Frodi e scienza

L’umiltà è la virtù più essenziale nella ricerca della verità
Simone Weil

“La modestia si addice allo scienziato, ma non alle idee che sono in lui e che egli ha il dovere di difendere”; così Jacque Monod, biologo molecolare francese e premio Nobel, nella prefazione al suo Il caso e la necessità. Ma cosa è “modestia” quando si parla di ricerca scientifica? Cosa intendeva Monod con questo termine? Forse che il ricercatore, nel suo lavoro, deve avvicinare il suo oggetto di studio non già con un intento manipolatorio, fagocitante, narcisistico, bensì con l’occhio di chi è conscio, prima di tutto, della possibile fallacia della propria osservazione, una fallacia ontologica, cioè connaturata all’intelligenza dell’uomo e alle sue indagini strumentali? Se così fosse, il ricercatore sarebbe colui che studia (direi contempla) il mondo, il suo particolare mondo sotto indagine, mantenendo con esso uno iato indispensabile, quasi avendo una specie di pudore nel riportare, poi, quanto quel mondo gli ha suggerito. Questa persona dovrebbe provare anche un “orrore sacro” di trasgredire dal metodo scientifico: un super ego che ha introiettato negli anni di formazione, quale risultato di una formazione etica piuttosto che accademica, dovrebbe preservarlo da forme di comportamento eticamente scorrette. Egli dovrebbe “riportare” di quel mondo, esserne intermediario e cassa di risonanza, e basta. Di quella eco nulla dovrebbe riverberare dal suo ego, se non quel poco che è necessario a divulgare, difendere e rendere credibili presso il pubblico e la comunità scientifica i dati della ricerca. In altri termini, il ricercatore non dovrebbe desiderare di strumentalizzare e piegare i risultati del suo lavoro per trarne soltanto una forma di soddisfacimento (pulsionale, narcisistico, economico, lavorativo, ecc.), pena la potenziale messa in discussione della mission della scienza, ossia la ricerca della verità (scientifica). Ne viene che certa prurigine di protagonismo o smania di carriera è nociva alla scienza perché offre un substrato fecondo allo sviluppo di illeciti e condotte biasimevoli, di cui le frodi scientifiche sono l’esempio più clamoroso. Qui vorrei soffermarmi maggiormente sugli aspetti psicologici individuali, sulle pressioni sociali e su alcune peculiarità epistemologiche della ricerca biomedica che, di concerto o ciascuno individualmente, possono concorrere allo sviluppo di condotte, quali quelle delle frodi scientifiche, considerabili veri e propri comportamenti antisociali, ove qui la società di riferimento è in primis quella scientifica e in secondo luogo la società tutta.

Questioni di definizione

Una definizione preliminare di frode scientifica potrebbe essere la seguente: “L’inserimento surrettizio e fraudolento di nozioni false nel corpus della conoscenza scientifica”. Tuttavia, la frode scientifica è una trasgressione dai metodi della scienza e non dalla conoscenza scientifica per se. È possibile quindi considerare la frode scientifica, laddove si consideri questa come la produzione deliberata di dati, l’estremo di un continuum di condotte più o meno illecite o eticamente questionabili. Tra queste troviamo il plagio di dati propri o altrui, la duplicazione delle pubblicazioni, il disinvolto inserimento di autori, e comportamenti scorretti in sede di revisione di dati o ricerche altrui. A titolo di esempio, se la produzione di dati inesistenti è certamente il caso più grave, non dimeno esistono forme più sfumate di condotta scientifica biasimevole, che ricondurrei all‘adattamento dei dati alle proprie aspettative: i risultati della ricerca vengono quindi oculatamente selezionati (inserendone alcuni, trascurandone altri) per soddisfare la versione narrativa più soddisfacente, piana e gradevole del problema scientifico in oggetto. Secondo quanto sopra, la scienza diventa quindi assimilabile, almeno in parte, ad una forma di narrazione, ad un genere letterario al pari di altri. La selezione deliberata e disinvolta di certi dati a dispetto di altri (per ottenere, ad esempio, una migliore significatività statistica dei dati), la pubblicazione di gran lunga maggiore di studi con esiti positivi che di quelli con risultati negativi, e la mancata replicazione dei risultati di studi clinici precedenti da parte di nuovi studi (si stima che solo il 44% degli studi clinici più citati nel periodo tra il 1990 e il 2003 siano stati replicati con risultati simili), costituiscono un grave bias della ricerca scientifica.

