Su Dolore minimo, di Giovanna Cristina Vivinetto

È corsa in rete e sulla carta l’eco della vicenda di Giovanna Cristina Vivinetto, poetessa transessuale che ha recentemente pubblicato un libro, per Interlinea Edizioni, dal titolo Dolore minimo. Nello specifico, la poetessa sarebbe stata oggetto di contumelie e volgari offese da parte di diversi soggetti online, inclusa una sedicente organizzazione pro-vita, la quale, a dire il vero, si era limitata a censurare il “fenomeno” Vivinetto-poetessa transessuale con due pedestri e lapidarie righe di un post, non offensive in sé, ma certamente squalificanti per la persona della poetessa. Nemmeno a dirlo, nella rete, in particolare nei social, una stragrande maggioranza di persone ha levato alta la propria voce virtuale per trasmettere la propria solidarietà alla Vivinetto, la quale, di rimbalzo, rispondeva ringraziando calorosamente a quelle attenzioni, da lei sentite sinceramente come veri attestati di vicinanza e di stima. Io stesso, incuriosito dalle circostanze, e apprendendo di aver tra i miei contatti la stessa Vivinetto, lessi con interesse alcuni commenti alla silloge e commentai brevemente, certo in modo un po’ epigrafico come spesso si indulge fare sul web, criticandoli su un punto, nella fattispecie il concetto di trasformazione e il suo ruolo nella transessualità. Scrissi che la trasformazione, e l’evoluzione lato sensu della persona umana non è appannaggio dei transessuali, bensì di tutti noi, pellegrini itineranti, abitatori coatti e recalcitranti dello stesso pianeta. Immantinente la poetessa mi scrive un messaggio privato tacciandomi sommariamente di transfobia. Io, che in quel commento non intendevo instillare la benché minima intenzione malevola, risposi che c’era stato un fraintendimento, che non ero di certo un transfobo, e che avrei letto con interesse la raccolta, per farmi un’idea più precisa della sua sequela transessuale. Capì immediatamente il gioco perverso e pericoloso a cui davo adito: ogni critica, anche acribiosa puntuale razionale alla poesia di Vivinetto, si sarebbe esposta al rischio d’essere accusata di transfobia.  Ben accetti erano soltanto i complimenti, gli attestati di stima, i pelosi e virtuali gesti di solidarietà. Dimenticando per un attimo la possibilità di incorrere in tale pericolo, lessi la raccolta poetica cercando di approcciarmi ad essa senza alcun pregiudizio, allontanandomi da queste per altro stucchevoli premesse, e ne trassi le seguenti conclusioni.

La poesia della Vivinetto, nei suoi esiti estetici e squisitamente poetici, non merita i favori unanimi che il popolo del web, la radio, la carta stampata le hanno arriso. Dai primi testi della raccolta, alcuni di fattura abbastanza pregevole, si vira decisamente alla forma-diario, facendo perdere così ai testi quella tensione emotiva, quella ricerca della “giusta parola”, quella musica, in definitiva quella poesia, che erano avvertibili in incipit. In effetti, la raccolta è come presa dall’impazienza del dire, e si presenta quindi come l’occasione estemporanea di riferire dell’iter transessuale, con il suo portato di fatica e di dolore. I versi diventano via via più lunghi, la poesia diventa prosa, la tensione si scioglie nell’ansia di raccontare.

Ma qualcosa di appena percepibile, di più sottile stona da sùbito: come se quella fatica e quel dolore, che una persona “normale” può soltanto intuire, non fossero del tutto sinceri, come fossero inscenati artificialmente e a bell’e posta, perché apparentemente non così assoluti, non così annichilenti. Non la sconfitta ma il trionfo è la cifra della raccolta. Transessualità vuol dire mutilazioni, chirurgia, trattamenti ormonali da fare per tutta la vita, in definitiva una decostruzione del soggetto fisico, quindi psicologico, una sequela che dovrebbe portare a una soggettività nuova a cui si aspira ma sempre in fieri, mai raggiunta perché irraggiungibile, il cui illusorio approdo passa tuttavia per un feroce accanimento sadico nei confronti di un corpo, il proprio, non percepito come tale ma piuttosto come radicalmente e assurdamente estraneo. Il trionfo è la convinzione idolatrica del potersi costruire a proprio piacimento, il potersi dare un nome, il rifiutare il nome del padre e il divenire la propria madre. Tenta di costruire te stesso e costruirai un rudere, ci ammonisce Agostino di Ippona. Tutto sorretto dalla mancanza di coraggio e di sincerità: il dolore non può annidarsi in quel corpo così difforme da come lo si vorrebbe, in altri luoghi più ascosi lo si dovrebbe ricercare. E l’avere individuato il corpo come unico nemico è un esemplare caso di “spostamento”: il senso di colpa si scatena cieco sul corpo, martirizzandolo, quando dovrebbe essere lui l’occasione inestimabile per un reale processo di soggettivazione. Qui, il farsi del soggetto sceglie la scorciatoia del corpo e della sua mutilazione, il dolore fisico in luogo di quello morale. Ma il dolore morale, il senso di colpa sono gli unici punti su cui il soggetto può far leva per approdare a nuova conoscenza. Al di fuori di tale orizzonte conoscitivo c’è soltanto illusione, hybris, malattia (morale e fisica) e dolore inemendabile. Il soggetto transessuale ha instabili fondamenta e ha bisogno di autoaffermarsi reattivamente, come ogni soggetto in fieri, ad esempio l’adolescente. Ed ecco spiegate le sommarie e infondate accuse di transfobia, ecco la continua ricerca di (non si sa quanto sincere) solidarietà.

Poesia transessuale o transessualità e poesia sono, concludendo, espressioni di puro marketing, un modo come un altro per vendere un oggetto mettendovi sopra un marchio, un’etichetta, cavalcando l’onda favorevole e modaiola di certi temi, specie presso una certa cultura progressista, ormai giunta agli estremi esiti della sua irreversibile putrefazione. Un’operazione, questa, che rattrappisce la vocazione universale della poesia confinandola entro i limiti asfittici della transessualità. Un’operazione più che sospetta da cui Vivinetto dovrebbe, secondo chi scrive, risolutamente sottrarsi. Ne vale di qualcosa di più della qualità della sua scrittura, che certamente ne trarrebbe giovamento: ne vale della sua anima.

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