad esempio, in diverse nascenti costituzioni, ma poi è divenuta fondamento stesso del nostro convivere civile. Tale universalità dei diritti è oggi fortemente compromessa: sebbene riconosciuta dalle carte costituzionali, di fatto gran parte cittadini ne è esclusa. Il diritto ad avere un lavoro in grado di fornire, a sé e ai propri familiari, il necessario per condurre una vita dignitosa, nella speranza di un futuro non dico di sicurezze ma di moderato ottimismo, oggi è letteralmente e largamente disatteso. Dal diritto al lavoro, tuttavia, discendono tutta una serie di diritti derivati, che possono rientrare nella categoria più comprensiva di diritto universale alla realizzazione della persona in un contesto di crescita umana, intellettuale, sociale. Il lavoro può bensì essere un fattore di crescita umana, intellettuale, sociale, ma la sua rarificazione, che ne riduce il valore non solo economico ma anche simbolico, lo investe di un’indebita assolutizzazione, tanto da divenire un fattore di disgregazione umana, sociale, intellettuale. Il lavoro precario, l’unica forma di lavoro nell’orizzonte esistenziale di un giovane che si affacci sul “mercato del lavoro”, ha effetti tanto più perniciosi quanto più la spendibilità del capitale umano in questione (il lavoratore) si riduce. L’uso di questi termini appartenenti all’economia di mercato, qui adottati a bell’e posta, induce in chi scrive un senso di profondo disgusto, ma usarli può aiutare a capire meglio un mondo che prima d’essere materiale e fattuale è linguistico e semantico. Il lavoratore poco professionalizzato, quindi, sarà alla mercé delle agenzie interinali e dei contratti precari. In questo lavoratore, buon paradigma del lavoratore-tipo, ossia di quello maggiormente rappresentato tra la massa di lavoratori, non potrà che ingenerarsi un senso di frustrazione, di mancanza di rispetto per se stesso, infine di accidia, di nichilismo, di rancore, di livore. Ma anche di odio indifferenziato per la politica e per ogni forma di mediazione. Da qui allo sviluppo di una personalità paranoica il passo è breve: in questa persona si sono persi tutti i punti di riferimento, culturali, intellettuali, morali, perché per lui ogni agenzia morale e mediatrice ha perso ogni credibilità e perché nessuno gli ha fornito, al tempo della sua formazione, gli strumenti culturali per farcela da solo. Non è più un cittadino ma “carne da cannone” per il mercato totalmente deregolamentato del lavoro.

Quale coscienza politica potrà mai avere una persona del genere? Simone Weil si accorse, forse l’unica della sua generazione con Louis Ferdinand Céline, che l’operaio fordista mai avrebbe potuto maturare una coscienza di classe o un interesse attivo per la politica, sottoposto come era ai ritmi di lavoro, alla catena di montaggio, alla cronica mancanza di tempo libero. Tornato a casa dal lavoro, spossato e abbruttito dalla fatica, l’operaio fordista non poteva che rifugiarsi nel riposo. Allo stesso modo, il lavoratore precario è sottoposto all’incessante pensiero del domani: il futuro, del tutto espunto dal suo orizzonte realizzativo, torna redivivo ma trasfigurato in una proiezione fantasmatica ricattatrice che gli sottrae e cannibalizza il presente. In tale personalità paranoica si cerca, tuttavia, una soluzione ai problemi, e due sono le soluzioni generalmente proposte: la ricerca di un deus ex machina che possa risolvere tutto, forsanche con l’uso della violenza, e la ricerca di un capro espiatorio cui attribuire tutta la colpa della sua infelicità. Sono meccanismi psicologici assai riconosciuti e ampiamente descritti dal grande lavoro di René Girard.

Uno Stato, quindi, che abbia abdicato largamente al suo ruolo di controllore degli scambi economici, in ossequio all’ideologia del capitalismo assoluto (espressione adottata da Marino Badiale e Massimo Bontempelli “per indicare la fase recente del capitalismo, nella quale il modello aziendalistico diviene l’unico modello accettabile di organizzazione della realtà sociale, ogni aspetto della vita sociale viene pensato in termini aziendali (investimenti, profitti), e il paese stesso non è più una nazione ma un’azienda, l’ “azienda-Italia”. Utilizzando i concetti della tradizione marxista, possiamo dire che in questa fase storica il “modo di produzione” capitalistico tende a coincidere con la “formazione sociale” (con la concreta società in cui viviamo), e il capitalismo diviene “assoluto” perché non si limita più a indirizzare la dinamica sociale ma permea ogni aspetto della realtà” – http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=26298), e che anzi si sia fatto ancella di quello, ha perso del tutto la sua ragion d’essere. Uno Stato che non può garantire l’universalità dei diritti non è uno Stato, almeno non è uno Stato così come inteso dalla civiltà occidentale dal 1789. Non può, perché nel solco del capitalismo assoluto qualsiasi cosa faccia non potrà che essere lesiva dei diritti di tutti. È una legge assolutamente deterministica: le poche politiche volte a lenire le sofferenze della gran parte delle persone non potranno che essere palliativi, elargizioni una tantum, concessioni sdegnose di un potere autoreferenziale, vere e proprie elemosine. Si pensi alle misure economiche del governo Renzi-Gentiloni e non si potrà che riconoscere tale dato di fatto.