Perché si bara: “publish or perish”, ma non solo

Innumerevoli possono essere gli elementi predisponenti o alla base dell’emergere di questi illeciti scientifici. I ricercatori sono certamente sottoposti a notevoli pressioni di ordine economico per l’ottenimento dei fondi. Ciò avviene in condizioni di scarsità di risorse e in un sistema in cui le agenzie di finanziamento scelgono il soggetto cui concedere i fondi secondo i noti meccanismi di peer reviewing. Purtuttavia questo modus operandi, benché valido di principio, sta mostrando evidenti elementi di distorsione, laddove si palesa il conflitto di interessi dei referee nell’accordare un parere positivo a colleghi concorrenti. I ricercatori, inoltre, solo di rado sono liberi di dedicarsi ad un proprio argomento di studio liberamente scelto. E, last but not least, vi possono esse importanti fattori soggettivi che concorrono all’emergere di questi comportamenti. Tali “fattori di rischio” di natura psicologica e caratteriale potrebbero essere: una personalità narcisistica, una distorta percezione delle realtà, l’irrazionale convinzione di conoscere in anticipo la risposta al quesito da cui prende le mosse la ricerca, l’inveterato atteggiamento di autoassoluzione dei propri “delitti” adducendo giustificazioni affatto capziose, e anche deliri di onnipotenza, tutti potrebbero concorrere, in maniera esclusiva o combinata, a preparare terreno fertile allo sviluppo della frode scientifica. Un’altra considerazione importante attiene alla natura stessa della ricerca biomedica, laddove emerge che la grande maggioranza di questi comportamenti avviene soprattutto nella ricerca biomedica e nei campi strettamente correlati e molto meno, ad esempio, nella ricerca psicologica e sociale. Lo statuto epistemologico della ricerca biomedica potrebbe essere proclive all’emergere di tali comportamenti: i sistemi viventi presentano una tale variabilità in termini di risultati e di outcome che la replicazione di dati pubblicati è già di per se cosa ardua. Da qui l’emersione, in taluni, della percezione che nessuno potrà mai rilevare la frode, perché difficilmente i ricercatori verificano i risultati altrui. Frequentemente le frodi scientifiche vengono scoperte, infatti, per la presenza di errori madornali nella stessa redazione del manoscritto: figure e immagini copiate da altri lavori già pubblicati, errori di calcolo, dati incoerenti, record di partecipanti di studi clinici del tutto inventati o falsificati, ecc. sono tra gli esempi più comuni.

In vino veritas (ma non sempre): il caso del resveratrolo

Il resveratrolo è un fenolo non flavonoide della buccia dell’acino d’uva rossa a cui è attribuita una probabile azione antitumorale e antiinfiammatoria. Da alcune ricerche emerge anche un suo possibile effetto benefico nelle patologie cardiovascolari. Recentemente, uno dei massimi esperti mondiali di questa sostanza e del suo potenziale ruolo nelle malattie a carico del sistema cardiocircolatorio, il dottor Dipak Das, è stato rimosso dal suo incarico presso l’Università del Connecticut per avere inventato i dati relativi al resveratrolo in dozzine di articoli originali di cui era autore. Il ricercatore ha dovuto inoltre restituire 890.000 dollari ricevuti dalle casse federali. In questi lavori scientifici il resveratrolo sembrava avere un effetto positivo sulla salute cardiovascolare. Pur esistendo una grande quantità di dati (4.000 articoli già pubblicati) in base ai quali il resveratrolo è una molecola con possibili effetti positivi in un’ampia gamma di applicazioni terapeutiche, la frode del dottor Dipak Das ha avuto una notevole eco nella comunità scientifica. Ciò che emerso è che il responsabile dei fatti non aveva nessun conflitto d’interessi (non aveva nessun legame evidente con l’azienda che forniva la sostanza da testare), e inoltre Das ha sùbito respinto ogni accusa imputatagli portando innanzi una malaccorta quanto strumentale controffensiva in base alla quale l’establishment accademico starebbe macchiandosi di razzismo nei confronti dei ricercatori di origine indiana. Nonostante tutto ciò, la mole di dati sul resveratrolo è tale che, nonostante l’annullamento delle ricerche di Das, tale molecola mantiene tuttora potenziali applicazioni terapeutiche, comprese quelle per il trattamento e la prevenzione delle patologie cardiovascolari. Da questo esempio si evince come sia molto facile l’adulterazione o invenzione dei dati, e che l’azione da parte degli enti di controllo, ivi compresi i referee delle riviste scientifiche, non ha potuto ostacolare la pubblicazione di decine e decine di lavori scientifici falsificati o del tutto inventati. Da questo caso, del tutto a simile ad altri (si pensi alla recente frode scientifica scoperta in Olanda a carico del dottor Diederik Stapel, Università di Tilburg, responsabile dell’invenzione dei dati pubblicati in dozzine e dozzine di ricerche pubblicate su riviste prestigiosissime), emerge che qualsivoglia misura di deterrenza di queste condotte disoneste è del tutto inefficace e che l’integrità scientifica non può essere imposta dall’esterno essendo una qualità che attiene alla soggettività di ogni ricercatore.

Scienziati o narratori?

Louis-Ferdinand Céline, al secolo Louis-Ferdinand Auguste Destouches, medico francese e uno dei massimi romanzieri del secolo scorso scriveva nella sua tesi di laurea dedicata a Ignác Fülöp Semmelweis, antesignano dell’asepsi ben prima della microbiologia e di Pasteur: “Il metodo sperimentale non è che una tecnica, infinitamente preziosa, ma deprimente. Esso richiede dal ricercatore un sovrappiù di fervore per non crollare prima di raggiungere il suo scopo, su quello spoglio sentiero che bisogna percorrere accompagnati appunto dal metodo”. L’essere umano, aggiunge Céline, è un essere sentimentale. Il lavoro del ricercatore è costellato da continui insuccessi: la capacità di gestire le frustrazioni è una condicio sine qua non e ciò richiede, come dice Céline, un sovrappiù di fervore che non deve cedere il passo, aggiungo io, alla ricerca di scorciatoie fraudolente; perché la scienza non diventi un genere letterario.

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