Soltanto uno Stato sovrano o almeno parzialmente sovrano, e che si sia affrancato dalla mistica e dal nichilismo del capitalismo assoluto, può porre in essere le condizioni per poter rendere sostanziali i diritti. Ma dire “Stato sovrano” è una tautologia, in quanto non si dà Stato che non disponga di gran parte delle sovranità. Altrimenti a rigore non si parla di Stato ma di colonia. Le due condizioni, sovranità e antiliberismo, sono necessarie ma non sufficienti per rientrare nel solco non dico del dettato costituzionale ma di un grado zero di convivere civile, della semplice e pura cittadinanza.

Ora, tenendo come buono quanto detto in precedenza, e avendo a mente l’universalità dei diritti come pietra angolare su cui riposa la legittimità di uno Stato, non si potrà che avere poche, precise opinioni sul cosiddetto “fenomeno migratorio”. Anche tralasciando i problemi reali e cogenti delle guerre in Africa, il coinvolgimento delle ONG nel recupero dei migranti, il business dei centri di accoglienza, non si potrà che provare sdegno dinanzi alla retorica, a un tempo pietistica e farisaica, degli “immigrazionisti”, ossia di coloro che considerano un dovere morale “accogliere”, senza compromessi, i migranti. Come detto, un siffatto Stato non può fare che elemosine: ed ecco l’accoglienza, ecco il pocket money, ecco il cibo e il vitto ai migranti. Non vorrai mica togliere un tetto e tozzo di pane a un povero, vero? Tu, sì, proprio tu, elettore di sinistra? Cosa direbbe la tua buona coscienza? Ma uno Stato che si fa solo elargitore di elemosine e non garante della sostanzialità dei diritti mai potrà porre in essere le condizioni per l’inclusione e l’integrazione dei migranti (non considerando i problemi, assai importanti, relativi a fattori culturali, religiosi, ecc.). Integrazione vuole dire, prima di tutto, lavoro, una condizione imprescindibile alla piena cittadinanza, che non viene tuttavia garantita nemmeno agli stessi cittadini italiani. Cosa fa lo Stato, invece? Proponendosi come mero palliativo ai disastri economici, che concorre per giunta ad alimentare, abbruttisce i migranti e i cittadini relegandoli al ruolo umiliante di postulanti.

Rifiutare questo Stato implica di necessità di rifiutare, senza compromessi, le vigenti scelte politiche in materia di gestione dell’immigrazione. Nessuno immigrato dovrebbe essere “accolto” in queste condizioni. L’accoglienza svincolata da qualsiasi possibilità di reale integrazione nel tessuto economico e sociale del paese, oltre ad alimentare i legittimi sospetti di coloro che additano il business della gestione dei migranti quale vero movente delle politiche migratorie, è un mostro politico potenzialmente foriero di futuri disordini sociali. La buona coscienza degli immigrazionisti ha sublimato nelle politiche di accoglienza scriteriata la cattiva coscienza di aver accettato come legittimo uno Stato che non lo è.

Che le cose stiano in questi termini è oggi del tutto evidente. Ma ci si potrebbe chiedere il motivo per cui solo oggi tale realtà si sia palesata in modo così limpido. L’esito, ossia ciò che oramai evidente, è il risultato deteriore del funzionamento di un’economia che ha potuto dispiegarsi nell’assoluta libertà grazie agli accorgimenti politici approntati a tale pieno dispiegamento. Questa economia è in realtà la stessa politica resa acefala dei vecchi valori. L’egualitarismo e la giustizia sociale, valori a cui tendevano asintoticamente le ideologie, sono stati sostituiti da una costellazione di nuovi valori, tutti sussumibili nella categoria di “efficienza”. L’efficienza, in particolare economica, è il vero e unico valore posto dal potere, e l’efficientismo è la nuova ideologia. Ma un’ideologia che rifiuta e occulta il suo statuto ideologico, e che sguscia a ogni richiamo e rimprovero, anche rivolto là dove è il suo regno, ossia l’efficienza. Se qualcuno le rimproverasse la non efficienza in un determinato ambito, allora verrebbero chiamati sul banco degli imputati le difficoltà, poste dalla politica e dallo Stato, a che questo pieno dispiegamento sia realmente tale. Ma perché ce ne siamo accorti solo ora? Per quanto triste e umiliante possa essere, è perché solo ora ne vediamo i frutti avvelenati: finché questa economia mostruosamente finanziarizzata ha funzionato nei limiti della decenza (garantendo crescita economia e livelli di occupazione moderati ma accettabili), tutto andava bene.

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